Speciale Università – Gli atenei prima della Gelmini

martedì, 11 novembre, 2008
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Per capire meglio la portata e le reali modifiche dei Decreti Legge a firma “Gelmini” occorre fare una ricognizione nel mondo dell’Università prima dell’entrata in vigore di queste leggi che in parte ne stravolgono la vita.
Non c’è dubbio che l’Università italiana necessiti di una riforma profonda dei suoi funzionamenti e delle sue carateristiche basilari, anche se conserva al contempo alcune peculiarità che rendono la formazione degli studenti italiani tra le migliori del mondo. Chiunque si sia trovato a rapportarsi con studenti, ricercatori o professori stranieri non ha potuto fare a meno di notare che la nostra preparazione teorica è decisamente tra le migliori mentre dal punto di vista pratico scarseggiamo pesantemente. Forse chi rimane al di sopra della soglia di sufficienza sono le facoltà scientifiche, prime tra tutte le ingegnerie. Di scienziati giovanissimi italiani in giro per il mondo è pieno. Sono ambìti da centri di ricerca universitari e aziendali che offrono stipendi da capogiro rispetto agli 800 euro circa che si becca un ricercatore che rimane in Italia. Facile comprendere il perchè ci sono tanti scienziati italiani ad andare all’estero (la famosa fuga dei cervelli) mentre di stranieri che vengono a lavorare quì nello stesso campo ce ne sono pochissimi. Laboratori fatiscienti, prezzi delle case alle stelle, stipendi da fame, breve durata dei contratti, corruzione e baronati da parte dei professori e dei massimi dirigenti; questi i problemi, spesso insormontabili, da affrontare.
Ma andiamo con ordine, questi sono alcuni punti di criticità osservabili da un punto di vista strettamente studentesco. La vita vissuta, insomma. Per scrivere questo pezzo ho voluto abbandonare questo punto di vista e immergermi in quello de Il Sole24Ore che sabato 8 novembre ha pubblicato un libretto di approfondimento sulla questione della scuola e dell’università che si intitola, appunto: “Come cambia la scuola. Domande e risposte“.
Anche da quel punto di vista, però, emergono un bel po’ di criticità che il sole non sempre evidenzia, ma lo farò io.

In un mondo in cui il denaro è lo strumento principe per l’esercizio di ogni funzione sociale non posso non cominciare considerando l’aspetto più strettamente economico della questione.

La spesa pubblica totale destinata al mondo dell’Università italiana nel bilancio dello stato è di 7,42 miliardi di euro nel 2008, il 4,06% in più  rispetto al 2007 mentre nel 2009 la spesa crescerà rispetto all’anno precendente dello 0,83% attestandosi a quota 7,49 miliardi di euro. Di questi fondi in media l’88,5% viene speso per gli stipendi del personale. Dai professori ordinari fino all’ultimo dei bidelli, o personale non docente. In quanto valore medio, ovviamente, c’è chi spende di più e chi di meno. Il limite imposto dalla legge è del 90% delle entrate statali che ogni ateneo può spendere per gli stipendi del proprio personale. Secondo le tabelle del Sole24ore sono 6 (Firenze, Napoli Orientale, Pisa, Trieste, Cassino e Bari) gli atenei che sforano questo limite. Mentre ce ne sono altri 19 che beneficiano di uno sconto, sui calcoli di bilancio, introdotto nel 2004 (prec. governo Berlusconi) altrimenti sarebbero fuori legge. In tutto, quindi, senza benefici di sorta sarebbero 25 gli atenei che rischiano seriamente di sforare. Tra questi c’è anche l’Università Mediterranea che dedica l’86,4% di bilancio agli stipendi. Messina, Cosenza e Catanzaro si salvano abbondantemente. Il quadro economico delle università nel tempo è andato peggiorando e non migliorando.

Un bel contributo a questo peggioramento è stato dato dal, per niente chiaro e trasparente, procedimento di assunzione e, soprattutto, dal passaggio a ruoli superiori del grado di insegnante che valgono come nuove assunzioni. Solo nel 2008 sarebbero dovute esserci, aumenti di grado compresi, 5.204 posti in più così ripartiti: 3.327 nuovi ricercatori; 1.877 passaggi a ruoli superiori (da ricercatore ad associato e da associato ad ordinario). L’88% dei bandi per i passaggi di ruolo è legato al passaggio da professore associato a professore ordinario. Praticamente, il grado più alto, più prestigioso e più pagato della carriera accademica è stato mercificato sulla base di “non si sa quali ragioni” (o meglio si sa ma dovrebbero essere dei giudici a dircelo…). Questi numeri, inoltre, riflettono come il corpo docente e dei ricercatori del nostro paese tenda ad invecciarsi pesantemente rimanendo sempre più indietro rispetto al resto del mondo per quel che riguarda le innovazioni.
Con uno stipendio da ordinario si pagano almeno 10 contratti da ricercatore, soprattutto dal momento che questi sono quasi sempre assunti con contratti a termine. Questi pochi numeri fanno capire che il dissesto finanziario in cui si sono trovati molti atenei è spesso dovuto a cause calate dall’alto e non da quei ragazzi che sperano di ricevere un assegnino modesto pur di avere un’entrata mensile. Mi riferisco ai ricercatori ovviamente… Di più, l’assunzione (nel 2008) dei ricercatori è finanziata con un fondo di 20 milioni di euro messi a disposizione dall’ex Ministro Mussi espressamente per le assunzioni di circa 1350 ricercatori che non pesano sui bilanci delle Università. I passaggi di ruolo invece pesano tutti!

Avere tutti questi professoroni e luminari delle scienze a disposizione implica anche il fatto che ognuno voglia crearsi un corso di studi apposito da gestire in barba a qualunque bilancio possibile. Nel 2008, in Italia, si può essere nominati dottori in ben 5.073 corsi diversi!!! E’ molto interessante osservare la tabella che mette a disposizione il sole24ore a pagina 89 del suo libretto di approfondimento. Bisogna prima premettere, però, che questo aumento esponenziale dei corsi di laurea è stato causato dall’introduzione della riforma del “3+2″ che gli allora studenti di scuola e università contestarono aspramente. Mi piacerebbe sapere adesso cosa ne pensano Zecchino, Berlinguer e la Moratti che sono stati tra quelli che maggiormente hanno posto le condizioni per rovinare l’istituzione universitaria italiana. Forse qualcuno dovrebbe chiedere scusa a quegli studenti che cercarono, infruttuosamente purtroppo, di opporsi a quelle scellerate riforme. Ma, allora come oggi, sono gli studenti che vogliono difendere baronati, privilegi e sprechi peccato solo che gli studenti sono gli unici che le subiscono queste cose e secondo lor signori che li ricoprono di merda farebbero tutto questo rumore (oltre a prendersi le bastonate di piccone dai loro amici) per cose che poi subiranno. Ma andiamo avanti che questa tabella è proprio divertente.
Si scopre, infatti, che dal 2001 fino al 2008 i corsi di laurea triennale sono rimasti più o meno invariati come numero partendo nel 2001 con 2.968 corsi fino a toccare un massimo, nel 2006, di 3.035 per poi arrivare nel 2008 a 2.833. Ma è stato quel “+2″ a fare faville! Nel 2001 erano 533 i corsi di laurea magistrale che sono cresciuti in maniera esponenziale durante i cinque anni del precedente governo Berlusconi (per chi se lo fosse scordato è lo stesso governo che dice di voler razionalizzare i conti adesso…) fino a toccare un massimo di 2.396 corsi di laurea nel 2007 sotto il governo Prodi. Nel 2008 sono registrati 2.240 corsi di laurea specialistica. Quello che si nota è come nei 5 anni berlusconiani il loro numero sia aumentato vertiginosamente (5 volte il numero iniziale!) il che vuol dire che il ministero della Moratti ha accettato ad occhi chiusi qualunque genere di corso di laurea dando le autorizzazioni agli atenei o, se volete, senza fermarli. Nei due anni di durata del governo Prodi e del ministro Mussi si nota un abbassamento, leggero ma evidente. Infatti, se c’è qualcuno che ha cercato di ridurre la miriade di corsi di laurea inutili, o meglio utili solo a qualcuno che ci ricava dei bei gruzzoli, notorietà e influenza politica, è stato proprio il ministro Mussi. Questi ha introdotto nell’ordinamento universitario la necessità di valutazione dei “requisiti necessari” affinche un corso di laurea sia effettivamente utile. Non sono requisiti molto stringenti, c’è da dirlo. E’ pur vero, però, che si basano su fattori qualitativi e razionali e non su semplici tabelle di spesa. Ma se nel 2007 ci sono stati 312 corsi – fra triennali e specialistici – che hanno registrato meno di 20 iscritti  ciò vuol dire che molto si deve ancora fare; senza considerare che circa 70.000 corsi sono da non più di 4 crediti, ovvero esamini molte volte davvero inutili ma che servono per impiegare il surplus di luminari che abbiamo nei nostri atenei. Ma, come scrive il sole24ore, si tratta di “una nebulosa destinata a diradarsi con il tetto agli esami e ai titoli fissato dalle linee guida (dell’ex Ministro Mussi, ndr)” perchè in base a queste dovrebbero essere 7 su 10 le facoltà che dovrebbero ridurre i loro corsi e quindi anche il numero di esami.

Le tasse che gli studenti pagano agli atenei sono solo una piccola parte delle entrate di ogni università. Il loro ammontare in valore assoluto e, in percentuale relativa al bilancio degli istituti, varia molto da nord a sud. Nel meridione si tende a tenere basse le tasse per usarle come fattore di competitività contro gli atenei più richiesti del nord italia. Tra le meno costose, dal punto di vista dello studente medio, c’è l’Università di Catanzaro che esonera dal pagamento delle tasse circa il 18% dei suoi iscritti e al resto dei ragazzi chiede, in media, 502,2 euro l’anno di tasse che in confronto con il Politecnico di Milano che ne chiede in media 1.390,6 sono bazzecole. Per quel che riguarda l’attrazione di finanziamenti esterni i dati sono altalenanti e a macchia di leopardo su tutta la penisola anche se l’ago della bilancia pende verso il settentrione.

La questione dell’attrazione di fondi esterni è strettamente legata alla questione cruciale del MERITO. In questo ambito un esempio clamoroso degli sprechi e della non razionalità del sistema lo porta proprio l’Università Mediterranea di Reggio Calabria che, addirittura, si colloca al primo posto, tra gli atenei pubblici, nel rapporto tra progetti di ricerca, approvati dal Prin-Programmi di Ricerca di Interesse Nazionale, e numero di docenti con una percentuale del 48,4% dei docenti impegnati in progetti di ricerca di rilevanza nazionale. A riportare l’ateneo reggino con i piedi per terra, ahinoi, è la sua assenza tra i primi 10 posti nelle classifiche che riguardano il rapporto tra il numero di progetti di ricerca finanziati con fondi statali e il rapporto tra questi progetti e fondi esterni all’università. Insomma, laddove il territorio è povero di iniziative economiche di rilievo – iniziative che per di più hanno davvero scarso interesse ad innovare e ricercare data la cronica immobilità di tutto il sistema sociale locale – ma è ricco di idee e progetti di ricerca lo stato non è in grado di alimentarli mentre, per esempio, alimenta per il 24,1% quelli dell’Università di Torino che, come abbiamo visto all’inizio del pezzo, fa parte di quelle 6 università che non rispettano i parametri di legge sui bilanci accademici. Insomma, in questo caso il merito in effetti si va davvero a fare strabenedire il tutto a danno di un ateneo del sud, del profondo sud, che potrebbe essere uno dei pochi baluardi per la promozione dello sviluppo reale del territorio e non di quello sviluppo “effimero” che certe amministrazioni locali ci propinano.

Questo è quanto ci offre il giornale più autorevole del nostro paese. In un pezzo successivo invece considererò, punto per punto, le modifiche apportate dal cosiddetto Decreto Gelmini.

Intanto, una prima considerazione può essere fatta. Nel corso degli ultimi 15 anni un’azione bipartisan ha deciso di rovinare, causa evidenti incompentenze e interessi non palesati, il mondo dell’istruzione universitaria. Ultimamente, però, si è teso a fare di peggio e mi riferisco ai 5 anni del precedente governo Berlusconi che, ribadisco, è lo stesso che si sta riempiendo di una quantità enorme di belle, quanto false, parole su come dovrà essere l’università italiana del futuro. Per dovere di cronaca non si può non aggiungere che gli unici che hanno provato a fare timidi passi per migliorare l’ecatombe di spese incontrollate create (ad arte, nella mia modesta opinione) dal secondo governo Berlusconi, sono stati Prodi e il suo Ministro Mussi. Ci hanno provato timidamente ma non hanno avuto neanche il tempo necessario.

Adesso gli attuali governanti il tempo ce l’hanno ma gli studenti ne hanno ancora di più e lo vedremo nei  giorni e negli articoli successivi!

Alessio Neri

Fonti:
Sole24ore Approfondimenti, Come cambia la scuola. Domande e risposte, 8 novembre 2008, pag. 72 -126

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4 Commenti »

Diego C. dice:

Ecco il link con i dati de IlSole24Ore sull’incremento dei prof in relazione all’incremento degli studenti, che citavo nell’altro commento:
[http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2008/11/universita-professori-studenti-tagli-fondi2008.shtml?uuid=de08867a-aefd-11dd-a99d-3627287c4046]

Siamo ancora tutti convinti che le università hanno attualmente una “mission morale”, diversa da quella di autoalimentare i baronati?

lisicere
lisicere (autore) dice:

Grazie per il link, molto interessante.
Mi fa piacere che non hai ritirato fuori le storie sulla difesa dei baronati che è una cosa che non mi appartiene ma avresti povuto per lo meno attestare il fatto che una tua critica precedente fosse errata.

Secondo. Le parole “mission morale” sono parole che ti sei inventato di gran carriera perchè nei due articoli non c’è mai scritta una cosa del genere. Semmai ho scritto UTILITA’ SOCIALE (e non morale) oppure che “l’università contribuisce al PROGRESSO MATERIALE E SPIRITUALE” della società. Insomma, hai pensato una cosa contro cui giustamente non si può essere a favore. Io non credo nella mission MORALE dell’università. Penso che la morale possa essere una mission individuale non di un ente pubblico. prendendo per buono il fatto che sia stato un lapsus non credo che siccome è pieno di mangioni allora bisogna ridimensionare drasticamente il ruolo degli atenei. Bisognere ridimensionare il ruolo dei papponi, che è ben altra cosa!
In base al commento di prima e al link che mi hai mandato mi viene da sorridere a pensare come tra le linee guida elaborate dal governo giovedì si impedisce solo agli atenei in rosso di assumere (ma non di far aumentare di grado!!!). Il che vuol dire che in maniera limitata si continua a fare il giochetto dei baroni. Io, personalmente credo che sia fatto con cognizione di causa ma ho un leggero dubbio che sia una questione di palesi incompetenze dell’esecutivo. In merito devo ancora farmi un’idea precisa. Per non parlare delle modalità nuove di concorso… Le parole stanno a gogò, sparano bei principi a rotella e poi quando leggi gli atti ti rendi conto della verità. Non cambierà nulla dal punto di vista dei nipoti dei baroni.

Ti invito a seguire i prossimi pezzi che pubblicherò perchè trattano questi argomenti uno per uno.

(A)lessio

Diego C. dice:

Ho tirato la storia dei baronati nell’altro post, perché quel post mi sembrava appiattito sulla stessa retorica che usano i baroni; questo, invece, no.

www.LiberaReggio.org » Archivio » » Speciale Università - L’università della Gelmini dice:

[...] con i conti in rosso di effettuare nuove assunzioni ma non si negano i passaggi di ruolo cosa che, come abbiamo visto, è molto più costosa delle assunzioni di ricercatori. Rimanendo nell’ambito del [...]

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