Dossier Isola di spazzatura – Adesso tocca a noi!
Viviamo il rischio concreto di mangiare la plastica che noi stessi gettiamo in mare. Bisogna senza dubbio trovare una soluzione a questo problema.
Questo pericolo, però, non è riconosciuto dall’interezza della comunità scientifica mondiale. Diversi biologi, pur condividendo l’allarme, ritengono che il problema non sia così drammatico e quindi non ne parlano con toni critici. Secondo questi studiosi anche l’Albatros “ripieno di plastica” non digerita che fu usato nella campagna di sensibilizzazione di Greenpeace non è una prova del fatto che la plastica stia entrando nella piramide alimentare. Quell’uccello selvatico è generico simbolo delle minacce dell‘inquinamento da plastica. Dicono loro. Ma cambiare le parole usate non sminuisce di un briciolo il fatto. Cioè che “l’inquinamento da plastiche” è un cancro che abbiamo regalato al nostro pianeta e lo attestano i numerosissimi studi, sugli effetti dell’inquinamento della plastica, pubblicati periodicamente sulle maggiori riviste scientifiche del mondo.
Non è possibile eliminare tutti i rifiuti che sono in mare perchè sarebbe un’operazione troppo costosa e che distruggerebbe ancora di più l’ecostema. Inoltre sarebbe necessaria una spesa folle per poterci riuscire e nessuno ha la volontà di spendere per una cosa del genere.
Le uniche solizioni che possono essere prese se si vuole veramente ridurre il problema sono per forza di cose drastiche perchè imponente è la questione. Secondo Charles Moore gli uomini devono incominciare a fare dei sacrifici abbandonando le proprie “dipendenze da consumo“.
Una delle soluzioni più concrete per far si che questo genere di fenomeni della civiltà non si aggravi potrebbe essere quello di cambiare completamente la produzione della plastica, utilizzado materiali biodegradabili. Esistono anche materiali molto simili alla plastica che possono disperdersi in maniera naturale nell’ambiente ma vengono usati pochissimo!
Un primo passo importante già sarebbe quello di evitare di consumare plastica. Il meno possibile per lo meno e cercare di consumare qualche tipo di plastica per lo meno riciclabile visto che non tutte lo sono.
Consumare meno e meglio sono i modi migliori per estirpare alle radici i rischi derivanti da questo mare di rifiuti di plastica.
Ma esistono anche città, come San Francisco, che si trova proprio su una delle coste più vicine al Pacific Garbage Patch, che vogliono vietare l’uso e la vendita delle buste di plastica. Non so se ci siano riusciti.
Non bisogna sottovalutare di una virgola quello che ognuno di noi può fare e su cui può influire (anche in termini collettivi e sociali) e non solo individuali) per evitare di accelerare un processo che è pericolosissimo per la natura e l’umanità!
Alessio Neri
…fine.
Fonti:
- Plastic turning vast area of Ocean into ecological nightmare; Santa Barbara News-Press, 27oct02, Charles Moore
- Trashing the oceans; U.S. News & World Report, 04nov02, Thomas Hayden
- The trash vortex; Greenpeace International
- Across the Pacific Ocean, plastics, plastic, everywhere; Natural History magazine, nov03, Charles Moore
- L’isola dei rifiuti; La Nuova Ecologia
- Nel pacifico l’isola della spazzatura per l’80 per cento formata di plastica; laRepubblica.it, Luigi Bignami
- The world’s rubbish dump: a garbage tip that stretches from Hawaii to Japan; The Indipendent, 05feb08, Kathy Marks – Daniel Howden
- Sea of trash; The New York Times, 22jun08, Donovan Hohn
Per saperne di più:
- Plastiche biodegradabili
- I limiti dello sviluppo sostenibile






Non mi dispererei… tra qualche anno per comprare 1 ton di plastica usata ci vorranno 3-400 €, e allora si che andranno a ripescarla