La neve non risponde
Lì, in fondo, la neve. Lei ascolta, immobile. Bella e terribile, impassibile come la roccia, compatta, immodificabile che sembra quasi eterna a vederla così, nella sua forza priva di moto eppure implacabile. E ti viene da chiederti se sia crudeltà o semplice, sublime, indifferenza. Non importa, lei è lì, ed assiste, muta.
C’è un’altra presenza, ad una distanza che pare di anni-luce, altrettanto immobile e distinta nella sua fissità: le bare. Sistemate lì davanti sembrano insensati ospiti d’onore. Oggi è loro che si celebrano, è per loro che le Autorità sfilano, che la gente si addolora, che i preti predicano. Ma anche loro, come la neve, non sembrano importarsene troppo. Il legno lucido non ha occhi né orecchie per percepire nulla di quello che accade. Non hanno più occhi né orecchie nemmeno i cadaveri serrati lì dentro. Forse i fiori sopra le bare, magari loro sentono. Se lo fanno, sono bravi a fingersi anch’essi privi di pathos, come la neve, come le bare.
Se gli ospiti d’onore non sentono, se la neve non sente, fai quasi fatica a capire che senso abbia la cosa. Lo spazio, fra queste due inafferrabili impassibilità è pieno di uomini vivi. Loro sentono e vedono e forse questo è solo un tentativo disperato di traslare la loro sensibilità a quelle presenze che non ce l’hanno, per renderle di nuovo vitali. E’, ovviamente, un esperimento fallimentare, ma magari la colpa è solo nostra, che non sappiamo provarci abbastanza. Sempre meglio che pensare che invece sono loro che sono scivolati in un’insensibilità così immobile da renderli totalmente disinteressati a ciò che gli accade intorno, ai nostri tentativi di scuoterli, così come si scuote un uomo che dorme, persino al fatto che le persone a cui un tempo, quando anche loro udivano e vedevano, hanno voluto bene, adesso si disperino per loro. Se ne infischiano così tanto, ora, delle cose, che di sicuro se gli venisse offerta di nuovo la vita, loro ugualmente non farebbero una piega e lascerebbero che anche questa possibilità gli scorra addosso, come le parole che non sentono, gli sguardi che non ricambiano.
Alla fine è per istinto di sopravvivenza che si impara a rassegnarsi, ad adattarsi al fatto che i morti stanno immobili e al fatto che la neve è bella ma cattiva, perché non risponde neanche lei.
Aldilà dei riti, dei nostri sforzi, del nostro non capire, rimane il segreto canale di comunicazione fra quelle due realtà così lontane e così uguali. Forse fra di loro si parlano, forse si sussurrano parole, perchè essi ormai sono la medesima cosa, dalla forza potente ma pietrificata. A noi spetta ancora di calpestare la terra. La terra che ammazza, la terra che nutre. La terra, anche lei, bella e insensibile alle nostre sorti di uomini in cammino.
Bianca Misitano





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