Dissertazioni sui massimi sistemi, ovvero: vivere a Reggio Calabria
‘U paisi i Giufà
Chist’è ‘u paisi undi si perdi tuttu,
aundi i fissa sunnu megghiu i tia,
‘u paisi ‘i “m’incrisciu e mi ‘ndi futtu”
e tutti i cosi sunnu “fissarla”…”
…E, ssi vò sapiri n’atra ‘i cchiù,
chistu è ‘u paisi ‘i “scindi e falla tu”!
Aundi c’è ‘nu rittu disgraziatu:
“né ieu cuntentu, ne tu cunculatu”!
Pirciò non resta chi ‘nu fattu sulu:
mi iti tutti e mma faciti ‘an culu!…
Il paese di Giufà
Questo è il paese dove si perde tutto
dove gli sciocchi sono meglio di te,
il paese di “mi annoio e non importa”
e tutte le cose sono “sciocchezze”…
E se ne vuoi sapere un’altra in più,
questo è il paese di “scendi e falla tu”!
Dove c’è un detto disgraziato:
“nè io contento, nè tu consolato!”
Perciò non resta che un fatto solo:
che andiate tutti a faverla nel c…!
Nicola Giunta
(Grande poeta dialettale reggino)
Cari amici di Liberareggio,
oggi ho scelto di non tediarvi con articoli lontani dai problemi quotidiani. Infatti, oggi veniamo al nocciolo della questione; ovvero riusciremo un giorno ad essere una città meno Giufà?
Io spero vivamente di sì.
Non vi nascondo che in questo momento non saprei da dove iniziare… mhhh vediamo un po’… ah ecco!
Iniziamo da un aspetto importante per la vita socio-economica di ognuno di noi; il lavoro. Per lavorare in una città come Reggio Calabria devi avere parecchie caratteristiche sadomasochiste; devi volerti fare proprio male. Perché ci sono parecchie variabili in più rispetto ad altre città da tenere in considerazione. Chi ci ha preceduto non ha affrontato questo problema rinviandolo a data da destinarsi. Ed ecco come siamo oggi. A chiedere l’elemosina al politico di turno che pensa esclusivamente ad ingrassare l’orto di casa. Queste cose mi fanno rabbia, disprezzo e pena.
Sicuramente starete pensando in ordine di apparizione:
- A sempre le stesse cose, non c’è lavoro ecc…
- Io i lavori più umili non li voglio fare quindi elemosino al politico di turno un posto di lavoro a 700 € al mese (precario, per poter essere ricattato nel momento elettorale).
- No io da Reggio me ne vado… non c’è niente (questa devo ammettere è la mia preferita; me la ripeto sempre quando esco dai vari uffici).
Ma ora ritorniamo a noi.
Credo che tutti noi dovremmo fare più sacrifici, lavorare/studiare di più e impegnarci nelle attività che svolgiamo ogni giorno. Fare sacrifici significa anche lavorare senza essere pagato in attesa di un’altra prospettiva (non sfruttato). Fare esperienza significa essere produttivo; conoscere il lavoro. I miei discorsi non sono rivolti al commerciante, sono rivolti ai futuri artigiani; quelli che creano cose materiali e immateriali, quindi a chi produce direttamente valore aggiunto.
Devo comunicarvi che il fatidico posto fisso è venuto tragicamente a mancare da parecchi anni. Quindi abbiamo due possibilità; o diventare poveri seguendo qualche politico da strapazzo, oppure rimboccarci le maniche e tirare gli attributi fuori!
- Il lavoro oltre i confini patrii.
In questo momento ricordo Gioacchino da Perugia (celebre personaggio boccaccesco) che riusciva con l’industria umana a risollevare le sue sorti. Con il lavoro è complesso, ma si deve provare.
Avere una sede fisica a Reggio Calabria e gestire delle commesse che provegono da altre parti della penisola (e non solo), è possibile. Qualche milione di euro di investimenti (controllati da integerrimi servitori dello stato) pubblici potrebbero portare benefici insperati. Naturalmente dal mio discorso vengono esclusi i call center.
- La lingua, le lingue.
Conoscere fluentemente l’itagliano (distorsione voluta) ci rende cittadini, ma non ci aiuta molto nell’affrontare il mercato globale. Nel terzo millennio è indispensabile conoscere ottimamente l’inglese; per antonomasia lingua del commercio. I più si faranno una risata! Cosa serve l’Inglese a Reggio Calabria?! Serve, e serve tanto nelle relazioni lavorative visto che i mercati verso cui un’azienda si rivolge non sono più esclusivamente locali. Creando sinergie con paesi molto più vicini a noi (anche geograficamente) si potrebbe ampliare il bacino d’utenza.
Si potrebbe pensare alle Nazioni del nord Africa che hanno uno sbocco nel mediterraneo; magari imparando anche l’arabo! (Mi avete preso per pazzo, vero?).
- La cultura come volano di sviluppo.
La cultura prima di tutto, forse, solo quella ci potrà salvare. Cultura intesa come conoscenza. L’artigiano usa la conoscenza per il suo lavoro manuale, i dipendenti per il loro lavoro coordinativo. I professori hanno il peso di veicolare la cultura nel senso puro del termine. Mi ricordo sempre le parole della mia professoressa, Salvatore se vorrai essere veramente libero devi studiare, studiare, studiare (leggi anche lavorare, lavorare, lavorare). Questo per dire che la pigrizia nel lavoro come nello studio è alla base di una rivincita! Lo stesso progetto di liberareggio.org si regge su questa idea di conoscenza come modello di sviluppo.
- Letture.
Leggere e informarsi a più non posso! Oltre a scorazzare per le vie della città suggerisco di leggere tanto; e tutto! Il muratore una bella rivista di design e di interni, il commerciante una bella grammatica inglese. La massa deve diventare intelligente, e con internet oggi è possibile! Quindi lettura e comunicazione informatica.
- L’emigrazione per lavoro.
Ci vuole tanto coraggio, fortuna e spirito di adattamento. Bisogna augurarsi di trovare una affitto decente, uno stipendio decente, degli amici decenti. Che il Supremo c’è la mandi buona!
Giuro che sto per impazzire! Mi chiedo come fanno i sociologi e gli studiosi ad analizzare tutti questi problemi tutti insieme. Sono state scritte intere biblioteche su tutti questi ostacoli che il povero-grande uomo deve superare per poter vivere e potersi godere questa terra tanto bella quanto aspra.
Dai giù… ai maliziosi; e cosa fai non parli della Mano Nera? Della Mafia S.P.A.; intanto la venuta del Dott. Cortese e del Procuratore capo alla Procura di Reggio ci fa ben sperare.
Abbiamo due armi a disposizione, la prima consiste nel ponderare il voto nel momento in cui si dà (valutare la persona e poi il partito); la seconda, spendere i propri danari in attività di cui conosci l’integrità morale.
Grazie.
Salvatore Salvaguardia


[...] c’è la lettera di Nino Mallamci pubblicata da strill*, dall’altra le considerazioni di Salvatore Salvaguardia pubblicate da [...]
carissimo Salvatore,
mi ha incuriosito molto la Sua lettera,e mostro una sorta di contentezza nel notare passione e interesse per un argomento che molto spesso,troppo spesso viene semplificato.
pare,ho notato, sia piuttosto facile ridurre la complessità di un fenomeno multicomponenziale,quale è ,appunto,il lavoro,alla semplicistica frase”a reggio non c’è lavoro.cerco altrove!”. sebbene la soluzione alla tragedia sia stata trovata,è a mio avviso una riduzione evitabile.
si tratta di scomporre minuziosamente il problema.
Lei si domandava quale forza strana sorreggesse gli studiosi nell’affrontare le tante dinamiche del lavoro a reggio calabria. giuro che mi trovo anche io in questa situazione difficoltosa e inconcludente,dal momento che sono sommersa di interrogativi che trovano raramente risposta certa.
ad ogni modo,raggirando l’ostacolo della prolissità,ho piacere nel comunicarLe che mi trovo parzialmente d’accordo con le sue opinioni. tuttavia ho avvertito un certo disappunto leggendo questa affermazione ” Credo che tutti noi dovremmo fare più sacrifici, lavorare/studiare di più e impegnarci nelle attività che svolgiamo ogni giorno. Fare sacrifici significa anche lavorare senza essere pagato in attesa di un’altra prospettiva (non sfruttato). Fare esperienza significa essere produttivo; conoscere il lavoro.”
ritengo questo sia possibile in presenza di due condizioni: 1.la disponibilità e pazienza del lavoratore che crede nel valore di un “tirocinio” o stage che sia; 2.la predisposizione del datore di lavoro di valorizzare la figura competente del proprio dipendente e gratificare quest’ultimi con una serie di premi,non necessariamente di natura economica.
intendo dire,sorreggendo le mie opinioni in base alla personale esperienza lavorativa, che capita non molto raramente di imbattersi in datori di lavoro euro-centrici,volti all’accumulo incontrastabile del denaro,senza alcun minimo interesse alla formazione,gratificazione del personale. per la serie “ti trovi male,non produci qunato vorrei?? non è un problema mio,ne trovo altri cento come te!”. e questo,purtroppo, è un atteggiamento che ho riscontrato spesso nei settori lavorativi che apparentemente non richiedeno specifiche competenze tecniche o relazionali. settori dunque dove la feroce perdita di personale non pesa più di tanto.l’importante è il guadagno.
per concludere,mi permetto di suggerire la mia visione:la disponibilità al tirocinio non retribuito (mi concentro maggiormente su questo punto) DEVE necessariamente essere accompagnata da una NUOVA forma-mentis del datore di lavoro,qualsiasi sia l’organizzazione in cui si svolgerà tale tirocinio. solo una forma-mentis imprenditoriale,volta cioè non solo al profitto ma alla crescita formativa del dipendente (il che richiede un impegno a tutto tondo del datore di lavoro,richiede trainings formativi, apertura al dipendente) potrà apportare miglioramenti ad una città che oltre a vantare bellezze paesaggistiche e storico-culturali, offre un terreno di sviluppo professionale notevole.
La ringrazio per questo spazio.
stefania petrulli
In effetti la questione che solleva stefania è quella cruciale. Accettare un periodo di lavoro non pagato, anche se può essere molto utile alla formazione e all’esperienza, è qualcosa che demoralizza e sminuisce le qualità umane del giovane che si affaccia al mondo del lavoro.
Mondo appunto che oltre a darti la possibilità di imparare un mestiere di affidi anche la responsabilità di gestire uno stipendio. Questa è la seconda sfaccettatura della vicenda che non viene considerata mai quando si parla di queste cose. Il lavoratore prima di essere tale è un cittadinoe in quanto tale va messo nelle condizioni di esercitare le opzioni che una determinata condizione lavorativa ti concede in termini economici.
Il mondo degli stage non pagati è un dolce limbo economico in cui c’è chi gonfia il proprio portafogli a costo zero e c’è chi si impoverisce di più, e intanto il tempo passa…
(A)lessio
Concordo sull’invito ad aprirsi alla cultura e alla lettura. Quello che non condivido propriamente, è la prospettiva. Inviti i giovani ad un’onestà e incorruttibilità che “non stanno di casa”. Rifiuteresti una prelibata occupazione con annessoprelibato stipendio perché, magari, un amico di tuo zio ti fa il favore? Da questo articolo si evince che sì, bisogna rifiutarlo. Non è un pò decontestualizzato il tuo invito al progresso della città?
@Stefania Petrulli
Prima di aggiungere un mio ulteriore commento a quannto sopra detto, volgio ringraziarLa per le puntuali e intelligenti osservazioni che ha vuluto condividere con gli amici di liberareggio.
Come dicevo nel corpo del testo, la vicenda è molto complicata, e di non facile analisi per ovvi motivi.
Nella Sua lucidissima analisi ha colto un aspetto cruciale di tutto il discorso che porto avanti nell’articolo.
Questa Sua affermazione:
” [...] l’ostacolo della prolissità,ho piacere nel comunicarLe che mi trovo parzialmente d’accordo con le sue opinioni. tuttavia ho avvertito un certo disappunto leggendo questa affermazione ” Credo che tutti noi dovremmo fare più sacrifici, lavorare/studiare di più e impegnarci nelle attività che svolgiamo ogni giorno. Fare sacrifici significa anche lavorare senza essere pagato in attesa di un’altra prospettiva (non sfruttato). Fare esperienza significa essere produttivo; conoscere il lavoro.”
ritengo questo sia possibile in presenza di due condizioni: 1.la disponibilità e pazienza del lavoratore che crede nel valore di un “tirocinio” o stage che sia; 2.la predisposizione del datore di lavoro di valorizzare la figura competente del proprio dipendente e gratificare quest’ultimi con una serie di premi,non necessariamente di natura economica. [...]
… è riuscita a cogliere il probelma implicito (che io non ho analizzato).
Purtroppo Lei ha colto un’utopia di fondo che implicitamente è contenuta nel testo.
Mi riferisco al fatto che l’imprenditore con la “I” maiuscola si è perso; oggi esiste il “datore di lavoro”.
Alludo a quell’imprenditore di Schumpeteriana memoria che dovrebbe:
[...] l’imprenditore, introduce nuovi prodotti, sfrutta le innovazioni tecnologiche, apre nuovi mercati, cambia le modalità organizzative della produzione.[...]
Per questo motivo sono stradaccordo con Lei quando afferma
[...]DEVE necessariamente essere accompagnata da una NUOVA forma-mentis del datore di lavoro,qualsiasi sia l’organizzazione in cui si svolgerà tale tirocinio. solo una forma-mentis imprenditoriale,volta cioè non solo al profitto ma alla crescita formativa del dipendente (il che richiede un impegno a tutto tondo del datore di lavoro,richiede trainings formativi, apertura al dipendente) potrà apportare miglioramenti ad una città che oltre a vantare bellezze paesaggistiche e storico-culturali, offre un terreno di sviluppo professionale notevole. [...]
Prima di porgerLe i miei saluti colgo l’occasione per ringraziarla nuovamente. Ritorni spesso a trovarci!
@Denise
Sono consapevole del fatto che essere onesti e incorruttibili in Italia consta uno sforzo di Sisifo; sono consapevole ancora di più che a reggio calabria è quasi impossibile.
Tuttavia credo che ci sia un disperato bisogno di onesta; ogni giorno ci viene propinato il consumo sfrenato -e ad ogni costo- che ci ha reso facilmente avvicinabili dal diodenaro.
Ognuno di noi deve diventare manager di se stesso; si deve saper gestire nel migliore dei modi. Nel senso che deve sapere dove vuole arrivare, e cosa vuole fare. La variabile raccomandazione è esogena se veramente noi ci vogliamo impagnare a cambiare le cose. Il vero problema è che le raccomandazioni sono state quasi istituzionalizzate. Il periodo dell’impiego pubblico (con annessa raccomandazione) credo, sia quasi finito.
Rispetto alla prima domanda:
Mi sento di dire che bisogna fare di tutto per non aver bisogno dello zio che ti metta la raccomandazione. La domanda per come è posta sembra suggerire già la risposta. Io fino ad ora ho scelto di voler restare qui in Calabria. Mi sono dato da fare. Ho aperto una piccola azienda a 21 anni tra mille difficoltà, a 23 ne ho messa su un’altra e, nel frattempo mi sono laureato. Rappresento questa mia condizione personale non per farmi l’autoesaltazione, ma per rispondere alla domanda.
Rispetto alla seconda domanda: Si qui ho volato alto, volutamente; perchè sono convinto che l’afferamzione di Friedman “Il mondo è piatto” valga anche per noi.
Grazie ancora per i commenti.
Salvatore S.
[...] sul “vivere a Reggio Calabria”. Altro non era che una risposta a due diversi articoli / post, apparsi su strill e [...]