Onda su Onda, lontano mi porterà…

mercoledì, 24 dicembre, 2008
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au-tour-de-desjoyeaux_actusNon so se vi è mai capitato di sentire di strani nomi come Boc, Vendée Globe o Artemis Transat, ebbene sono tutti nomi di alcune delle più prestigiose regate veliche oceaniche.

Oggi vi voglio parlare di quella che sicuramente è la più folle di queste particolari regate, la Vendée Globe. Si tratta di una competizione che prevede la in solitaria della terra con partenza e arrivo a Les Sables D’Olonne in Vandea, Francia. Prima, però, voglio fare un breve accenno ad altre importanti regate così, giusto per dovere di cronaca.

Il Boc Challenge è il giro del mondo in solitaria a tappe diventato poi Around Alone e oggi Velux 5 Oceans. Si chiamava Whitbread, adesso è la Volvo Ocean Race, la più tecnica e impegnativa intorno al mondo a tappe per equipaggi mai realizzata su monoscafi.

pho_vendee_mapIl 9 novembre scorso è partita l’edizione 2008 della prestigiosa Vendée Globe. Questa regata, che si svolge ogni 4 anni, vede coinvolti scafi monocarena la cui lunghezza non supera i 60 piedi (poco più di 18 m), non prevede scali e partendo dalla Normandia discende l’Atlantico, doppia in sequenza i 3 capi leggendari dell’emisfero australe ovvero quello di Capo Horn, di Leuuwin e di Buona Speranza per poi risalire nuovamente l’atlantico verso la Manica. Il tutto, quindi, dopo aver solcato senza alcun supporto tecnico, oceani come quello Pacifico, Indiano e Atlantico appunto, per una durata complessiva non inferiore ai 3 mesi.

La regata definita da molti come “l’Everest del ” fu istituita nel 1989 da Philippe Jeantot e da allora è considerata l’obbiettivo finale di ogni velista oceanico. Nomi come Cape Horn e Cape of Good Hope appartengono alla storia della navigazione, consegnati alle leggende che da secoli fanno da sfondo alle imprese dei grandi navigatori del passato. Capo Horn è situato all’estremo della Terra del Fuoco ancor più a del famigerato Stretto di Maggellano e Capo di Buona Speranza, a cavallo tra l’Atlantico e l’Indiano, nel cui tratto di mare antistante si dice che nelle notti di tempesta sia possibile avvistare il vascello fantasma del Flying Dutchman (“pirati dei caraibi-la maledizione della prima luna” vi dice niente? è solo un rimpasto della leggenda dell’Olandese Volante).
La VG è una lotta non solo tra i partecipanti alla gara ma anche contro il tempo per la ricerca di nuovi record, anche se chiunque partecipi a tale regata sa benissimo che concludere un’impresa di tale portata è già di per se una vittoria.

E’ di ieri la notizia apparsa sulla Gazzetta dello Sport di un malaugurato incidente accorso ad uno di questi temerari: frattura del femore e impossibilità di muoversi al punto di non riuscire a raggiungere la morfina nel cassetto di pronto soccorso, ma abbastanza vicino al satellitare tanto da poter comunicare le proprie condizioni e chiedere aiuto.

Partecipare ad una simile impresa richiede finanziamenti ingenti, una preparazione atletica importante, il dover vivere in spazi angusti, alterare il ciclo sonno-veglia, sottostare a condizione meteo estreme (si sfiora il ), richiede una tempra mentale che solo pochi hanno la fortuna di possedere. Passare 3 mesi in solitaria di per se non rappresenta un ostacolo così ostico da superare, ben diverso è, invece, l’essere pronti nel saper trovare soluzioni adeguate a situazioni di pericolo nel minor lasso di tempo possibile: freddezza e lucidità dunque. E’ forse proprio questa la più grande prerogativa di uno sport come quello della , il dover scegliere, e scegliere subito per il meglio. Si potrebbe obbiettare dicendo che tale ragionamento lo si potrebbe applicare anche ad altri sport, ma in quanti altri vi potrebbe capitare di decidere se virare per evitare una collisione oppure decidere se orzare o poggiare nel caso di una raffica di vento per evitare di scuffiare, insomma le variabili sono tali e tante che questo istinto lo si deve sviluppare da subito e non per primeggiare, ma per restare semplicemente in gioco.

Mi ritorna in mente quella memorabile impresa portata a termine da Giovanni Soldini quando a bordo del suo Fila, nell’Around Alone del 98 cambiò rotta per soccorrere la francese Isabelle Autissier che si trovava alla deriva nelle acque gelide dell’antartico, lontano da ogni rotta commerciale, impossibile da raggiungere per ogni altro tipo di nave che non fosse una rompighiaccio e dunque destinata a perire se non fosse stato per questo nostro capitano coraggioso.

vendee_globeIl primo italiano a circumnavigare il globo in solitaria da Est verso Ovest è stato Ambrogio Fogar a bordo del Surprise, uno Sloop di poco superiore alla decina di metri. Prima di lui ci erano riusciti soltanto Joshua Slocum e Sir Francis Chichester. Sempre Fogar nel 1978 subì l’affondamento della sua imbarcazione che venne probabilmente colpita da un’orca oppure da una onda anomala (non si sa realmente come siano andati i fatti) e affondata nel giro di pochi secondi al largo delle isole Falkland nel Sud dell’Oceano Atlantico. Fogar riuscì a sopravvivere per 74 giorni in una zattera autogonfiabile di salvataggio portando con se solamente un po’ di zucchero e un pezzo di pancetta. Con lui c’era il suo amico e compagno di viaggio, il giornalista Mauro Mancini che morì di polmonite due giorni dopo che i soccorritori li ebbero individuati e tratti in salvo.

Probabilmente mi sono lasciato un po prendere la mano, sarebbero veramente tanti, troppi gli aneddoti che si potrebbero raccontare sulle imprese di questi folli per i quali a volte, provo sinceramente un po’ di invidia. Questo mio breve post non voleva altro che essere un invito a stimolare la vostra fantasia e a spingervi ad avvicinarvi ad un mondo, quale quello della vela, nel quale l’amore per il mare e la natura in genere, può aiutare a riappropriarsi di una dimensione della vita meno alienante di quanto non sia quella di una “società economica” come la nostra.

P.S. buon Natale a tutti!

M. C.

Per saperne di più:

http://www.vendeeglobe.org/en/

http://www.federvela.it/

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2 Commenti »

Giovanni Greco dice:

Auguri di un sereno Natale ed un felice 2009.

Ken Curatola dice:

Vi avverto subito che dato l’argomento questo commento rischia di diventare lungo…

Io sono un appassionato di vela, non mi definisco velista, mi sono avvicinato per caso, eppure non riuscirei più a farne a meno…

Le imprese che abbiamo letto nell’articolo sono impressionanti, eppure nel mio piccolo posso capire quale possa essere la gioia di finire una regata, di rientrare in darsena stanco e soddisfatto anche solo d’aver finito.

Il mondo della vela è questo, viene visto come un posto snob o d’elite ed in parte è vero, purtroppo in italia, ma sono sempre di più gli appassionati che si avvicinano…

Invito chi leggerà quest’intervento a provare anche solo un paio d’ore sia su una barca piccola che una grande, non importa l’importante è provare. ;)

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