Punti interrogativi





Questo articolo vuole essere una risposta (o meglio tante domande) ad un articolo apparso su La Gazzetta del Sud il 6 gennaio 2009 dal titolo “Variazioni del clima senza : fenomeno a responsabilità limitata”

effetto-serraNon avendo alle spalle né abbastanza anni di ricerca né un bagaglio d’esperienza paragonabile a quello del Prof. Mainieri, mi limiterò a porgere delle domande aperte, domande riguardanti problemi, quanto mai attuali, dei quali molti da tempo hanno iniziato ad occuparsi e sulle cui implicazioni sempre più persone, non solo studiosi o ricercatori, vorrebbero conoscere maggiori dettagli.

L’articolo inizia con un’introduzione sul famigerato effetto serra, sul perché si verifichi e su quali siano gli effetti che generi. Esso viene descritto come un “fenomeno naturale“, cosa assolutamente non falsa, e a tal proposito la prima domanda che mi sorge spontanea è: negli ultimi decenni, dato il progressivo accumulo di gas serra in atmosfera, derivanti prevalentemente (ed è innegabile) da attività umane, è ragionevole sostenere che si tratti di un fenomeno totalmente naturale? Cioè che si sarebbe manifestato nello stesso identico modo anche se noi umani non fossimo esistiti?

effetto_serraPiù avanti viene spiegato come l’effetto serra non sia un qualcosa di statico e sempre uguale, e che la sua funzione mitigatrice sia indispensabile per la vita sulla terra, almeno nelle forme che conosciamo. Altra domanda a proposito: assodato che le emissioni o concentrazioni di gas serra in un punto dell’atmosfera si ripercuotono uniformemente su tutto il pianeta, fatta esclusione per le polveri sottili o i fattori di inquinamento locale, quali sarebbero, ammesso che non si stiano già manifestando, gli effetti di un effetto serra sbilanciato e che pertanto non garantisce più l’equilibrio?

Più volte lungo l’articolo si utilizza il termine compensazione, sul cui reale significato tuttavia ho varie perplessità.

Il concetto di compensazione ha una propria validità e risulta scientificamente attendibile nel caso in cui gli ambienti siano imperturbati, pertanto capaci di dare e ricevere in misura equa ed equilibrata. Ma è difficile che si verifichi il caso assurdo in cui la componente naturale, da sola, riesca a rimediare, per mezzo dei propri cicli e delle proprie attività biologiche, chimiche e fisiche, i danni provocati da attività ascrivibili all’attività antropica. Per questo mi sorge un’altra domanda: non sarebbe opportuno distinguere, rigorosamente, le fonti naturali di co2 e di gas serra in genere, da quelle artificiali derivanti dall’attività umana?

pinatubo91_eruption_plume_06-12-91_medMi riferisco al discorso dei vulcani, responsabili di buona parte delle emissioni di co2 in atmosfera, attraverso il quale si tenta spesso (non sempre in buona fede) di “sminuire” l’impatto dell’influenza umana sui reali o presunti cambiamenti climatici, dimostrando che alla fine la natura inquina più di noi. A tal proposito tempo fa mi è capitato di leggere i dati di uno studio di Robert Wright e Luke Flynn (Università delle Hawaay), pubblicato sulla rivista Geology, che dimostrava come in confronto a quella umana, l’incidenza negativa dei vulcani è di gran lunga inferiore, pur contribuendo all’innalzamento della temperatura. .

In merito al sensibile incremento di anidride carbonica in atmosfera negli ultimi 150 anni, poche righe dopo si legge: “Si può ritenere, ma non è stato dimostrato, che tale aumento sia da correlarsi alla crescita industriale e, in particolare, allo sfruttamento dei combustibili fossili. Vi sono però, altre ipotesi. Neanche è dimostrato che questo aumento di co2 in atmosfera impatti sulla temperatura del pianeta”.

effettoserraNel ringraziare il signore onnipotente che, a parte qualche imprevedibile pazzia metereologica, ci sta concedendo ancora del tempo per limitare i nostri impatti nocivi, io adesso mi chiedo: visto e considerato che l’alternativa alle fonti fossili è inevitabile, e questo a prescindere dal loro impatto ambientale, dato che tutte sono più o meno in via di esaurimento, come potremmo mai affermare che in coincidenza ad un secolo e mezzo di crescita esponenziale delle nostre emissioni in atmosfera, la terra stia mettendo in atto dei cambiamenti naturali, indipendenti dalle nostre fabbriche, dalle nostre auto e dai nostri rifiuti? E’ onesto non includere, nella giusta misura, le nostre attività nel bilancio dei cambiamenti globali?

vignetta-al-goreQuando sento e leggo certe argomentazioni, anche un pò provocatorie, resto sempre parecchio sbigottito, e non solo perché a volte l’evidenza va ben oltre qualsiasi disquisizione prettamente scientifica, ma soprattutto perché ho sempre il timore che possa esserci qualcuno a cui faccia molto comodo una visione così approssimativa di una realtà che invece andrebbe analizzata e studiata a fondo, visto che non esistono altri scenari a disposizione.

Ecco perché sono scettico quando sento parlare di compensazioni, come quelle delle case automobilistiche che per ogni auto venduta piantano degli alberi, tranquillizzandoci e lasciandoci con la coscienza pulita mentre siamo alla guida.

Su altri punti, anche se ovvi, concordo con il Prof. Mainieri. E’ vero, la co2 non è solo un gas serra, ma bensì un composto indispensabile per tante altre funzioni naturali, non ultima quella della fotosintesi clorofilliana attraverso la quale le piante assorbono co2 ed emettono ossigeno.

image006Tuttavia trattando questo argomento, si ricade nuovamente nell’odiosa trappola della compensazione, quando si dice “Quindi il contributo dell’anidride carbonica è duplice: da una parte un maggiore effetto riscaldante dovuto alla sua natura di gas serra; dall’altra un effetto rinfrescante dovuto all’intensificazione della reazione clorofilliana. Poiché ambedue questi contributi sono modesti e di segno opposto, l’effetto definitivo non dovrebbe essere rilevante”.

Ma ne siamo davvero sicuri? E’ vero, entrambi gli effetti della co2 coesistono, in misura proporzionale alla sua concentrazione, ma quando andai a capirne di più sulla famosa “impronta ecologica“, un concetto che esprime, in modo più o meno puntuale, l’area biologicamente produttiva di mare e di terra necessaria per rigenerare le risorse consumate da una popolazione umana e per assorbire i rifiuti corrispondenti, mi resi conto che per assorbire l’impatto di sei miliardi di persone, se ognuno consumasse e inquinasse allo stesso modo di un occidentale, ci vorrebbero svariati pianeta terra, per cui non tutto in realtà si bilancia con tanta naturalezza.

Inoltre, se è vero che le piante assorbono co2, non possiamo tuttavia ignorare il progressivo depauperamento degli ambienti naturali e degli ecosistemi forestali, marini, fluviali, acquatici, per cui il punto di equilibrio ottimale tra emissione ed assorbimento di co2 lo si raggiungerebbe fra qualche decennio se da adesso cominciassimo a piantare alberi anche sul mare, sulle terrazze di casa nostra e sotto terra. Sempre se la mia non sia una previsione troppo ottimistica.

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coccinellarock90 - Flickr

L’ultima domanda che faccio è quindi la seguente: anche se agli innegabili cambiamenti climatici stessero contribuendo, in una certa misura, altri e vari fattori indipendenti dalla attività umana, questo ci esonererebbe dal nostro impegno costante e intenso nei confronti di nuove forme di energia meno impattanti e di un modello socio-economico ?

Se la risposta è no, quale interesse potremmo avere nel minimizzare la nostra impronta negativa?

Continuare a vendere automobili inquinanti fino all’ultimo goccio di petrolio? Non firmare il Protocollo di Kyoto? Aspettare che cambi la moda dell’ e dell’ambiente? Camminare sul baratro alla disperata ricerca di tempo? Unirsi alla crociata “anti-pale eoliche” promossa da Sgarbi?

52cd14ffc32a05e883e84134e7d48f14Lungi da me il voler contestare dal punto di vista scientifico ed accademico l’articolo del prof. Mainieri, ed infatti ho scritto queste poche righe assicurandomi di mettere il punto interrogativo alla fine di ogni periodo importante.

D’altronde non potrei essere certo io a dire se e in che misura il surriscaldamento derivi dall’attività umana, anche se si tratta di una tematica che mi interessa molto. Però confido nel principio della precauzione, nell’intelligenza umana e a tratti anche nella definizione di sostenibile, quando mette in ballo la responsabilità verso le generazioni future.

E in definitiva è una sola la considerazione che mi piace fare sempre, e che ha il potere di subordinare tutte le altre: la biosfera continuerebbe ad esistere senza l’attività umana; viceversa l’uomo e le sue attività, compromesse le funzionalità della biosfera, non troverebbero più i presupposti per esistere.

Nicola Casile

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