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	<title>Commenti a: Il futuro dei quotidiani: analisi di una crisi</title>
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	<description>Il Magazine dei Giovani Reggini</description>
	<lastBuildDate>Tue, 24 Jan 2012 14:39:40 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Di: fabiano</title>
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		<dc:creator>fabiano</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Jul 2009 19:08:24 +0000</pubDate>
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		<description>pienamente d&#039;accordo con carlo. ottima analisi</description>
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		<title>Di: carlo arcari</title>
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		<dc:creator>carlo arcari</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Jul 2009 09:21:19 +0000</pubDate>
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		<description>Caro Alessio, sono largamente d&#039;accordo con la tua analisi, ma una cosa non hai detto. C&#039;è per i giornali una crisi del modello di business, ma anche una crisi del modello d&#039;impresa. Il web e le sue potenzialità non sono ignorate e respinte dai giornalisti, ma lo sono dagli editori. Il web infatti potrebbe abbattere decisamente gran parte delle spese fisse di un giornale che tu non hai ricordato: le redazioni faraoniche disegnate da Renzo Piano, le scrivanie, i computer desktop, le lampade, i ficus di plastica,i telefoni fissi, ecc. Costi assurdi e inutili perché oggi il web li rende tali. i giornalisti infatti potrebbero e dovrebbero tornare a lavorare fuori dalle redazioni, vicini ai fatti da raccontare, mentre la redazione di un quotidiano ristretta al desk, potrebbe stare benissimo in un qualsiasi open space di 200 metri quadri. Un tempo nei giornali i giornalisti erano una minoranza di professionisti il cui mestiere era procurare le notizie. Nelle redazioni dei giornali non lavoravano i reporter, lavoravano i redattori che non erano giornalisti, ma impiegati della casa editrice. Erano questi a fare il desk, cioè impaginare, correggere, fare i titoli. Il loro era un compito di semplice produzione fisica del manufatto, un lavoro tecnico di tipo impiegatizio. Nel tempo gli editori per evidenti bisogni di controllo sulle notizie hanno gradatamente ridotto a impiegati anche i giornalisti e il sindacato li ha seguiti e assecondati in questa deriva portando a la professione a questo punto morto. Oggi uno diventa giornalista solo se è laureato, alla faccia della libertà di stampa, e anche questo riduce la professione a una mera funzione del potere, culturalmente e socialmente controllabile e controllata.  L&#039;overloead delle notizie in realtà copre come un rumore di fondo l&#039;informazione e la rende inascoltabile. L&#039;eliminazione dell&#039;intermediazione giornalistica, politica e culturale, non è un fattore di libertà. Bisogna dunque approfittare della crisi per proporre un nuovo modello in cui i giornalisti tornino a fare il loro mestiere di mediatori culturali e di controllori del potere in modo accettabile per i lettori che devono tornare ad essere i principali clienti dei giornali.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Alessio, sono largamente d&#8217;accordo con la tua analisi, ma una cosa non hai detto. C&#8217;è per i giornali una crisi del modello di business, ma anche una crisi del modello d&#8217;impresa. Il web e le sue potenzialità non sono ignorate e respinte dai giornalisti, ma lo sono dagli editori. Il web infatti potrebbe abbattere decisamente gran parte delle spese fisse di un giornale che tu non hai ricordato: le redazioni faraoniche disegnate da Renzo Piano, le scrivanie, i computer desktop, le lampade, i ficus di plastica,i telefoni fissi, ecc. Costi assurdi e inutili perché oggi il web li rende tali. i giornalisti infatti potrebbero e dovrebbero tornare a lavorare fuori dalle redazioni, vicini ai fatti da raccontare, mentre la redazione di un quotidiano ristretta al desk, potrebbe stare benissimo in un qualsiasi open space di 200 metri quadri. Un tempo nei giornali i giornalisti erano una minoranza di professionisti il cui mestiere era procurare le notizie. Nelle redazioni dei giornali non lavoravano i reporter, lavoravano i redattori che non erano giornalisti, ma impiegati della casa editrice. Erano questi a fare il desk, cioè impaginare, correggere, fare i titoli. Il loro era un compito di semplice produzione fisica del manufatto, un lavoro tecnico di tipo impiegatizio. Nel tempo gli editori per evidenti bisogni di controllo sulle notizie hanno gradatamente ridotto a impiegati anche i giornalisti e il sindacato li ha seguiti e assecondati in questa deriva portando a la professione a questo punto morto. Oggi uno diventa giornalista solo se è laureato, alla faccia della libertà di stampa, e anche questo riduce la professione a una mera funzione del potere, culturalmente e socialmente controllabile e controllata.  L&#8217;overloead delle notizie in realtà copre come un rumore di fondo l&#8217;informazione e la rende inascoltabile. L&#8217;eliminazione dell&#8217;intermediazione giornalistica, politica e culturale, non è un fattore di libertà. Bisogna dunque approfittare della crisi per proporre un nuovo modello in cui i giornalisti tornino a fare il loro mestiere di mediatori culturali e di controllori del potere in modo accettabile per i lettori che devono tornare ad essere i principali clienti dei giornali.</p>
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		<title>Di: Eleonora</title>
		<link>http://www.liberareggio.org/2009/07/02/il-futuro-dei-quotidiani-analisi-di-una-crisi/comment-page-1/#comment-1482</link>
		<dc:creator>Eleonora</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jul 2009 09:07:55 +0000</pubDate>
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		<description>Al di la&#039; dei fattori economici contingenti che sono un aspetto rilevante della questione &quot;crisi dei giornali&quot;, la questione è più ampia e colpisce tutte le funzioni di &quot;mediazione culturale&quot;...  i primi a preoccuparsene sono stati i bibliotecari, seguiti dagli insegnanti e ora i giornalisti...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Al di la&#8217; dei fattori economici contingenti che sono un aspetto rilevante della questione &#8220;crisi dei giornali&#8221;, la questione è più ampia e colpisce tutte le funzioni di &#8220;mediazione culturale&#8221;&#8230;  i primi a preoccuparsene sono stati i bibliotecari, seguiti dagli insegnanti e ora i giornalisti&#8230;</p>
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