Speculazione, controllo gestione e… Italia. Qualche considerazione
Speculazione finanziaria, controllo della gestione delle società, programmazione economica. Su questi tre temi mi piace confrontarmi per far notare alcune anomalie, quantomeno, rispetto a quella che è la realtà.
Partiamo da quello che sta avvenendo nel settore energetico, petrolio e sue quotazioni in primis. Dopo aver toccato il minimo di 33 dollari al barile a gennaio circa, il prezzo del greggio è salito nuovamente attestandosi sulla soglia dei 72 dollari pochi giorni fa. È evidente che non essendo in atto alcuna ripresa al momento, chi ha potuto ha investito per acquistare scorte di greggio, confidando in una ripartenza della produzione industriale già sul finire di questo 2009, per poter beneficiare delle quotazioni previste per i mesi futuri in netto rialzo. Questo, a quanto pare, non accadrà perché la ripresa in questo 2009 non sembra esserci. Gli analisti più ottimisti parlano del 2010 e con ritmi molto lenti, c’è anche chi prospetta il 2011. Ecco, le oscillazioni al ribasso cui assistiamo recentemente potrebbero essere il segnale di una inversione di tendenza, non avendo margini temporali di breve periodo sui quali speculare con il petrolio evidentemente si potrebbe riconsiderare l’investimento e liberarsi dei barili acquistati. Tutto questo per dire cosa? La speculazione finanziaria ci ha portati in questa crisi, ma non solo la speculazione, e nonostante i propositi samaritani di nuove regole mondiali, non sembra essere cambiato nulla come certamente non cambierà molto nemmeno nei prossimi mesi.
Profeticamente dico, si era in un modo, si è nello stesso, si continuerà ad esserlo anche in futuro. Con piccole variazioni sul tema, ininfluenti sul vero problema della crisi economica che, in realtà, tocca la gente comune già da molti anni: l’abbassamento del potere d’acquisto delle famiglie. E’ stato il vero fattore scatenante, si sono prodotti beni che sono stati venduti a credito, il ricorso eccessivo all’indebitamento micro o macro che sia, finalizzato o al consumo poco cambia, ha generato il mostro che è esploso nel settembre scorso.
Come si interviene adesso? In maniera molto intelligente, secondo le regole della politica, in maniera totalmente stupida e inutile secondo le regole dell’economia. Angela Merkel ha annunciato nella scorsa settimana che il governo tedesco sta approntando delle misure per valutare l’operato dei manager e punire le gestioni non corrette delle società. Demagogia totale. Gran risata degli economisti e politica che, per l’ennesima volta, non capisce che non può essere in grado di regolamentare alcunché in campo finanziario operando nel modo della politica medesima. Mi domando, come può valutarsi l’andamento di una società, la sua corretta gestione, senza considerare elementi molteplici, interconnessi e di difficile valutazione in se? Se la società andrà bene sarà merito del manager, delle condizioni di mercato, degli investimenti fatti dai predecessori? Come si potrà capire quale elemento avrà determinato il successo? Allo stesso modo se la società andrà male, sarà colpa della mancanza di ricerca e sviluppo, del settore di mercato che non tira, delle scelte del management? Crede veramente la politica di poter valutare e ponderare tutte queste variabili? Utopia, buona solo per far credere alla gente di aver dato risposte alle domande legittime di “cosa faremo adesso?”.
Ultimo punto, la situazione cinese. Uno Stato continente che cresceva in doppia cifra fino allo scorso anno e quest’anno crescerà “appena” del 7%, valori che sarebbero da boom economico da noi, in Cina creano problemi importanti per il gran movimento di gente che si sposta dai centri agricoli alle città e che si trova a ritornarci per le difficoltà ingenerate dalla crisi economica. 20 milioni di persone che sono costrette a rientrare nelle campagne non possono non avere ripercussioni gravi e pesanti sull’economia pianificata cinese, è evidente che ci sia un livello “minimo” di crescita sotto al quale il gigante cinese non può scendere, ecco quindi che tassi di crescita per noi da boom economico sono tassi indice di difficoltà per la Cina.
Ultimo elemento, l’Italia. La strategia è ormai chiara, non facciamo niente tanto siamo già messi a terra da soubrette, meretrici, lenoni e varietà sul tema. Aspettiamo. Fermi. Immobili. Se e quando ricomincerà a tirare l’export tedesco, conseguenza della ripartenza economica di altri Paesi fruitori di prodotti made in Germany, allora probabilmente ripartirà anche il carretto Italia, trainato lentamente sulle sue ruote di legno scricchiolanti dalle quali piano piano sono caduti in terra i lavoratori. La domanda è: se il potere d’acquisto di chi dovrebbe acquistare i beni esportati fino ad oggi è stato drogato dal ricorso al credito perché in realtà non ci si poteva permettere certi beni, se oggi quel potere d’acquisto è ancor più diminuito, se la sovrapproduzione industriale ha portato ad un punto di non ritorno per il quale va riconsiderata la mole produttiva, se questo porterà a minori posti di lavoro, se uniamo il tutto alle difficoltà di trovare un impiego da parte dei giovani, alla fine la domanda è: siamo sicuri che attendere sia la cosa più intelligente da fare? Evidentemente se Silvio e Giulio pensano così… siamo in buone mani. O forse no….?
Fabiano Polimeni





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