Coltiviamola decrescita
La realizzazione graduale o improvvisa (rivoluzione?) di una società della decrescita implica in primo luogo una nuova coscienza collettiva ed un nuovo sistema di valori, con conseguente “redenzione” spirituale, dato che non si tratta più di scegliere tra due alternative che, con mezzi differenti, hanno il medesimo fine della crescita illimitata (capitalismo e socialismo), ma piuttosto di edificare dal basso un nuovo sistema in cui l’economia non abbia più una posizione preminente nella scala dei valori umani.
Di conseguenza lavorando di meno, per esempio cinque ore al giorno, non solo si riuscirebbe a lavorare tutti o quasi (gli svogliati verosimilmente esisterebbero comunque), ma si riuscirebbe finalmente a disintossicarsi da quella alienazione che ci spinge oggi a produrre, per svariate ore della nostra settimana, ciò che poi il sabato e la domenica riacquistiamo (+IVA) nei centri commerciali.
L’abolizione dei sistemi di pagamento a rate ed un sistema politico autorevole, capace di regolare davvero il sistema produttivo, darebbero un serio contributo alla riumanizzazione degli individui, non più disgregati in una sorta di competizione permanente, che trova i suoi slanci di socialità solo allo stadio, ma compatti in una vera società della comunione.
Immaginiamo, solo per un momento, quali vantaggi potrebbero avere le persone se una legge vietasse alle aziende di prodotti elettronici (computer, cellulari e quant’altro) di mettere sul mercato una nuova versione del medesimo prodotto ogni sei mesi: una rivoluzione.
Ognuno di noi, finita la truffa, avrebbe molto più danaro da gestire, ma siccome la decrescita sarà conviviale, avrà anche meno cose da acquistare! Infatti, la decrescita non è recessione: la recessione è la fase negativa del sistema della crescita.
In un simile contesto, dove l’autoproduzione di buona parte dei beni sarebbe una regola, e i gruppi di acquisto solidale una consuetudine, è ragionevolmente prevedibile una progressiva diminuzione dei depressi, dei suicidi e dei disperati (quindi anche del consumo di alcuni farmaci).
Ora, io mi chiedo, in uno scenario così mutato, quanto diminuirebbe il consumo di droghe?
Non parlo di alcool o sigarette, i veri killer dell’umanità, ma delle sostanze stupefacenti che oggi, in gran parte delle nazioni, sono illegali.
In una società della decrescita, potrebbe ancora esistere il concetto di proibizionismo? Beh, non è da escludersi…ma alla sua base sicuramente ci sarebbero altri interessi, differenti da quelli attuali.
Se oggi, per esempio, la canapa è fuori legge per motivi che possiamo far risalire ai primi del ’900, come l’avvento della fibra sintetica, dell’aspirina e dell’utilizzo del petrolio, in una società della decrescita potrebbero prendere il sopravvento “seri integralismi morali”, conseguenza di un ridimensionamento collettivo del ruolo dell’economia nella società.
E allora, nell’ipotesi che continui a praticarsi il proibizionismo, in che modo l’uomo nuovo della decrescita, potenziale consumatore di stupefacenti per motivi che comunque non sono quelli che conosciamo oggi, potrebbe procurarsi le suddette sostanze?
Ecco, questo era un delirio momentaneo, perché secondo me, fuori dal regime produttivista e consumista, il concetto stesso di droga verrebbe ridefinito.
Adesso riprendo il controllo di me e focalizzo il nocciolo del discorso!
Il problema della droga è sempre di attualità, e per questo mi rivolgo direttamente ai consumatori di sostanze stupefacenti illegali, che siano consumatori incalliti o occasionali.
Caro consumatore di eroina… ti invito seriamente a ridurre progressivamente l’utilizzo di tale sostanza, poiché la sua pericolosità è nota, quasi del tutto indiscutibile e poco suscettibile ad interpretazioni di parte. Lo stato di tossicodipendenza spesso si traduce in un reale rischio di emarginazione sociale, e sai bene che la società non è molto solidale e generosa nei confronti di certi disagi. Non odiarmi se appaio così pressappochista o superficiale, e se senza neppure un buco sul braccio ti consiglio di voltare pagina, ma non esistono molte altre alternative.
Caro consumatore di cocaina…mi rivolgo a te nello stesso identico modo, ma per te provo sempre un pò di antipatia: spero potrai perdonarmi.
Caro consumatore di marijuana…a te riservo i miei consigli migliori, perché la sostanza che utilizzi, se gestita in modo consapevole, ha delle controindicazioni praticamente irrilevanti se paragonate a quelle dell’alcool o delle sigarette che lo stato ti vende.
Se è vero che non è possibile coltivare l’eroina nella forma in cui la si assume, e lo stesso discorso vale per la cocaina, quando parliamo di marijuana io penso subito alla Canapa Indiana e alla sua natura di pianta versatile, multifunzionale e di facile coltivazione.
Caro consumatore, di qualsiasi colore, etnia, nazionalità o credo: non comprarla dai pusher!! Non alimentare le casse della malavita, dei papponi, dei boss, ma coltivala, coltivala, coltivala! Non immischiarti in brutti giri, non frequentare con cattiva gente, non portarne con te mai una quantità che vada oltre il tuo consumo, magari per farti notare o per sembrare più figo: sei un deficiente!
Coltivala!! Coltivala e non coinvolgere mai troppa gente, non farne un vanto, non metterla al centro della tua vita ma godine gli effetti con piacevole discrezione. Non coltivarne troppa, per magari rivenderla, perché non è necessario, non è morale, non è giusto. Insegna a coltivarla, facciamo in modo che cresca come l’ortica, come le margherite, fuori dal controllo, spontaneamente, e che il suo uso sia cosa normale, pacifica, illegale ma non losca!
Caro consumatore di erba: non ti esporre, non innescare giri e traffici più grandi di te, soprattutto se sei giovane e tutte le ricadute, anche economiche, potrebbero essere a carico del tuo caro paparino.
In definitiva il mio consiglio è: contribuisci alla decrescita conviviale, fumati il tuo spinello se ti fa stare meglio ma non esagerare, non vendere, non comprare, non perderci troppo tempo e troppi soldi ma coltiva, coltiva con amore e fuma.
Mi piace lasciarmi andare a rapide follie oniriche.
Nicola Casile





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