La fine dei maitres-à-penser
Sarò sincera, generalmente non reputo la mia generazione particolarmente dotata di qualità positive. Non mi piace, però, nemmeno sputare sentenze, perché non mi va di recitare la parte di quella che condanna senza riserve solo per dichiararsi fuori da qualcosa in cui, invece, è inevitabilmente immersa fino al collo. Quindi, mi sforzo semplicemente di vedere le cose con la maggiore obiettività possibile e devo dire, che a noi ventenni una cosa che a me sembrava potesse portare a soluzioni positive la riconoscevo: il non essere plagiati, per la maggior parte, da rigidi dogmi e schemi politici. In pratica, la mia generazione, a me sembra, segna davvero la fine delle ideologie per come l’Italia le ha conosciute fino a poco tempo fa. Siamo cresciuti e continuiamo a crescere in un mondo in cui fra i ragazzi “rosso” o “nero” sono tornati ad essere, nell’accezione principale, semplici colori, in cui non è fondamentale conoscere il credo politico di qualcuno per essergli amico, in cui idee e convinzioni, qualora ve ne siano, sono spesso prive di riferimenti ad ideologie politiche. Questo, secondo me, è sicuramente in parte positivo perché può permettere ad un giovane di costruirsi un senso critico privo di preconcetti e favorisce il confronto costruttivo e pacifico fra idee ed opinioni differenti.
Insomma, una mente che si è plasmata sugli stereotipi dei “borghesi cattivi” e del “proletario buono e sfruttato” oppure su quello della “patria tradita” e dell’ “Italia imperiale” poteva essere, forse sì, maggiormente stimolata, rispetto ad oggi, a riflettere sulla realtà ma a forte discapito dell’elasticità intellettuale. E quando si è impossibilitati, in sostanza, a riflettere lucidamente, quale può essere il valore della riflessione? Quando un sistema dogmatico che divide il mondo in buoni e cattivi in maniera tanto radicale quanto astratta viene inculcato con forza nell’animo di una persona, ciò non può che produrre un rifiuto del diverso, che più che differente viene visto come eretico. E quando due persone che si considerano eretiche a vicenda si scontrano, non può che essere uno scontro rabbioso che solo con parecchio sforzo, non sempre attuabile, può divenire fertile.
Insomma, forse, l’inseguire un’utopia politica era più un ostacolo che un’agevolazione alla formazione di una vera coscienza civile, stabile, serena e capace di guardare con semplice pragmatismo ai problemi della società. Per questo, ho sempre guardato di buon occhio la “morte” dei grandi sistemi politici cui, perlomeno nei ragazzi del nostro Paese, si sta assistendo. Forse ci stavamo liberando da qualche catena.
Col passare del tempo, però, mi sono vista costretta ad ampliare la riflessione e, forse, in parte, a ritrattare. Continuo a ripudiare la schiavitù del pensiero a qualsivoglia dogma, ma il problema è quando alle idee sistematiche non si sostituisce il libero ma pensiero, ma, semplicemente, il nulla.
Viviamo in una realtà, infatti, dalla consistenza vischiosa e liquida.
L’appartenere ad una determinata corrente politica, di destra o sinistra che fosse, significava per un giovane la possibilità di imparare ad andare contro ciò che si percepiva come una stortura. Forse in maniera sbagliata, in alcuni casi deviata, ma si percepiva l’esistenza di qualcosa da cambiare e la necessità di farlo. Questa fondamentale possibilità di “andare contro” permetteva anche l’esistenza di intellettuali ed artisti, ossia di individui che, provenendo anch’essi, magari, da ambienti politici ed ideologizzati, riuscivano ad affrancarsi dagli stereotipi, conservando però quel bisogno di mettere alla berlina le incoerenze che, inevitabilmente, ogni epoca porta con sé, producendo così pensieri profondi ed acutamente analitici, capaci, se non di influenzare praticamente ed in maniera immediata la realtà, perlomeno di divenire strumenti irrinunciabili per chi aveva volontà di comprenderla.
Oggi i muri fra le avverse ideologie sono crollati ma il tutto si è risolto in un magma indistinto, senza più convinzioni, soluzioni, prospettive di sorta. Come si fa ad andare “contro” l’indefinito, contro qualcosa che non ha caratteristiche dai confini precisi, contro, sostanzialmente, qualcosa che non produce nulla di valido contro cui andare? Oggi gli intellettuali sono chiusi in un atteggiamento accademico ed autoreferenziale, occupati in beghe di nessun conto se non per loro e a fare sfoggio di un’erudizione tanto particolareggiata quanto fine a sé stessa. Coloro che pensano di fare “denuncia” sono altrettanto stereotipati e superficiali degli individui che pretendono di criticare, rifugiandosi dietro luoghi comuni atti ad attirare quanto più pubblico possibile. Quanto spesso, oggi, sentiamo libri e pubblicazioni di vario genere ricorrere alla parola “casta”, ad esempio? La “casta” dei politici, la “casta” dei magistrati e quante altre ancora? Questa corsa allo smascheramento della “casta” non testimonia altro se non l’intenzione di attaccarsi alla parola che, in questo momento, cattura l’attenzione di un certo tipo di cittadino medio, annoiato dei luoghi comuni dei governanti di oggi ma che non cerca altro, in fondo, che altri luoghi comuni diversi e a lui più congeniali.
La tensione, oggi, si è allentata ma si è perso il senso profondo del porsi in contraddizione con alcuni aspetti del reale. E’ la fine dei maestri, ossia di coloro che, per primi ed in maniera più perspicace, indicavano la maniera migliore in cui farlo, insegnando l’indipendenza della mente e il coraggio di emanciparsi dal pressappochismo intellettuale. E se non c’è nessuno che insegna, significa che dovremo imparare da soli.
Qualche giorno fa sfogliavo una raccolta di vecchie interviste a De Andrè. In una pagina aperta un po’ a caso, in una manciata di righe lette un po’ a caso, una sua riflessione mi ha colpito: diceva che i giovani riparano nel gruppo per cercare di rimediare all’ “assenza di padri”.
Ecco, oggi come non mai c’è bisogno di “padri” e, oggi come non mai, essi sono assenti. Non parlo, ovviamente, dei padri naturali, fisiologici. Parlo di padri “putativi”, di coloro che sanno assumersi onestamente, senza secondi fini e con gli strumenti culturali adatti, un ruolo di guida nell’indicare alla società i motivi profondi di incoerenze e malfunzionamenti, di disfunzioni e mancanze.
Il loro modello non esiste quasi più perché non esistono più gli ambienti che lo producevano. I partiti non si assumono più questo compito, perché sono gli stessi partiti, in fondo, ad essere spariti, la scuola, è noto a tutti, è da tempo in costante e rapidissimo declino, le Università, nella maggior parte dei casi, sono delle aziende a conduzione familiare in cui sistemare parenti, amici, amanti. I politici stessi hanno da tempo rinunciato a proporre idee che potessero stimolare, se non altro, delle critiche ragionate e complesse.
Non c’è più nessuno da cui imparare e non ci sono più stimoli immediati per cui farlo, poiché siamo passati ad un’epoca in cui la realtà viene proposta da tutti in maniera semplificata, ridotta, plastificata, annullando l’abitudine a procedere per problemi e domande. La propongono così i politici, la propongono così gli stacanovisti della “denuncia”, la classe intellettuale, dal canto suo, non la propone affatto.
Ovvio, si può sempre imparare da soli e ricominciare daccapo ed è quello che mi auspico avvenga. Ma imparare da soli implica il doppio del tempo, il doppio del rischio, il doppio della fatica. Sarà una strada difficile, lunga, tortuosa e poco tranquillizzante, sempre che si abbia la forza e la voglia di intraprenderla.
Bianca Misitano






Concordo.
“E’ la fine dei maestri, ossia di coloro che, per primi ed in maniera più perspicace, indicavano la maniera migliore in cui farlo, insegnando l’indipendenza della mente e il coraggio di emanciparsi dal pressappochismo intellettuale.”
Nella mia formazione credo di poter dire che questo ruolo l’abbia svolto Noam Chomsky che è ancora vivente e neanche troppo vecchio. Forse qualche maestro c’è ancora
(A)lessio
il mio maestro è il presidente
esiste un unico maestro di nome televisione
la riduzione progressiva della nostra reattività intellettiva e del nostro spirito critico non sono solo frutto di un cambiamento che trasformato la società, ma è un indirizzo ben preciso che la società dei consumi – ormai globale e senza alternative valide a cui fare riferimento – adotta per vendere, produrre e far consumare di più.
Una volta i dittatori volevano imporre idee, più o meno malsane, attraverso la repressione, il controllo e il potere su tutto e tutti servendosi della propaganda.
Oggi siamo liberi, i dittatori vecchi e spietati son quasi tutti scomparsi, la Cina comunista ha i McDonalds e la Coca Cola, l’accesso ai consumi e agli acquisti è ormai quasi generalizzato in occidente, e questo è stato il miglior artificio che il capitalismo (chi sarà mai il sig.capitalismo?) potesse architettare per neutralizzare tutto e tutti.
Eppure io vi invito a ragionare su come la dittatura esista ancora, la propaganda sia più forte, la gente sia più controllata…con la differenza che oggi non abbiamo una dittatura di segno opposto da paventare.
“Ognuno suona come vuole, e tutti suonano come vuole la libertà”