Mafia, la colpevole indifferenza





giornaleAvete notato qualcosa di strano da un po’ di tempo a questa parte?

Non manca un interesse pubblico verso qualcosa? Provo a rinfrescare le idee, M-A-F-I-A. Non è che ce la saremo un po’ dimenticata?

Sui media tradizionali se ne parla pochissimo, a livello locale oramai si è abituati a conviverci. Tralascio le solite considerazioni che un ragionamento a più ampio respiro comporterebbe, quindi un’analisi del perché “sembra” che la non uccida più.

Perchè è a livello economico che le organizzazioni criminali operano, si arricchiscono, controllano e regolano le dinamiche di molti settori dell’economia.

Recentemente, faccio questo breve inciso per avvalorare le parole che scrivo, il procuratore distrettuale antimafia di Reggio Calabria Nicola Gratteri – nella presentazione del bel libro scritto insieme al giornalista Antonio Nicaso, dal titolo “Fratelli di sangue” edito da Mondadori – in un colloquio aperto con giornalisti locali, studenti, giovani faceva appunto presente che, con riferimento specifico alla Calabria, i settori dell’edilizia, della grande distribuzione organizzata e il campo dei servizi sono quelli più esposti ad infiltrazioni di organizzazioni criminali.

Ma vorrei parlare di un altro aspetto, quello del ricordo. Questo Paese ha la memoria corta, il sensazionalismo della prima settimana lascia via via spazio alla noia della ripetitività per poi passare al seccato ricordo di qualcosa che oramai non tira più.

9 maggio 1978, sono i giorni del sequestro Moro e del ritrovamento del cadavere dell’onorevole barbaramente assassinato dalle Brigate Rosse. Quel 9 maggio, un altro delitto veniva commesso: veniva ucciso a Cinisi, Palermo . L’emblema della lotta impegnata alla criminalità organizzata, condotta fattivamente e non solo teorizzando e parlando, discutendo, facendo aria alla fine. La ribellione ad un sistema asfittico, di morte, che un giovane ragazzo siciliano non poteva e non voleva accettare. Oggi il ricordo della memoria di chi è stato ucciso legato ai binari e fatto saltare in aria, viene assegnato ad un film (I cento passi, Marco Tullio Giordana), a qualche programma televisivo di nicchia quando cura eventi specifici collegati alle organizzazioni criminali associative.

Niente più.

Mai sentito un TG che ricordasse, il 9 maggio, cotanto barbaro assassinio.

6 Agosto 1985, immaginate la scena: arrivate sotto casa, un amico vi apre la portiera per scendere dall’auto, vi approssimate all’entrata di casa vostra. Bene, da balconi e tetti di case vicine la vostra si scatena un agguanto da parte di nove uomini che con dei kalashnikov uccidono un vostro agente di scorta, colpiscono voi. Stancamente vi trascinate verso l’ingresso di casa, vostra moglie vi accorre in soccorso e morite tra le sue braccia.

Questa è la sorte che attese il vice questore aggiunto Ninni Cassarà e l’agente Antiochia. L’altro uomo della scorta Natale Mondo restò illeso e venne ucciso tre anni dopo. 21 settembre 1990, Agrigento. Viene ucciso il giudice “ragazzino” (per definizione dell’emerito Francesco Cossiga) Rosario Livatino: vicenda ancor meno nota probabilmente alla platea dei giovani, quella di questo giudice privo di scorta, ucciso mentre si recava al lavoro come un comune pendolare che va a prendere posto in ufficio.

scopelliti9 agosto 1991, Antonino . 23 maggio 1992, Giovanni . 19 luglio 1992, Paolo .

Tutte le date che vi ho elencato, saltandone colpevolmente molte altre, dovrebbero essere poste a perpetua memoria di cosa è stata e cos’è la mafia e tutte le organizzazioni criminali associative.

Sembra quasi di essere caduti oggi in una sorta di colpevole per cui, ciò che accade è evidentemente frutto di qualcosa che lo ha giustificato. Manca quella forte, organizzata, decisa opposizione da parte della popolazione, della politica. Lasciare soli i , le forze dell’ordine e tutti coloro i quali partecipano e rendono possibile ogni operazione che punti a distruggere questi fenomeni umani, come li definì Giovanni Falcone, equivale ad un colpevole collaborazionismo che ci abbassa al peggior livello di inettitudine.

Osannare nei social network i principi e riti mafiosi, imbrattare i muri con scritte offensive verso chi difende la legalità, comportarsi omertosamente anche nelle questioni più comuni. Tutto questo ci rende colpevoli e non rende onore a chi, per il solo amore della giustizia, dell’equità sociale, della libertà ha pagato con la vita. Spesso le considerazioni orripilanti cui siamo costretti ad assistere trascendono da una vitale e semplice realtà. Chi è indifferente alla mafia, chi se ne vanta, chi appoggia i riti, chiunque non combatte in qualche modo perché si diffonda la cultura della legalità, non capisce che è una questione di LIBERTA’.

Essere liberi è anche non dover dire grazie a nessuno, né tantomeno essere strumento di chissà quale gioco perverso in ragione di una forma di obbligo verso chi, mafiosamente, ha concesso qualcosa.

Fabiano Polimeni

Fonti

www.wikipedia.org

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