Il ruolo della polizia italiana oggi
L’ordinamento di polizia è una struttura complessa e articolata fin nei minimi particolari, protesa al coinvolgimento di tutte le istituzioni con competenze in materia di sicurezza, ma che ancora oggi non riesce, spesso, a trasmettere ai suoi destinatari primari, cioè i cittadini, quelle sensazioni di stabilità e tranquillità indispensabili per realizzare le condizioni essenziali per un sano sviluppo della società. E’ indubbio, infatti, che i grandi successi contro la criminalità organizzata e contro il terrorismo, che pure sono sotto gli occhi di tutti gli osservatori italiani e stranieri, non sono avvertiti come successi rilevanti da chi quotidianamente e, quindi in via ordinaria, è costretto a blindarsi in casa, a proteggersi con sistemi di allarme, ad adottare mille precauzioni se deve svolgere un’operazione bancaria o postale.
Eppure recenti sondaggi danno le forze di polizia ai primissimi posti tra le organizzazioni che meritano fiducia e stima dai cittadini. Ma fenomeni quotidiani, vissuti, enfatizzati, e subiti come una sorta di assuefazione ed ineluttabilità, determinano una situazione d’insicurezza stratificata e diffusa assolutamente non adeguata alla realtà specie se raffrontata con quella di altri paesi e soprattutto di altre metropoli europee e non. Diventa quindi compito fondamentale delle autorità di P.S. e, comunque di tutti gli ufficiali ed agenti di polizia, restituire alla gente il sentimento di protezione e di giustizia proprio di una società in crescita, convinta che il bene sicurezza è non solo fondamentale, ma proprio perché tale, è soprattutto un bene di tutti.
Tutti devono fare la loro parte, certo in funzione dei propri compiti ed attribuzioni, ma nessuno si può chiamare fuori da questa ricerca di sicurezza che vede tutti nello stesso tempo soggetti passivi ed attivi delle varie possibili iniziative di polizia di sicurezza.
Ed è su questi principi di coinvolgimento generalizzato che, da qualche tempo, si sente parlare di “sicurezza partecipata” che ha assunto le forme maggiormente conosciute di :
- polizia di prossimità;
- polizia sussidiaria,
e che qui riteniamo di citare per la loro attualità mediatica e per le varie forme di sperimentazione in atto.
Nata in Francia, la polizia di prossimità è intesa, oggi, come la polizia di avvicinamento alla gente. Cioè è l’istituzione che esce dalla sua sede e va incontro alla gente, o meglio, ai suoi bisogni, concorrendo a creare da un lato quella cultura della sicurezza e di fiducia nelle istituzioni e, dall’altro, uno spirito collaborativo che esalta l’attività delle forze di polizia. Lo stesso termine “prossimità” va inteso in senso fisico, cioè vicinanza territoriale, ma anche in senso sociale o sociologico, cioè conoscenza diretta degli elementi che maggiormente generano insicurezza od, almeno, sono vissuti come tali.
Il concetto si materializza su un’organizzazione della polizia per quartieri e per zone, con una visibilità concreta dell’uomo poliziotto sul territorio, capace di una polivalenza di funzioni, sia pure di primo livello d’intervento. E’ evidente, però, che sotto un profilo operativo, il contatto, la presenza, va modulata ed armonizzata al tipo di territorio e al tipo d’utenza presente. E’ questa la chiave per comprendere le aspettative del c.d. “poliziotto di quartiere” di recente istituzione ma che, per sua natura, può esistere ed insistere solo su una certa tipologia di area urbana. Da quanto finora detto, appare evidente la stretta connessione tra polizia e comunità o, più analiticamente, tra poliziotto e cittadini o istituzioni presenti sul territorio.
La polizia di prossimità, quindi, appare come un prodromo o strumento di approccio per un’altra forma di polizia, quella di comunità, che alla prima si affianca e con la quale interagisce.
La polizia di comunità si fonda sul concetto che la protezione e la sicurezza del singolo territorio o quartiere è un problema che va gestito sì dalla polizia, ma insieme agli abitanti di quell’area.
E’ evidente, quindi, che questi ultimi, se opportunamente sensibilizzati, costituiscono un tessuto informativo di eccezionale capillarità, quasi di vigilanza parcellizzata o addirittura personalizzata.
Certo il quadro di riferimento è una vasta e convinta partecipazione pubblica, una comunitarizzazione, cioè, del problema, non disgiunta da un fermo rispetto dei diritti e delle libertà civili. Ecco, perché, il modello ha trovato spazio in quei paesi dove più forte è sentito, sia per ragioni storiche che culturali, il senso civico della cooperazione tra forze sociali, semplici cittadini ed istituzioni pubbliche. Non a caso esso è nato, sia pure per motivi contingenti, nei paesi anglosassoni, ove, storicamente l’attività di polizia veniva svolta autonomamente dai cittadini che delegavano il delicato compito ad uno di loro.
Solo verso la fine del secolo scorso si è dato vita ad un corpo di professionisti di polizia, sia pure con competenza limitata all’area metropolitana di Londra.
La sicurezza partecipata presuppone la concorrenza di due strutture: una, professionale e capace giuridicamente di estrinsecare potestà autoritative necessariamente di carattere pubblico, anche se non specificatamente statuali, e che diremo “primaria”, e un’altra caratterizzata da professionalità differenziate, con conseguenti limitazioni di responsabilità a livelli settoriali per materia e/o per territorio, che definiremo secondaria per distinguerne il carattere di sussidiarietà.
E’ di tutta evidenza che il sistema può funzionare solo se supportato da una strategia di distribuzione dei compiti, non disgiunta da un’efficace forma di coordinamento, d’informazione e d’intervento, tenendo presente che ad ognuna delle due forme fanno capo persone fisiche dotate di funzioni potestà giuridiche diverse e ben differenziate. Pensiamo, nell’ambito dell’attività della polizia sussidiaria (secondaria), agli istituti di vigilanza privata, agli addetti alla sicurezza di settore ( es. aeroporti ), ai protagonisti del volontariato, alle associazioni di già appartenenti alle forze di polizia, etc.
Il nostro ordinamento prevede queste forme di collaborazione sia con riferimento al T.U.L.P.S. che nell’ambito della stessa legge di riforma di polizia del 1981, ove, all’art. 24, nello specificare i compiti della Polizia di Stato, il legislatore ha espressamente previsto che questa “eserciti le proprie funzioni…sollecitando la collaborazione dei cittadini”. Non resta, quindi, che pervenire a quella convinta cultura partecipativa, senza la quale il distacco tra operatori di polizia e società civile non compirà quel salto di qualità che potrà fornire un generale prodotto sicurezza di gran lunga più sentito e avvertito dai cittadini onesti.
FONTI:
g. pontecorvo, La legislazione della polizia di sicurezza, Reggio Calabria, 2008.
V. di franco, Diritto di polizia e politiche di sicurezza, Napoli, 2004.
l. mone, L’amministrazione della Pubblica Sicurezza e l’ordinamento del personale, Roma, 2005.
M. Di raimondo, Diritto di Polizia, Padova, 2002.
C. miele, La polizia privata, Torino, 1990.





io credo che i poliziotti dovrebbero agire in prossimità dei criminali e non dei cottadini comuni. Il senso di insicurezza che si è diffuso nella popolazione è merito dell’azione dei media e di chi li dirige. La presenza dei polizziotti nelle strade più tranquille delle città non credo dia un senso di tranquillità maggiore. Al contrario dove la situazione è difficile non cambia nulla. Sono d’accordo sulla necessità di far collaborare i cittadini. Ma si dovrebbe parlare di omertà e mi pare che non se ne parli invece… Per abbattere questo sacramento malavitoso ci vuole cultura non semplicemente per la legalità ma per il rispetto tra le persone.
(A)lessio
Il regime della paura orchestrato dai media porta la gente a chiudersi in sè stessa, a non collaborare nè con la polizia nè con chiunque altro e ad avere tentazioni di ricorrere alla giustizia fai da te.
Alla fine capita di andare al ristorante e sentire quelli seduti al tavolo accanto al tuo parlare per 2 ore di “neri che puzzano” di “africani, asiatici che sono dei selvaggi” e quant’altro, senza alcuna vergogna: io non dico che prima questa gente non ci fosse, ma magari aveva un senso di colpa che impediva di dire certe cose, adesso invece si sente protetta e giustificata ad ostentare senza ritegno questa visione del mondo.
meno sbirri + lavoro
PER AUTORE E OBISBALL
La polizia di prossimità è esattamente la soluzione ai problemi che avete posto: e la vicinanza si concretizza non soltanto con una capillare attività di vigilanza e prevenzione, che è cosa diversa dalla militarizzazione del territorio, ma anche con una più diffusa cominicazione e informazione, ad esempio (http://www.poliziadistato.it/pds/ps/servizi_online/index.htm).
Sono queste le condizioni imprescindibili per poter ricostruire un clima di fiducia, diffondere la cultura della legalità e squarciare quel velo d’omertà diffuso un pò ovunque, avvivinarsi ancora di più ai criminali e ridurre quel divario tra sicurezza “percepita” e sicurezza “reale”, purtroppo strumentalmente distorto dai media.
PER ASSì
Onore a chi fa dell’onestà e del coraggio una scelta professionale.
Nella provincia di Reggio le uniche vere imprese sono la Mauro caffè e l’Ansaldo…ed è tutto dire, naturalmente rispetto il ruolo delle forze dell’ordine ci mancherebbe altro, ma invece di battere sul tasto della sicurezza si deve necessariamente puntare allo sviluppo del territorio come ad esempio attraverso la realizzazione di infrastrutture, la concessione di sgravi fiscali a favore delle imprese se pur piccole, che vogliono investire nella nostra provincia….qua tra un po se nn ci diamo tutti una mossa, come cazzo li paghiamo tutti sti stipendi pubblici,perchè parliamoci chiaro in realtà cio che manda avanti il paese è il privato. Una provincia sottosviluppata come la nostra invece di chiedere più sicurezza dovrebbe prentendere e nn chiedere servilmente (come tutti noi siamo abituati a fare) investimenti nn assistenzialistici ma bensì finalizzati alla realizzazione di imprese che possano rilanciare l’economia di questa terra senza futuro, qui dove il diritto è favore e dove tutti o quasi sono costretti ad emigrare per poter trovare uno straccio di lavoro.
tutto condivisibilissimo azzì però ti dimentichi il particolare ‘ndrangheta
La ‘ndragheta è alimentata proprio dalla mancanza cronica di lavoro e affrontarla solo con la repressione da parte forze dell’ordine è come combattere contro i mulini a vento, si rigenera sempre.
Certo con questo nn voglio dire che i disoccupati debbano diventare necessariamente la manovalanza della pampa però rappresentano l’anello più debole della catena e sono loro i primi a pagare spinti a volte dalla disperazione e dalla mancanza di prospettive. Un motivo può essere ad esempio una famiglia da mantenere e qua pure per un posto da commesso occorre “l’amico” .
Un discorso a parte merita la cultura della legalità ma questo è ancora più tosto e nn sono certo io il più adatto ed informato per poter scrivere di argomenti così complessi.
Meno male che ogni tanto nascono iniziative come questa del buon Alessio
beh può anche essere che la mancanza cronica di lavoro sia alimentata dalla ‘ndrangheta, non puoi ragionare per assoluti
Dissento categorigamente da questa affermazione:
“parliamoci chiaro in realtà ciò che manda avanti il paese è il privato”.
Innanzitutto perchè le inefficienze e le distorsioni caratterizzano tanto il pubblico quanto il privato, e credere il contrario è soltanto un luogo comune; ma sopratutto, perchè il dipendente pubblico, con la sua “etica pubblica” costituzionalmente riconosciuta,è al servizio esclusivo della Nazione e della sua economia,non di un datore di lavoro e del suo profitto.
Peraltro l’attuale crisi economico finanziaria è esattamente il prodotto della “deregulation” e di precise strategie privatistiche,dunque,mi sembra anacronistico delegittimare proprio adesso il ruolo del pubblico impego.
Per ciò che concerne, invece, la lotta alla criminalità organizzata, ritengo che il primo passo sia rappresentato proprio dalla repressione incondizionata, attravesro un’aggressione ai patrimoni mafiosi, un’attività di prevenzione e uno smantellamento delle associazioni a delinquere diversamente finalizzate.
Allo stesso modo non pensare ad una politica di sviluppo , di cui il lavoro è però soltanto una variabile, è, come dici, assolutamente insufficiente.
Ciò detto , mi chiedo tutto questo cosa c’entri con l’articolo che ho scritto e cioè con la polizia di prossimità e con la polizia sussidiaria, con la sicurezza percepita e con la sicurezza reale .
Ritengo, soltanto, che la provocazione : “meno sbirri + lavoro ” , sia stata quanto mai fuori luogo oltre che fuori tema.
ringrazio assì per le belle parole mi fa anche piacere che nel tuo piccolo hai iniziato a contribuire ma so che potresti fare di più.
Il discorso sulla ndrangheta, la disoccupazione e la sicurezza è davvero troppo vasto e non mi ci voglio immergere anche se sono stato io il primo a tirare fuori l’argomento omertà.
Rimango però nel discorso “collaborazione” con le forze di pubblica sicurezza.
“Sapete cos’è lo sbatti muro?”
“che vi prendiamo la testa e la sbattiamo contro il muro fin quando non sanguinate”
Finanziere nei miei confronti, e nei confronti di altre persone, fermate in quel di san lorenzo e poi tutti lasciati andare via perchè non c’era nessun problem.
“dimmi dove hai il fumo!!!”
“Non ce l’ho”
“Dimmi dove lo tieni sennò lo trovo a modo mio!”
Polizziotto ad uno dei nostri collaboratori (quello che tu giuseppe conosci meglio) nel 2001 in quel di Genova. Dopo averci controllato anche dentro le mutande per fortuna arrivò un poliziotto “buono” che convinse i colleghi a farci andare via.
E il poliziotto che a bolzaneto ha portato dentro le molotov? E quello che ieri alle iene aveva messo su un sito illegale di escort e prostitute? E quei due finanzieri che chiedevano soldi in cambio di minacce a reggio? E le infinite migliaia di poliziotti che si sono macchiati di reati? e… ecc ecc ecc
Siamo d’accordo che sono persone e sbagliano come tutti, che eseguono gli ordini ecc ecc. La questione è questa:
Fin quando succederanno queste cose, non solo a me personalmente ma in generale, io non mi fiderò di una virgola a collaborare con loro. E’ chiaro che se subisco un crimine chiamo la ps o i carabinieri ma è fisiologico che non avranno mai il massimo della mia fiducia. Il tutto grazie al fatto che abusano costantemente del loro potere. Non tutti, non sto generalizzando, ma una grandissima maggioranza di essi. Questo non è coraggio e lo sappiamo bene tutti anche se sono d’accordo che a volte serve parecchio fegato per affrontare certe situazioni contro criminali di un certo livello. Ma che usassero questo coraggio qualche volta per opporsi ai loro superiori che gli chiedono di commettere reati (e che quindi sono dei criminali!)contro gente per bene. Quando succederà questo probabilmente molta meno gente continuerà a chiamarli “sbirri” o “guardie” e comincerà a guardarli di buon occhio. Per quella che è la mia esperienza di vita, purtroppo i primi che devono incominciare a cambiare le cose per essere più in prossimità dei cittadini per bene e dei criminali sono loro. Sennò si possono studiare tutte le nuove modalità di polizia possibili e innovative, ma la percezione rimarrà sempre la stessa.
(A)lessio