L’identità in vendita
In genere il cinema – hollywoodiano e non – predilige il populismo. Esso deve fornire al pubblico un supporto plausibile alla sua identità frammentata e incerta: uno stereotipo idealmente vicino, che gli dia l’opportunità di essere qualcosa. Qualcosa che gli somigli. Fornendo una categoria il più onnicomprensiva possibile, tanto più vasta quanto più adattabile ai diversi tipi umani – neanche troppo diversi, se ricondotti all’unico comun denominatore del populismo*.
Uso forse impropriamente questo termine per riferirmi alla standardizzazione dell’essere umano in seno all’industria cinematografica**.
Ma come, non trattavasi di arte?
Eppure l’arte eccedente se stessa, l’arte intesa come quella cosa che avverti subito essere arte , senza poterne spiegare il perché – riconoscendo questo non poterne dire il perché come facente esso stesso parte del fatto che sì, è di arte che si tratta – ha come cifra costitutiva l’unicità, la specialità sacra che reca con sé il fatto di essere uno, e quello.
E’ quella tela, quella poesia, quello spartito eseguito da quel musicista, in quello speciale modo. La ripetizione, la riproduzione seriale di quella tela, quella poesia, quello spartito, quel film, dà vita ad un’autentica usurpazione. Ad un tradimento).
Ebbene, il fatto che la sua stessa esistenza debba dipendere da un’industria, fa sì che il film corrompa se stesso all’origine. Esso, infatti, proporrà un cast condizionato dal bilancio bugdet/audience e inquinerà la trama con l’obiettivo che la produzione (ovvero ciò che lo rende possibile) ha imposto. Il film – e chi lo guarda – è la vittima della nuova identità fra regia e produzione. E’ un’identità dei fini: assumono entrambi lo stesso scopo. Quello scopo che diventerà l’essenza ultima del film. Nonché, a ben guardare, il nostro stesso senso.
La trama deve necessariamente ricalcare un cliché.
La felicità sta nel sapersi accontentare, la crisi psicologica del protagonista precede la redenzione data dall’amore, il dubbio esistenziale di Hugh Grant alle prese con una irreprensibile Julia sfocerà in una finale certezza. E se io pur accontentandomi non sono felice, se la mia crisi psicologica non troverà la sua redenzione nell’amore che non ho mai trovato, se il mio dubbio esistenziale si risolve in una progressiva e vertiginosa irresolutezza, non troverò asilo mentale in quel film che, nell’atto stesso di presentarmi le vicende secondo quella successione, afferma la giustizia e l’universalità delle stesse. Starò fuori dal cliché. Inevitabilmente, sentirò che in me c’è qualcosa di sbagliato.
Il personaggio deve necessariamente ricalcare un cliché.
Difficile, in un film, non imbattersi nella Casalinga, nell’Intellettuale, nell’Adolescente scontrosa, nel Ventenne in crisi, nella Cinquantenne con la voglia di cambiare, nel Marito annoiato o nella Donna in carriera. Ognuno di noi è perfettamente riconducibile ad uno dei suddetti schemi, sicché ognuno di noi è l’oggetto di un investimento che scommette sul fatto che ci si identificherà necessariamente con essi. E che, quindi, si trarrà necessariamente piacere dalla visione del film. Questo è il pensiero di chi paga per guadagnarci dopo, tramite film. Di chi ci scommette, sulle crisi d’identità dei promessi spettatori.
Perché investire su questa necessità di identificarsi in qualcosa? Anzi, perché questa necessità di aderire a un modello? Evidentemente, perché l’identità è l’ultima cosa di cui siamo stati finalmente derubati, a scopo marketing. L’identità è in vendita. La signora che va in televisione a raccontare la sua vita con le lacrime agli occhi e la ragazzina che senza vestirsi da capo a piedi di capi rigorosamente Hallo Kitty non esce di casa, sono complici e ignare vittime dello stesso meccanismo aziendale.
E’ il marketing la verità nascosta che definisce il nostro senso ultimo nel mondo.
E le file chilometriche davanti ai botteghini dei vari Odeon e Aurora sono l’esempio compiuto di un’umanità presa per mano e condotta alla morte, con l’ammaliante gentilezza di chi fa del farti sentire speciale un modo per assimilarti alla anonima massa di chi-guarderà-il-film, euro alla mano. Paradossalmente.
Denise Celentano
* Cioè del marketing.
**Come suona male, la parola “industria” accanto a quell’aggettivo.





Non che voglia fare un apologia di reato… ma se non si vogliono fare le file all’Aurora o all’Odeon… c’è sempre la pirateria, per chi possiede gli strumenti necessari.
Ma senza scendere nell’illegale c’è anche l’homevideo che può aiutarci nella scelta. Quelli che fanno le file per vedere i panettoni di natale, i bikini estivi, i film a forma di uovo di pasqua e le nuove zucche halloweeniane cinematografiche, molto probabilmente subiscono l’azione della promozione commerciale in altri campi.
Premesso che penso che in un modo o nell’altro, tutto subiamo l’azione della promozione commerciale, vorrei comunque dire che il marketing si basa innanzitutto sulla conoscenza del proprio “target”. Che brutta parola. Chi fa marketing è di solito un ottimo uditore, un gran psicologo e solo in fine un degno pubblicitario. Il problema è che loro ci studiano prima di produrre. Per cui meglio ci studiano più facile sarà per il grande pubblico immedesimarsi in quelle identità che i loro prodotti ci propongono.
E’ un terreno parecchio insidioso questo perchè se da un lato vi sono studi seri, profondi e multidisciplinari c’è il fine ultimo della persuasione. Dell’esercizio effettivo di un potere, perchè di questo stiamo parlando.
Non bisogna mai dimenticare che ci sono dei modi per svicolare questo genere di azioni. Ovverio non esporsi. Non andare al cinema, non affittare dvd, non scaricare, ecc ecc. Ma in questo modo rischieremmo di perdere delle vere e proprie chicche. Delle opere d’arte come le intendi tu nel tuo post.
Il vero punto cruciale, secondo me, sta nel saper scegliere. Farlo in base ad uno spirito critico che bisogna formarsi con l’esperienza, col tempo, la cultura e, senza dubbio, anche con gli errori. Quando vedi un film che ti ha fatto schifo seppur il tuo “personaggio sociale” era presente e ben rappresentato non ne vedi più di film simili.
Non dobbiamo mai scordarci che fino a qualche decennio fa esistevano filoni cinematografici che facevano della descrizione dei tipi e delle identità esistenti i loro cavalli di battaglia sia nelle commedie che nei film più seri. Il neo-realismo, con tutti i maestri che rientrano in questa definizione, ne è l’esempio più lampante. Non facevano altro che trasporre sul grande schermo i “tipi” della realtà. Quelle erano opere d’arte e sfido chiunque a definirle diversamente. La differenza con quel cinema di oggi, nell’ambito della rappresentazione delle identità umane e sociali, secondo me sta nel fatto che allora le identità venivano descritte. In questo modo gli spettatori non potevano non rimanere sbalorditi riconoscendo nel grande schermo gli stessi atteggiamenti e situazioni che si trovavano ad osservare nella vita di ogni giorno. Il cinema industriale di oggi, invece, non descrive ma impone, con massicce dosi di messaggi promozionali, delle identità. Chi, per qualunque motivo, non ha dalla sua un forte spirito critico tende ad uniformarsi e a riconoscersi in quei modelli. Ma ricordiamoci sempre che non è mai solo forza bruta quella della comunicazione… Gli spettatori potrebbero opporsi con le stesse armi (comunicando) e quando non lo fanno non è solo colpa del marketing ma anche loro. O nostra, se volete. Alla fine ci si trova nella condizione per cui chi ci studia per realizzare dei prodotti comunicativi si trova in mano i dati del “nostro” essere e in base a quelli, spesso, si creano dei prodotti. Un po’ la colpa di questo genere di cinema siamo anche noi che ci uniformiamo così facilmente a quello che ci viene proposto…
(A)lessio
ps. in Italia ci sarebbe anche una questione di finanziamenti pubblici alle spalle, ma è un’altra storia…
retrogrado, anacronistico, superficiale, banale, maccheronico… (l’articolo)
Nn credo che sia la gente che si rifaccia a un modello cinematografico o abbia la necessità di identificarsi in qualcosa. Almeno personalmente credo nn sia questo lo spirito di un semplice spettatore di un film. Dal punto di vista del marketing credo più che altro che siano i produttori che si rifanno alla gente, a cercare e trovare i personaggi più o meno comuni, che possano rappresentare la normale quotidianità (prende i vari film nazional-popolari dei vari Sordi,Gasman, ecc..) E’ troppo semplicistico pensare che un soggetto, minimamente dotato di un intelletto medio, vada al cinema a identificarsi e torna a casa sentendosi Rambo. Credo che oltre alla trama, si nota la colonna sonora, la regia e le inquadrature, l’interpretazione dell’artista e gli effetti speciali (Giovanni può confermarlo,essendo molto più tecnico del sottoscritto in materia).
Gimes sai benissimo che il cinema di sordi, gassman e company non esiste più. Esistono i film che ci fanno emozionare ancora ma quella qualità è diventata cosa oramai rara. Non condivido il fatto che gli spettatori non si immedesimano nei personaggi. Io, sarò un cretino, ma ho un coppolino di lana nero che mi piace un casino perchè è lo stesso di jack Nicholson in “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Esistono negozi che vendono poster e oggettistica di ogni genere legata alla cinematografia che ha fatto la storia. Quello è il prodotto finale delle attività di marketing. Il problema attuale è che questo genere di cose è legato a film dalla qualità scadente. Forse nessuno si sente rambo (ma non ne sono affatto certo) ma di film penosi che influenzano le mentri di milioni di persone nel mondo ci sono e come. Io penso che bisogna avere un forte spirito critico per non emulare certi personaggi. Ma se esistono certi film che fanno incassi stratosferici, gli attori ovunque vanno nel mondo sono accolti da folle impazzite (non solo di ragazzine!) c’è qualche motivo. Sicuramente non è solo perchè sono belli o bravi. Il fatto è che creano delle identità, spesso legate alla ricchezza o a sentimenti tipo il romanticismo o il coraggio (il gladiatore per es, 300, ecc ecc) verso cui lo spettatore medio tende per emulazione. Non si può fare finta che queste cose non esistano perchè sono la grande maggioranza dei casi degli spettatori dell’industria cinematografica attuale.
Per chiudere cito l’esempio del libro Gomorra in cui saviano diverse volte descrive le case e i comportamenti dei boss come copiati letteralmente da personaggi criminali di film molto famosi. Va bene che molto sono grandi film, vedi padrino, pulp fiction, ecc ecc questo non toglie che ci sia qualcosa che non va…
(A)lessio
IO potrei scaricare film e guardarli comodamente seduto a casa.
Ma non lo faccio.
Non mi interessa se nuoce o meno alle Case discografiche.
Negli ultimi tre anni ho visto 180 film!
Conservo gelosamente tutti gli scontrini, è un ricordo!
X Alessio
Saviano descrive la realtà… purtroppo. (Non quella cinematogra.fica).
Ale per il viaggio… ho pensato Giordania.
Sono d’accordo,l’articolo è molto superficiale. Senonaltro perché si tratta di un tema troppo vasto perché le mie quattro righe possano rendergli giustizia. Non ho pensato neanche per un attimo, di poter scrivere qualcosa di approfondito a riguardo.
Retrogrado certo, nella misura in cui lo è tutto quanto non “assecondi” quel concetto così ideologico, occidentale e aziendale che è la Modernità. In questo senso, possedere un iPod è senz’altro più moderno e attuale di questo articolo.
Banale, non saprei: se con questo aggettivo intendi “comune e abusato”, oggi in giro le considerazioni di questo genere corrispondono all’eccezione piuttosto che alla regola: basta guardarsi intorno.
Non era l’originalità l’obiettivo dell’articolo, semmai fornire degli spunti di riflessione che il tuo commento non ha raccolto né ricambiato.
Alessio, sollevi un punto importante: internet è a mio avviso la risposta più opportuna al fenomeno. In internet non c’è un organo centralizzato che selezioni preventivamente le immagini e le parole, in internet non esistono spettatori perché si è tutti in qualche misura “attori” – come dimostra il fenomeno dei blog, ad esempio -, mentre il cinema presuppone l’immobilità fisica e forse psichica dei destinatari. (Ma lungi da me idealizzare internet…anch’esso soggetto all’imperio della pubblicità).
Quello che m’interessava mettere in questione era che ne è dell’individuo in un mondo in cui si usa la parola “target” per definirlo. Al target dello spettatore corrisponde lo stereotipo del personaggio nel film. E l’unico meccanismo che realizza la riduzione a schema dell’uno e dell’altro è quello della produzione. Questa assurge ad autore e regista. Questa, con l’obiettivo che le è proprio, non può rappresentare un semplice elemento fra quelli che contribuiscono alla creazione del film, ma la vera protagonista, dal momento che sceglie cosa e come, sempre ligia nell’obbedire al diktat del cliché: essa sa che non rispettarlo equivarrebbe al flop nei botteghini. Il film deve raccontare il più possibile la medietà, il potenziale spettatore che lo guarderà, e in questo consisterà il suo successo. E il suo senso. Raccontare la solitudine, la depressione, il suicidio, l’inettitudine, lo smarrimento senza redenzione, tanto per fare un esempio, porta quasi necessariamente al fallimento.
“L’arte per l’arte” è il motto che meglio contraddice tutto questo.
E non è possibile aggirare il nemico semplicemente non acquistando il dvd, non andando al cinema, spegnendo la tv. Essi come sappiamo sono ormai fenomeni di costume, decisi dai centri di produzione di cui sopra. Il mondo è intriso di cinema, tv e quant’altro. Ormai, neanche chi non la possieda in casa non può liberarsi della “scatola nera”: spegni la tv e la vedi per strada nei modi in cui esiste la gente, nel modo in cui la città si presenta addirittura.
Ma mi rendo ben conto che ci sono quelle che tu chiami “chicche”. Il mio articolo effettivamente espone una visione piuttosto unilaterale e apparentemente settaria. Avrei dovuto dedicarvi più di una riga.Io non voglio sostenere che il cinema è un immondezzaio. Ma solo riflettere sul fatto che la maggior parte dei film hanno un retroscena commerciale che li tradisce.
Per gimes: non volevo dire questo, assolutamente. Volevo appunto dire che “sono i produttori che si rifanno alla gente”, come tu hai affermato. E che questo basarsi sulle statistiche come operazione preliminare e necessaria alla messa in opera di un film, porta alla stereotipizzazione sfrenata e alla conseguente creazione di un mondo fatto di cliché ma non di persone. Il microcosmo cui dà vita tutto questo (oggi macrocosmo, direi) induce a sostituire l’identità con lo stereotipo (nel film) e al tempo stesso a creare delle nuove identità il più possibile conformi al modello (nel “mondo”).
Riconosco comunque di non essere riuscita ad esprimermi come avrei dovuto. Attribuisco perciò tanti fraintendimenti a me, e non ai lettori.
bah sperò che l articolo si riferisca ad un certo tipo di cinema…e allora sono d accordo…anche se st articolo(cn tutto il rispetto) è un po inutile ste cose le sappiamo già….cmq figghioli nn è vero che i film sono scadenti…sono scadenti in italia…e io sarò paranoico ma uno dei maggiori assassin del cinema italiano si chiama Silvio Berlusconi…i grandi film ci sono ancora..E persino holliwood ogni tanto ne tira fuori qualcuno(il petroliere è un capolavoro)…cmq l articolo si è vero è un po superficiale…..”in genere il cinema predilige il populismo” sta frase è sinceramente illeggibile…(e sono educato sennò userei altre parole)-sono troppi i film che sn andati contro il senso comune…film che sono andati piuu avanti di quanto la letteratura abbia osato!!!!!…..poi l immedesimazione….dipende come dice alessio in chi ti immedesimi,,…l immedesimazione sta alla base della letteratura oltre che del cinema!!!!!!ed è na cosa meravigliosa…,…”la trama è un clichè”bah,,,,,spero che ci si riferisca solo ad alcuni film senno credo che in quest articolo si è dato sfoggio di luoghi comuni…e sopratutto che l autore nn ha mai visto un vero film in vita sua,…
Trovo molto interessante la risposta del sig Giovanni Modafferi.
Sfido chiunque a parlare del cinema italiano in modo non “maccheronico”.
Banali sono le trame, banali gli spettatori.
Banale forse è il cinema che ha ormai raccontato tutto e ri-vissuto la nostra storia, interpretandola, dunque modificandola per lasciarla ingurgitare agli ignari spettatori..che vedendo ad esempio il poliziotto stringere la mano al “boss” della mafia, quasi si commuovono.
Piu che trovare ridicolo l’articolo, trovo ridicolo il voler attribuire a qualsiasi forma artistica perforza un contesto, un senso un fine, una catalogazione, o una giustificazione che sia.
Ci sono artisti che cagano nelle boccette di vetro ed espongono la loro “merda d’autore”.
Ci sono artisti che descrivono con due semplici parole “l’infinito”.
Ci sono gli artisti che si permettono di criticare l’operato altrui..
ma sempre dandone una giustificazione e un senso.
Alfio
Ma denise il problema nn è che il cinema sia o nn sia un immondezzaio…Son d’accordo che per una buona parte e per un certo genere lo è. Son proprio quei termini di “populismo” e “clichè” che nn lego al cinema,nella sua maggioranza. Il problema nel creare un ideale o una simmetria con i personaggi cinematografici è giustamente come dici tu un problema più sociale, che solamente collegato al cinema spazzatura che tu intendi. Ci si rifà anche ai personaggi dello spettacolo, ma anche ai calciatori e al loro modo di vestire,ecc… credo appunto che il problema sia molto più complesso, del manifestare e collegarlo al cinema e alla presunta “immobilità psichica dei lettori”.
Alessio comprare un gadeget,un poster, una maglietta che riconduca a un film è un conto,ma nn per forza xhè ci si immedesi nel film o nel suo protagonista, ma può anche essere perchè è piaciuta quell’interpretazione o quel relativo attore. Son contanto che usi il cappellin come jack nicholson in qualkuno volo… nn guardare Shining però sennò da domani vai in giro con l’ascia, ihihihih
Tutti questi commenti da esperti di cinema hanno svicolato il discorso dall’intento principale dell’articolo di denise. Mi viene da chiedere se avete svicolato perchè non avete colto… Se si parla di cinema… si l’articolo è superficiale ma a me sembra di aver capito che il discorso cardine dell’articolo riguarda il modo il cui l’identià, intesa come modo di porsi degli esseri umani nel contesto in cui vivono, viene rappresentata e quindi influenzata dall’industria cinematografica. Noi tutti che stiamo commentando questo articolo su internet siamo un esempio pratico di come la rete esalti le individualità di ognuno di noi che non si “piega” al messaggio principale e anzi lo discute e lo ribatte avendo a disposizione più o meno lo stesso spazio e la stessa visibilità. Con i film non è così. E’ vero che il loro obiettivo ufficiale non è quello di informare (ma non sono affatto convinto di questo) e che è, fondamentalmente, un prodotto di intrattenimento e in quanto tale può non piacere ed essere discusso. Ma quando ci fa schifo un film siamo in grado di produrne un altro? siamo in grado di replicare ai messaggi di chi produce e veicola quel prodotto? siamo alla pari con loro? No di certo. Con questo voglio porre l’accento sulle modalità di fruizione e di esercizio sociale della propria identità! Oramai tra dvd, emule, sky e compagnia bella non andrebbe nessuno più al cinema se non ci fossero questi loschi figuri che ci studiano, ci analizzano e producono messaggi che ci convincono ad andare nelle sale. E’ vero, c’è ancora chi come salvatore va al cinema per un onesto piacere da grande schermo ma in questo caso il film non è l’unico protagonista della fruizione il valore del contesto è molto alto in questi casi. Ma quando i messaggi non ci convincono a dovere diventano invadenti e massicci. Non solo nella loro diffusione e quantità ma anche, e soprattutto, nel loro essere subdoli nel loro mirare a senzazioni intime. Fino a qualche tempo fa il cinema descriveva realtà o sogni. Li creava a volte ma non sulla base, per esempio, di come sistemare dei prodotti al suo interno, quello che si chiama adesso product placement e che striscia la notizia una volta chiamava “pubblicità occulta”. Quì vedete come il messaggio, le parole influiscono parecchio nel modo in cui le cose (che rimangono uguali) si pongono nei confronti dei ricettori di questi messaggi. Il discorso è più che complesso. Non è facile trattarlo in questi spazi ma neanche in quelli più grandi e non riguarda solo la qualità dei film ma il modo in cui noi veniamo rappresentati su quegli schermi. Proviamo a ragionare su questo perchè che le rappresentazioni vengano fatte, adesso, sulla base del nostro essere homo-economicus è a dir poco certo. Esistono ancora delle nicchie dove il cinema è fatto per essere cinema oltre che un prodotto commerciale (il film in se non può essere scisso dall’essere un prodotto da vendere sennò ogni film sarebbe visto da 3 persone, 4 al max). Il problema è che portare a grandi livelli la qualità e sempre più difficile per cui i grandi incassi li fanno solo i film che veicolano immagini più che stereotipate dell’uomo sociale, quando ci sarebbero ben altri prodotti che meriterebbero incassi anche maggiori dando strumenti per ragionare su certe immagini piuttosto che imporle e mostrarle come preconfezionate.
@micuzzeddu
il fatto che tu dici che forse chi ha scritto l’articolo non ha mai visto un vero film ti iscrive di diritto in quella categoria di stereotipi che la produzione di immagini e suoni in movimento produce nelle sue fruizioni sociali. Con questo non nego che anche io sono la proiezione di diversi stereotipi ma vorrei farti notare come nella società si sia creata la figura del purista del cinema che è rappresentata in un’infinità di film. Potrei prendere come esempio uno dei due protagonisti di clerks, non so se conosci, quello che lavorava nella videoteca appunto anche se aveva gusti un po’ diversi dai tuoi. Il punto è proprio quì. Quanto quelle immagini influenzano il nostro essere e se dovesse essere alto il risultato allora c’è da rendersi conto che il 95% di quelle immagini (della filmografia moderna intendo), che sfruttano determinate modalità di fruizione, sono influenzate da bisogni di tipo strettamente commerciale e non è detto che siano sempre dei giusti bisogni anche per la società.
(A)lessio
Ps. – io conto molto sulla rete perchè è il paradiso delle nicchie. Dove ogni arte prodotto immagine ecc ecc ha la possibilità di competere per l’attenzione dei navigatori alla pari di tutte le altre e questo vale anche per il cinema. Se non ci fosse la possibilità di uploadare in alcuni siti film, trailer, cortometraggi e tutta una serie di cose quei prodotti rimarrebbero per forza di cose confinati negli scaffali di chi li ha prodotti senza uscire dall’uscio di casa…
Ma il punto del post è chiaro,anche se un pò contorto.ma allora dico io; se leggi un libro che nn ti piace,che fai? o continui o chiudi e stop…se ascolti musica politicizzata anti-qualcosa che fai…cambi…. o continui..Purtroppo i messaggi indotti, da ogni dove ci bombardano la mente, ma è proprio questo concetto di uomo che nn lo percepisce, quasi idiota, che abbocca ad ogni cosa, che nn condivido. Sarebbe stato forse più appropriato legare questa dissolutezza con i programmi televisi in generale,quei reality più seguiti del cinema, a render meglio l’idea, perchè puntano davvero su un “target” scadente e popolare. In ogni ambito si fa una determinata cosa per piacere in primis a se stesso,ma anche agli altri, ma dall’ambito culturale a quello sportivo, ogni cosa ha un fine semi-commerciale al giorno d’oggi. Il problema è davvero vastissimo,nn rende merito però contestualizzarlo contestando il cinema in generale (anche se ripeto in alcune sue forme scadente).
nn centrerà nulla con l’articolo, cmq al di là di tutto, 7 euro per vedersi un film sono troppi soprattutto per i cinepanettoni e per una famiglia di 4 persone
p.s. se gli articoli mediocri suscitano tante critiche allora vi consiglio di scriverne tanti
ma quale purista…quando dico nn “nn ha mai visto un film decente in vita sua” nn intendo iscrivermi in nessuna categoria di puristi del cinema…dico che se si scrivono certe cose che peccano di superficialità è perchè evidentemente nn si è trovata una certa soddisfazione nel vedere dei film.oppure come penso io che nn si sono visti altri film che quella soddisfazione l avrebbero data…mi dispiace smentirti ma nn sono diventato “purista del cinema”dopo essermi immedesimato in qualcuno visto nei film e nn conosco sto clerk….cmq sono convinto che questo articolo sia un pò superficiale…e resto convinto che valga ancora la pena di andare al cinema nn per vedere film “la cui storia ricalca un clichè” ma per vedere film seri…ci sono film validi in giro(la banda mehinof..per esempio) poi qualcuno nn li vede e scrive st articolo…e cmq dico superficiale per una motivazione precisa:dà per scontat che la gente sia stupida e vada al cinema per vedere cacate…cosa che in parte
è vera ma nn si puo estendere a tutti..e poi è molto superficiale sul fatto dell immedesimazione….l immedesimazione nn puà ridursi a un fenomeno negativo..lo puo essere in certi frangenti..inn altri è sacrosanta e positiva..l autore da ancora per scontato che le persone si immedesimino nei personaggi piu effimeri e vuoti…cmq per il signor giovanni….invece di scrivere solo giudizi argomentali!!!!!!!
in definitiva credo che l articolo privilegi un unico aspetto del cinema strafottendosene degli altri..quello che scrive denise su alcuni punti è assolutamente vero ma nn basta a descrivere una realtà complessa come quella del cinema…..
Dopo tante critiche, mi è passata la voglia di ribattere, tant’è che sono pure d’accordo: secondo me l’articolo è pure qualunquista.
Mai inviare un articolo che non si è riletto abbastanza volte e di cui non si è in prima persona convinti.
Che dire, me ne farò una ragione…
Saluti
@Assì
La saggezza popolare… quanto hai ragione… per tutti quelli che hanno commentato è un articolo mediocre… ma è uno di quelli con più interventi… vorrà dire qualcosa???
@Denise
Sai che puoi mandare articoli quando e come vuoi. Tieni presente che siamo su internet per cui le critiche arrivavo più facilmente e hanno dei toni più accesi che nella realtà. Avevo anche previsto che si sarebbe sviluppata una discussione a riguardo. E’ una cosa che riguarda lo strumento che stiamo usando. Se osservi le dicussioni fatte tra me tale Diego C, oppure nel post di giovanni sulle occupazioni universitarie o nel post sul ruolo della polizia italiana i toni sono anche molto più accesi di questi, per cui non preoccuparti delle critiche.
@tutti gli altri
In questo articolo si è preso il cinema come esempio. Si è generalizzato, è vero, ed è per questo che tutti noi abbiamo sentito la voglia di esprimere la nostra, ma ancora è troppo poco, eheh. Si sa che quando si generalizza c’è sempre chi sente il bisogno di distinguersi. Sentimento sacrosanto! Per quel che riguarda il tema trattato ha ragione Gmes quando dice che l’influenza delle strategie di marketing è anche più forte in altri ambiti della comunicazione ma Denise ha sollevato il problema nel cinema con tutte le critiche che volete ma il problema esiste e persiste (Magari in altri articoli potremo considerare la questione nell’ambito calcistico o televisivo, ma adesso si stava parlando di cinema). Perchè è vero che esistono buoni film… ma l’art si riferisce a quelli che vanno al cinema a vedere film come si usa dire “molto commerciali”. Tra l’altro si citano due nomi di attori che da soli rendono l’idea di che genere di film si stia parlando. Non va bene generalizzare ma neanche fare finta che certe cose non esistono e che non sono la maggioranza del fenomeno. Se non fosse per i kolossal pessimi, e per gli aiuti di stato, le sale cinematrografiche avrebbero già chiuso. I film di qualità che rispondono meno a logiche commerciali e che non sono costruiti, almeno apparentemente, sulla base di ricerche di marketing non possono sostenere un mercato come quello cinematografico. Questo è innegabile. Per cui, siccome non si vuole essere elitari bisogna considerarlo il fatto che il grosso del “cinema”, grosso lo intendo in termini di visibilità e non di qualità o diffusione, è costituito da prodotti fondati su bisogni commerciali e non artistici. Ed è in questo ambito che bisogna discutere di come l’identità delle persone viene espressa tramite suoni e immagini.
@micuzzeddu
Vediti clerks che ti ammazzi dalle risate!!!
(A)lessio
tante critiche, ma mi sembra il post piu letto di tutti ghgh
@denise
Credo che le critiche (tranne qualcuna pittoresca,ih) facciano sempre bene…Il post è stato discusso,perchè scritto in modo avvolgente e critico, e ha ricevuto molte critiche sul parallelismo cinema-identità-immobilismo dello spettatore… Credo che l’argomento principale della soggettività e della mancanza di personalità della gente,cioè assimilazione di ciò che ci inonda il mondo esterno senza reazioni, lo conosci parecchio bene, sarebbe un peccato nn ribattere su questo argomento, o quantomeno continuare a scrivere sulla “identità rubata”.
Per quanto riguarda la mediocrità del post concordo col grande assì, se il post fosse stato talmente mediocre,nessuno interverrebbe, invece nn è stato così. Continua così,perchè gli argomenti che smuovono le coscienze (e le tastiere) li hai trovati
Assì tu se il classico spettatore in prima fila dei cinepanettoni…Quest’anno in “prima linea” insieme…heheehhe Saluti
clerks e clerks2 sono dei veri capolavori (trash)….fanno morire dal ridere peccato che nn hanno avuto un gran successo al botteghino
in clerks2 vi consiglio la scena “dell’erotismo interspecie” un taglio tremendo…questi sono film, risate a crepapelle
Ho letto poco proprio fa sull’Internazionale di questa settimana un articolo apparso sulla rivista russa EXPERT di un taledi nome Anton Dolin sul tema di qusto articolo. Il russo prende in considerazione 2 film attuali ma di “qualità” molto diversa secondo lui. Leggete alcune frasi che ha scritto:
“Mentre il mondo cambia costantemente, il cinema continua a far quello ha che ha sempre fatto: cercare eroi. I produttori tentano la strada della sociologia, ma un po’ alla cieca. A volte ci riescono, e il loro successo smentisce i luoghi comuni sull’appiattimento del gusto del pubblico” – La questione che esistono dei film di qualità e molto commercial-oriented; i produttori che si danno all’analisi sociologica; il pubblico è anche critico, ma non sempre.
“Ormai per conquistare il cuore delle masse bisogna essere molto più ambivalenti”.
“Dovendo scegliere…il grande pubblico preferirà l’agente 007. Non tanto per il suo fascino, ma per l’enorme campagna pubblicitaria fatta al film” – La potenza della promozione commerciale con tutto quello che ha alle spalle…
“…invece di dare una un’interpretazione definitiva dell’”uomo dai mille volti”, hanno raccontato in modo scrupoloso come il personaggio riuscì a fagocitare la persona” – Di come il modo di che una persona ha di rapportarsi con la collettività possa sovrastare la sua individualità.
Volevo rendervi partecipi delle idee di questo tizio.
@Assì
Clerks2 conferma in pieno come il secondo della serie fa sempre più schifo del primo che invece fa ridere davvero.
(A)lessio
Alessio “nn si può far finta che certe cose esistano”… sono assolutamente d accordo…il problema del cinema come “industria” è antico e allo stesso tempo sempre contemporaneo…l importante è dire che ci sono ancora motivi per andarci e soprattutto nn pensare che esista solo na massa di rincoglioniti che vanno al cinema per imitare quelli che lo fanno….sennò si svilisce il cinema stesso e si svilisce la gente seria che va al cinema solo per riflettere e(e ovviamente godere di immagini e suoni)
mah io non so dove si voglia andare a parare, sia nell’articolo che nei commenti, quindi mi adeguo e scrivo pure io qualche frase in libertà sul cinema. come al solito diffido da chiunque si voglia “ergere”, “ergersi” a cosa poi non si sa…
La cosa che mi preme di più è consigliare ad assì oltre i 2 clerks pure gli altri film di kevin smith: “jay e silent bob fermate hollywood”, “dogma” e “generazione x”.
Secondo punto: sono sicuro che tutti quelli che hanno pontificato di cinema che è scadente in italia eccetera sono i primi che si tagliano a vedersi uno yuppies o un eccezziunale veramente. il cinema trash che spopola nel nostro paese è la fotografia reale dell’italia oggi, che è poi è la stessa di sempre, come al solito questi film avranno una rivalutazione tra qualche anno, com’è capitato a quelli di totò e alla commedia all’italiana. Un esempio su tutti: “il sorpasso”, considerato oggi unanimemente forse il capolavoro assoluto di dino risi: se fossimo vissuti 40 anni fa forse lo avremmo considerato (come tutti i grandi critici dell’epoca) un filmetto scemo, con una trama piena di clichè, con 2 protagonisti-maschere come un quarantenne annoiato e alla ricerca di emozioni e un intellettuale timido, con una colonna sonora composta da una serie di canzoni che erano i tormentoni di quelle estati, con gassman che qualunquisticamente dice che non capisce garcia lorca e che il vecchio frac di modugno è il massimo della profondità, e che “tu l’hai vista l’eclisse di antonioni? io c’ho dormito, na bella pennichella… bel regista antonioni!” insomma un film di bassa qualità.
Passano gli anni e chi realmente ha vissuto quell’epoca lo rivede e dice che in quella piccola avventura on the road si descrive alla perfezione il boom. Fra qualche anno sarete tutti degli intellettualoidi che si spelleranno le mani davanti alla retrospettiva dell’opera di boldi al festival di Venezia.
Ultima cosa: non sono le persone che sono influenzate negativamente dai film ma è l’esatto contrario, e mi pare ovvio giungere a questa conclusione nel momento in cui si introduce nella discussione il concetto di target e spettatore medio.
chiedo scusa per le sconnessioni logiche del discorso ma ho scritto al volo premettendo che si tratta comunque di parole in libertà.
ma il signor Modafferi dov’è finito?
Non è che sta girando qualche film?
minkia eccezionale veramente, yuppies e compagnia bella mi fanno morire dalle risate. Ma sono caricature di un certo tipo. Il punto è proprio questo. Come mai non hai portato come esempi Indipendence day? Titanic e compagnia bella? La risposta probabilmente è anche la spiegazione a tutto il resto del discorso…
(A)lessio
non li ho portati semplicemente perchè parlavo di cinema italiano.
poi comunque se dobbiamo parlare di titanic o indipendence day, yuppies ed eccezzziunale veramente sono molto superiori
bravo… hai centrato il punto. Perchè yuppies & co. sono meglio di Titanic, Indipendence day, nothing hill, ecc ecc ??? Secondo me perchè fannop una caricatura di alcune realtà mentre gli altri film citati cercano di imporre esagerazioni di una realtà come modelli.
(A)lessio