Cornetto&Cappuccino – Quando l’idea si fa arte cambia l’idea dell’arte

mercoledì, 10 giugno, 2009
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Viviamo in un’epoca storica in cui il concetto di arte non è facilmente ascrivibile ad una definizione puntuale e universalmente riconosciuta. Aggiungiamo a questa difficoltà la mancanza di una scuola artistica dominante o distinta avvisata da artisti, critici, storici dell’arte e risolviamo la questione con molta facilità, accostando al sostantivo arte il generico appellativo contemporanea.

Siamo distanti millenni ad esempio dalla perfezione della statuaria classica dove l’intuizione dell’artista da sola non era sufficiente a realizzare un’opera. L’idea doveva essere supportata da abilità tecniche e competenze artistiche ben definite, qualità che tutti gli artisti del tempo, o comunque quelli di cui abbiamo memoria, certamente possedevano.

 Doriforo (Policleto)

Doriforo (Policleto)

Mi avvalgo di questa premessa per affrontare da appassionata, nonchè da discreta frequentatrice di mostre, un tema a me assai caro, quello appunto dell’arte contemporanea, con le sue contraddizioni e con le sue peculiarità. Ed è proprio nel tentativo di trovare una risposta ad alcune mie domande ricorrenti ed una soluzione ad altrettanti dubbi, che scrivo queste righe, convinta che molti di voi lettori, anche se non “esperti”, abbiano avuto almeno una volta visitando una mostra o semplicemente guardando una foto su qualche rivista.

A quanti di voi sarà capitato, davanti ad un’opera apparentemente banale, di pronunciare la frase altrettanto banale “questo lo potevo fare anch’io“?

giovanni-anselmo-senza-titolo1968

Senza titolo (Giovanni Anselmo)

A me succede spesso, e così quando ho saputo che il critico Francesco Bonami, nome abbastanza autorevole nell’ambiente, aveva utilizzato proprio questa frase per intitolare il suo ultimo libro, mi sono precipitata in libreria per acquistarlo.

Dopo averlo letto tutto d’un fiato (la prima volta) approcciandomi ai vari capitoli con uno spirito critico tale da evitare facili suggestioni o improvvisi cambiamenti di idea, devo dire che su alcune delle sue posizioni mi sono trovata in totale accordo. Tuttavia ritengo ci siano alcuni tentativi dell’autore, a mio avviso pretestuosi, di giustificare o spiegare a tutti i costi quelle che oggettivamente rappresentano delle forzature di parte; una sorta di snobberia artistica capace di mettere in soggezione, magari con complessi di inadeguatezza, chi difficilmente di fronte a certe opere riesce ad accostare l’appellativo “artistiche”.

Considero l’arte la più stimolante tra le attività umane, sia per la sua capacità comunicativa che per la sua immediatezza. Si sa quanto sia una pratica antica, nata assieme all’uomo, incisa e tramandata fino ai tempi odierni sulle pareti delle caverne e sin dal principio espressione fedele di ogni epoca storica.

Capace di stimolare sia il senso estetico che il senso critico, facoltà di cui ogni individuo in linea di massima dispone, ma in misura differente in base al proprio bagaglio conoscitivo in materia.

Dico questo riferendomi ad un particolare passaggio in cui l’autore dice che “…per godersi un’opera d’arte non occorre essere intenditori, basta avere una mente aperta…”.

Posso essere parzialmente d’accordo con questa affermazione, però mi si conceda una considerazione: se è vero che chiunque può godere di un particolare coinvolgimento emozionale di fronte ad un’opera, è altrettanto vero che l’appassionato (o intenditore, o amatore) ha dei validi termini di paragone non dico per dosare la sua emozione, ma quantomeno per contestualizzarla.

Teschio (Damien Hirst)

Teschio (Damien Hirst)

Questo passaggio è fondamentale, secondo me, per stabilire un netta linea di distinzione tra ciò che rappresenta oggettivamente arte e ciò che invece è suscettibile (potenzialmente) ad essere interpretato come tale, da chiunque. E’ in pratica il dilemma dell’arte contemporanea.

Chi odia l’arte contemporanea rimpiangendo le opere del passato rifiuta di accettare il fatto che i capolavori che tanto ama hanno rappresentato anch’essi il presente per la propria epoca. Rimpiangere il passato vuol dire negare l’oggi e rinunciare al futuro”.

Concettualmente condivisibile, questo passaggio nasconde in verità una forzatura, soprattutto se ci riferisce alla produzione artistica di un non meglio identificato ieri, paragonandola a quella di un inequivocabile oggi.

La mia impressione è che le capacità tecniche, le abilità e le competenze dei grandi pittori e scultori dei secoli passati siano qualità rare oggi, in un contesto di scadimento generale in cui prende il sopravvento la funzione dell’idea geniale, che si sostituisce in tutto e per tutto alle abilità manuali, alle competenze specifiche che invece hanno rappresentato il fondamento della storia dell’arte. Risulterò particolarmente ortodossa con le mie affermazioni, ma sono sicura di rappresentare il punto di vista di molti.

Bonami dice“…oggi nell’ambito dell’arte contemporanea non è più essenziale sapere fare qualcosa…L’importante è pensare, in ogni caso e possibilmente prima degli altri, la cosa giusta, al momento giusto”.

Una rappresentazione esatta dunque del contesto socio-culturale in cui viviamo, se è vero che l’arte è lo specchio della società e ne riflette eccessi e storture.

In pratica ciò che accade nell’economia capitalista, dove una semplice ma geniale idea può decretare il successo, oltre ogni aspettativa, della più stupida delle trovate o delle invenzioni, come ad esempio gli occhiali con i tergicristalli…

Il contenitore con le feci assurge a creazione d’artista, ed io vi garantisco che l’”idea” la ebbi già io anni fa per delle analisi mediche…

merda-dartista-piero-manzoni

Ma l’arte si colloca fuori da questo sistema, o almeno questo è quello che io spero, da ingenua sognatrice.

E poi non dimentichiamo il detto “impara l’arte e mettila da parte” che, nella sua banale scontatezza, nasconde in realtà il senso esatto di quello che è stato il cambiamento di rotta rispetto a quel passato: oggi questa tecnica artistica libera, la cui soglia di accesso è bassissima, non può essere tramandata.

Se nell’antichità la tecnica era fondamentale per sviluppare un’idea, oggi non lo è più. Se nelle botteghe dei grandi pittori gli allievi potevano seguire o ispirarsi allo stile del maestro, nell’arte contemporanea questo non è possibile”.

Non vorrei risultare stucchevole parlando di una “bellezza oggettiva che prescinde dalle interpretazioni”, anche perché sarebbe un concetto molto ma molto opinabile, tuttavia mi lascia perplessa questa sorta di esasperazione relativista, questo voler a tutti i costi classificare come arte ciò che in realtà rappresenta solo (e non sarebbe poco…) una simpatica/geniale/bella trovata.

E’ verissimo, l’idea l’ha avuta l’autore, ma chiunque altro su commissione avrebbe saputo realizzarla. Per taluni questa è la risposta, per me invece è il dubbio.

Rana crocifissa (Martin  Kippenberger)

Rana crocifissa (Martin Kippenberger)

Ma vorrei farvi comprendere in modo più convincente il senso del mio discorso, lasciandovi liberi di trarre personali conclusioni.

L’artista tailandese Rirkrit Tiravanija, premiato con il prestigioso Hugo Boss Prize del Guggenheim Museum, è uno che trasforma musei e gallerie in cucine e ristoranti. La sua arte consiste nel cucinare

E nel far mangiare i visitatori. I collezionisti si portano a casa pentole e piatti sporchi.

Martin Creed vince a Londra il Turner Prize accendendo e spegnendo le luci della stanza che il museo gli ha destinato.

Il pittore americano Robert Ryman dipinge le sue tele interamente di bianco, ripetendo continuamente questo rito dell’artista desolato davanti al nulla che precede ogni creazione.

Robert Ryman

Robert Ryman

Alla prossima!

Teodora Malavenda

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5 Commenti »

Mauro dice:

hegel diceva che la filosofia è il proprio tempo appreso con il pensiero. L’arte contemporanea ,per certi versi, anche, ma espressa in forme fisiche, materiali,visibili,toccabili.

a me ha sempre affascinato la filosofia e la critica estetica,etica,morale che si cela dietro l’opera,dentro l’opera.

chi non sà filosofare, non conosce il proprio tempo, non sà osservare,criticare,conoscere ”l’ episteme culturale”del proprio tempo non può essere un vero artista.

il mercato impera,il marcketing la fà da padrone e molte volte si incontra della ”merda d’artista”, MERDA quella vera e non manzoniana, ma il ruolo dell’arte contemporanea rimane ,secondo me, fondamentale e insostituibile.

ps. complimenti per l’articolo

Mauro dice:

aggiungo un altra cosa: l’arte contemporanea non è solo un modo di leggere (e far leggere), capire (e far capire) ,criticare (e far criticare) il proprio tempo ma,a volte, riesce,magari non da sola, anche a cambiarlo, a modificarlo,a creare nuovi corsi estetici e non solo…forse è successo poche volte nella storia ma quelle volte sono state epocali.

chissà…avete l’arecchino al naso,la cresta o i jeans strappati? e se fosse anche merito di Marcel Duchamp? mah…lode all’arte contemporanea!

Domenico dice:

Fuck art, let’s fart.
L’idea di contemporaneità dell’arte è fragile quanto le logiche socio-economiche che la sottendono. Il senso estetico e il gusto di un’epoca, soprattutto quella in cui viviamo, è dettato interamente da queste dinamiche. Tanto vale fermarsi a Wahrol. Il resto è merda.

Non capisco perchè non hai considerato il postmoderno nella tua riflessione. Solo decontestulizzando l’opera, possiamo ravvedere in essa quei valori universali che la rendono intellegibile come tale. Duchamp non voleva scandalizzare benpensanti, voleva truffare ricchi borghesi che pensavano di acquistare opere di pregio. E c’è riuscito.

In ogni caso concordo con la differenza sostanziale nell’occhio del semplice curioso e\o appassionato e\o essere senziente e di chi comprende i linguaggi che determinano il canone.

In ogni caso ho scritto queste righe sotto effetto di colluttorio.

Gabriele Malaspina aka Zeno dice:

Il “problema” è che è stato sempre difficile stabilire cosa sia arte e cosa no.
Indubbiamente ora come ora è “più facile” fare arte per il semplice fatto che non è poi così necessario avere chissà quali competenze. Ma anche perchè a volte è possbile tralasciare lo stile e tutto il resto e concentrarsi più sul concetto. I tempi son cambiati e con essi anche l’arte, il modo di farla e di apprezzarla.
Premettendo che anche un’idea brillante possa essere arte secondo il mio modesto parere, alla fine potrei considerare artista anche chi ha avuto una bella trovata ma alla fin fine non è stato l’esecutore materiale del pezzo d’arte, quindi potrebbe essere anche un pezzo commissionato ed eseguito da un semplice operaio, ma non per questo non andrebbe considerata arte.
Credo che senza dubbio un artista possa apprezzare di più l’arte, ma non perchè gli altri abbiano
doti inferiori, ma un modo di vedere le cose differente, non strettamente collegato ad un’apertura mentale…
Un web designer è un artista, chi meglio di lui può apprezzare un gran bel sito internet fatto come si deve, anche perchè conosce tutto il tipo di lavoro che c sta dietro… sicuramente lo apprezzerebbe meglio lui che un ignorante del settore o semplicemente un altro genere di artista quale uno scultore.
Spero il mio banale esempio abbia reso l’idea di ciò che avrei voluto intendere.
Non sono uno scrittore e questo si vede. Ma mi complimento ugualmente per ciò che hai scritto e per come l’hai fatto.

gianni brandolino dice:

Hello Teodora,
quel Bonami lo seguo da tempo anch’io, pensavo che i papaveri son alti alti alti ed invece mi ritrovo davanti a un girasole.
Mi è capitato casualmente di scrivere qualcosa su Mario Merz, per un convegno fiorentino, alcuni mesi dopo ho ritrovato, con piacere, un suo intervento alla VI edizione del Festival della Mente, a Sarzana, in Liguria, dal titolo “dal Panettone al Partenone.Storia dell’arte all’incontrario”.
Il panettone è riferito appunto alle calotte di Merz … Conclusione o confusione?
A tal proposito mi fa piacere ritrovare questo tuo riferimento, con il fiorentino d’america, e vorrei segnalarti un Suo articolo riportato su web: http://www.festivaldellamente.it/eventi_dettaglio.asp?id=219

- con un “Sunflower” di Keith Edmier, ti auguro buona lettura.

Saluti Gianni Brandolino

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