Speciale Università – I rischi del “taglia e cuci”

giovedì, 13 novembre, 2008
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Ripartiamo dagli articoli della riforma più contestati:

Art. 16 comma 6:
Contestualmente alla delibera di trasformazione vengono adottati lo statuto e i regolamenti di amministrazione e di contabilità delle fondazioni universitarie, i quali devono essere approvati con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze. Lo statuto può prevedere l’ingresso nella fondazione universitaria di nuovi soggetti, pubblici o privati

Art. 66 comma 7:
Il comma 102 dell’articolo 3 della legge 24 dicembre 2007, n. 244, e’ sostituito dal seguente: «Per gli anni 2010 e 2011, le amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 523 della legge 27 dicembre 2006, n. 296, possono procedere, per ciascun anno, previo effettivo svolgimento delle procedure di mobilità, ad assunzioni di personale a tempo indeterminato nel limite di un contingente di personale complessivamente corrispondente ad una spesa pari al 20 per cento di quella relativa al personale cessato nell’anno precedente. In ogni caso il numero delle unità di personale da assumere non può eccedere, per ciascun anno, il 20 per cento delle unità cessate nell’anno precedente.

Art. 66 comma 13:
Le disposizioni di cui al comma 7 trovano applicazione, per il triennio 2009-2011 fermi restando i limiti di cui all’articolo 1, comma 105 della legge 30 dicembre 2004, n. 311, nei confronti del personale delle università. Nei limiti previsti dal presente comma e’ compreso, per l’anno 2009, anche il personale oggetto di procedure di stabilizzazione in possesso degli specifici requisiti previsti dalla normativa vigente. Nei confronti delle università per l’anno 2012 si applica quanto disposto dal comma 9. Le limitazioni di cui al presente comma non si applicano alle assunzioni di personale appartenente alle categorie protette. In relazione a quanto previsto dal presente comma, l’autorizzazione legislativa di cui all’articolo 5, comma 1, lettera a) della legge 24 dicembre 1993, n. 537, concernente il fondo per il finanziamento ordinario delle università, e’ ridotta di 63,5 milioni di euro per l’anno 2009, di 190 milioni di euro per l’anno 2010, di 316 milioni di euro per l’anno 2011, di 417 milioni di euro per l’anno 2012 e di 455 milioni di euro a decorrere dall’anno 2013.

Quì, su LiberaReggio ne avevamo già iniziato a discutere nei commenti agli altri post dello Speciale Università. E’ giunto il post, e il momento, di analizzare più nel dettaglio di cosa stiamo parlando.
Il ministro in carica dopo le vibranti e poderose proteste apartitiche (e non apolitiche! Se lo ricordino i ragazzi del Blocco Studentesco e affini che, come era naturale, sono spariti dalla scena) ha messo mano alle sue leggi modificandole e “moderandole” ma non nei punti cruciali.

Le questioni calde riguardano le modalità con cui il governo ha deciso di fare fronte alle enormi, e spesso incontrollate, spese delle istituzioni universitarie che contribuiscono fortemente al dissesto sempre più profondo delle istituzioni accademiche italiane. I metodi da ragioniere utilizzati per ridurre queste spese sono sotto gli occhi di tutti. Se a fronte di una necessità così impellente si è agito in maniera così schematica viene, leggittimamente, da pensare che il vero orchestratore dei “tagli” sia stato il ministero del tesoro e che il ministro deputato ad organizzare al meglio il mondo dell’istruzione, dell’università e della ricerca abbia, come dicono a Roma,  semplicemente abbozzato.

Dico questo perchè il fatto che uno degli slogan principali di chi protesta è “Noi la crisi non la paghiamo” non è un fatto casuale. Sappiamo tutti in che “congiuntura” economico-finanziaria ci troviamo. Situazione che ancora non ha sviluppato nell’economia reale tutti i suoi effetti. Sappiamo anche che in Italia stiamo vivendo un disastroso fallimento di una delle più grandi e strategiche aziende nazionali. Parlo di Alitalia. In entrambi questi enormi casi di crisi (finanza e Alitalia) lo stato italiano si è assunto, o si sta assumendo, l’obbligo di riparare ai guasti economici apportati da entrambe le situazioni. Il che vuol dire che i danni compiuti da degli incompetenti o da degli speculatori peseranno sulle nostre spalle tramite lo strumento del Debito Pubblico in quanto, chi ha studiato un po’ di macroeconomia e politica economica sa che le politiche monetarie non sono più in mano ai singoli stati europei ma sono gestiti dalla BCE (Banca Centrale Europea). Ora, per finanziare qualcosa con strumenti di debito pubblico le modalità sono principalemente due, visto che non c’è più a disposizione la politica monetaria: aumentare la pressione fiscale oppure effettuare investimenti fruttuosi su titoli esteri. Sappiamo bene come questo governo faccia della politica fiscale leggera il suo cavallo di battaglia. Ha eliminato l’ICI sulla prima casa dei ricchi (perchè quella sulle case medio-piccole l’aveva già eliminata Prodi) incasinando ancora di più i comuni che sono stati aiutati prelevando soldi dai progetti infrastrutturali per il meridione. Incasinando il sud, appunto; più di quanto non lo sia già. Alla faccia delle grandi opere. Di effettuare investimenti su titoli esteri che diano buoni tassi d’interesse neanche a parlarne. Si rischia la bancarotta di questi tempi. Una soluzione sarebbe quella di prelevare titoli della finanza islamica che non è intaccata minimamente da questa crisi finanziaria. Ma poi taccerebbero il nostro paese di appoggio al terrorismo. L’unico modo utile, quindi, per far fronte a queste spese enormi è quello di ridurre la spesa pubblica a fronte del suo aumento necessario a tappare le situazioni di crisi di cui ho scritto pocanzi. Si dovrebbe fare lo stesso, siamo d’accordo, ma di questi tempi,  se si vogliono salvare Alitalia ed gli eventuali fondi e istituti bancari che dovessero essere a rischio, tagliare è un’azione necessaria. Sacrosanta. Sarebbe stato altrettanto sacrosanto vendere Alitalia a chi si era offerto di comprarla ripianandone anche i pesantissimi debiti piuttosto che farli gravare sulle casse dello stato. Non è stato fatto per un’abile mossa politico-elettorale che sa tanto di truffa ai danni di tutti i cittadini. Ma questo è un altro discorso.

Dicevamo dei tagli e dei risparmi necessari. “Bisogna stringere la cinghia” di solito si usa dire in queste situazioni di crisi. Ma com’è che io i nostri politici li vedo sempre più grassi? Scusate la battuta ma mi serviva per dire che quando si tratta di tagliare si decide, guarda caso, di tagliare nel settore della scuola e dell’università. Non si tagliano, per esempio, i voli e le macchine di stato che portano i nostri governanti e tutto il resto della pletora politica in giro per il mondo e per l’Italia ad inaugurare piazze e piazzette. Piazzette con una fontana che sprizza acqua da tutti i pori nel bel mezzo di un quartiere dove il servizio dell’acqua corrente nelle abitazioni è un’utopia. Ma anche questa è un’altra storia. Ma è pur sempre uno spreco pubblico!

Insomma si taglia nell’università. Quanto? Quando? Come? Il Decreto Legge è precisissimo! Lo dice il comma 13 dell’art. 66, vengono tagliati in 5 anni circa 1,5 miliardi di euro alla spesa universitaria. Poco più del 20% dell’attuale ammontare di bilancio destinato agli atenei. Il tutto era condito, in partenza, dal blocco dell’80% delle assunzioni e dei passaggi di ruolo di ogni genere e grado nel personale delle università. Blocco che è stato sbloccato e diminuito al 50% con il D.L. 180 del 10 novembre. Ora, la contraddizione è a dir poco evidente. Il taglio dei fondi è rimasto mentre gli atenei hanno la possibilità di assumere in percentuale superiore ai soldi che hanno in tasca…. Ma che presa in giro è? Non si sta discutendo sulla bontà o meno delle assunzioni ma sulla reale effettività di provvedimenti che sono evidentemente di facciata! E’ vero che i tagli previsti per il primo e il secondo anno sono molto più leggeri degli altri mentre il DL 180 si riferisce solo alle assunzioni del 2008 e del 2009. Ma mi sorge il dubbio che tra un anno i lavoratori delle università, e gli aspiranti tali, saranno di nuovo in mobilitazione. Mi viene da pensare che questo problema non si vuole risolvere davvero. Insomma, ci si sta prospettando davanti la tipica italianata.

A meno che…. A meno che non si prenda davvero per buona l’utilità della chance che viene data agli atenei italiani. Di quale chance parlo? Ma di quella di diventare fondazioni private, ovviamente. Lo dice chiaro l’art. 16 al comma 6 del DL 133. Le università pubbliche possono deliberare la loro trasformazione in fondazioni private. Al fondo di dotazione della fondazione va tutto il patrimonio in possesso della precedente università pubblica (strumenti, edifici, terreni, soldi e quant’altro). Inoltre, lo statuto delle fondazioni può prevedere l’entrata di nuovi soggetti pubblici e privati.

Parto da quest’ultima proposizione. Le università che vogliono assumere o che hanno bisogno di soldi, perchè lo stato glieli taglia e le tasse degli studenti non basteranno mai, possono trasformasi in enti privati che non hanno scopo di lucro. Queste sono le fondazioni. Diventando enti privati, però, viene meno il baluardo del diritto allo studio. Intendo dire che un ente privato non è obbligato a garantire agli studenti meno indigenti delle tasse più basse, oltre al fatto che può effettuare senza alcun problema una chiusura strettissima del numero degli ammessi. Come diceva Diego C in un commento, se si trasformassero tutte le università in fondazioni private tranne una, questa potrebbe avere un boom di iscritti. Si di tutti quelli che non possono permettersi rette alte. Di tutti quelli scartati dagli altri. E come li potrebbero mantenere? Con quali strutture? Quanti studenti potrebbe accogliere questo unico baluardo dell’accademia pubblica? Quanti laboratori, quanti professori? E la loro qualità? E’ praticamente ovvio, come direbbero i Bluvertigo, che il livello minimo di qualità dell’Università pubblica si abbasserebbe in maniera a dir poco drastica. Cosa che lederebbe un paio di articoli della Costituzione della Repubblica Italiana la quale chiede di incoraggiare lo sviluppo e non di deprimerlo.

Ma andiamo oltre. Le fondazioni potrebbero attirare capitali esterni di aziende private. Bene. Un incentivo alla ricerca, all’efficienza e… al clientelismo. Laddove le aziende private avrebbero uno strumento in più per effettuare attività di lobby oltre che per dirigere una serie di ricerche a loro favore. Questo non è un adattare la ricerca alle necessità di contesto ma è un favore a chi ha bisogno di una leggittimità scientifica per supportare i propri prodotti. I fornitori di denari privati entrerebbero a far parte dei consigli di amministrazione. Nessuno metterebbe tanti soldi senza niente in cambio. Se entrasse un soggetto privato che ha molte disponibilità finanziarie pretenderebbe, ad un certo punto, di dirigere l’ente privato in cui è entrato con i suoi capitali. Non a scopo di lucro, ufficialmente. Tralascio tutti i particolari sulle rette, le tasse per gli studenti che potete facilmente immaginare che potrebbero tendere vertiginosamente verso l’alto. Verso il basso è molto più difficile. Come ci insegna qualunque manuale di Microeconomia, i prezzi di qualunque bene (compresa l’istruzione) sono elastici verso l’alto (quindi è facile che crescono) mentre non lo sono praticamente per niente verso il basso (quindi non calano mai). Non tengo neanche conto del fatto che la gestione di un ente privato potrebbe portare, senza più alcuno scandalo, alla conduzione di favori personali nei confronti di parenti e amici. Le cose che più mi interessano in questo momento sono altre.

Per esempio, mi interessa il fatto che tutti i beni mobili e immobili dello stato rischiano di entrare a fare parte del patrimonio di grosse aziende private. Mi vengono i brividi a pensare ad un’azienda che potrebbe entrare in possesso di tale ben di dio che adesso è pubblico! Molti di voi penseranno che è catastrofismo, che sono esagerato, ecc ecc. Probabilmente è vero. Effetti del genere non si vedranno subito. Occorre aspettare un paio di generazioni ma chi prima, chi poi, chi in un modo chi in un altro potrebbero arrivare allo stesso risultato. Bisognerà aspettare coloro che faranno il primo passo. Perchè, una volta creato un precedente e sdoganata una pratica, scusate l’espressione, poi sono cazzi!

Non mi venite a dire che negli Stati Uniti tutte le Università funzionano così, che la ricerca avviene di concerto tra aziende e università. Si è vero ma è anche vero che i ragazzi che non hanno la possibilità di iscriversi alle università di qualità possono partire due anni in guerra arruolandosi in ferma breve con l’esercito. E’ una pratica diffusissima negli USA ma non mi venite a dire che è una garanzia del diritto allo studio!

Qualcuno potrà, comunque, obbiettare che la legge consente anche ad enti pubblici di entrare a far parte dei consigli di amministrazione delle fondazioni universitarie. Verissimo. Ma vi chiedo come potrebbero entrare a farvi parte comuni e regioni che costantemente si vedono tagliati i fondi e le entrate a loro destinate (ricordate l’ICI?). Come può fare lo stato o qualcunque altra istituzione ad entrare con propri fondi dentro un ente privato quando tutte, e ripeto tutte, le istituzioni sono indebitate fino al collo già per offrire ai cittadini quei servizi che già offrono? Vi ricordo che un ente pubblico come la Regione Lazio ha provato ad entrare nella cordata di finanziatori della nuova COMPAGNIA AEREA ITALIANA (CAI) ed è stata cacciata a pedate da politici e dagli industriali che si erano mossi per primi (ricordate crisi Alitalia)?

Infine, vi chiedo se secondo voi ha più potere e forza di convinzione un comune (magari di una realtà del meridione), una provincia o una regione o una multinazionale? Una banca? Un’impresa in odore di mafia o massoneria? Chi vincerà la corsa tra queste, secondo voi, al controllo del consiglio di amministrazione? E le università che si trasformeranno in fondazioni in buona fede alimentate dalla voglia sincera di efficienza, quanto potrebbero resistere alle avance delle pile di denaria loro offerti?

Queste sono le preoccuapazioni degli studenti in primis, ma anche di molti dei lavoratori delle università italiane. Anche per questi motivi saranno tutti a scioperare e a manifestare in piazza venerdì 14 e non solo a Roma!

Alessio Neri

Fonti:
Sole24Ore.com
Strill.it
Sole24Ore approfondimenti, Come cambia la scuola. Domande e risposte, 8 novembre 2008, pag. 72-126
Varian, Microeconomia, Cafoscarina, Venezia, 1998

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3 Commenti »

Diego C. dice:

Una precisazione: è lo Stato Italiano che deve garantire il diritto allo studio, non le Università; e lo Stato Italiano (e gli enti che ne fanno parte) sovvenziona con borse di studio e di ricerca gli studenti più meritevoli, indipendentemente se vanno in un’Università pubblica o privata.

Proprio come lo Stato Italiano garantisce il diritto alla salute, indipendentemente se ci si cura in un ospedale pubblico o privato. Perché un’ospedale privato, se vuole avere gli stessi diritti di uno pubblico, ha gli stessi (o maggiori) doveri.

Inoltre l’effetto “rocket and feather” (i prezzi salgono come razzi, scendono come piume) si verifica soltanto in quei mercati in cui il prezzo del bene è molto piccolo, e una piccola diminuzione del prezzo porta la maggioranza dei consumatori a spostarsi (il comportamento definito Asimmetria di Lewis). Per esempio, dati i costi del carburante, una diminuzione di dieci centesimi di euro corrisponde ad un risparmio (circa) del dieci per cento, cosa che fa correre i consumatori a rifornire e quindi impedisce che si abbassi di più il prezzo.

Cosa ben diversa dalle spese per lo studio di cui stiamo parlando: per avere lo stesso effetto, su 5000 euro, lo sconto dovrebbe essere di almeno 500 euro (anche se ci sono ricercatori che ipotizzano una variazione non lineare al crescere del prezzo – ma questo è un altro discorso).

micuzzeddu dice:

tralasciando gli excursus microeconomici credo che sia quantomeno probabile un adeguamento delle tasse verso l alto…è meglio pensare al succo del discorso e fare pochi ricami inutili…magari i prezzi nn saliranno come razzi ma è ragionevole che salgano

lisicere
lisicere (autore) dice:

non solo i prezzi, quasi certamente, aumenteranno ma gli atenei in situazioni locali difficili avranno ancora maggiori difficoltà. In più tutto il patrimonio che adesso è pubblico rischia di finire in mani private che ne potranno fare quello che vogliono senza rispondere a nessuna necessità pubblica…

(A)lessio

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