A che punto è la cultura dell’innovazione in Italia?





“A sopravvivere non è la specie più forte, nè la più intelligente. E’ quella che meglio si adatta ai cambiamenti”
Charles Darwin

“La conoscenza, in ogni paese, è la base più sicura per la felicità”
George Washington

innovazioneL’ non è mai un concetto che può essere confinato a singoli aspetti della realtà. Rinchiudere l’idea di in singoli recinti che possono essere di volta in volta tecnologici o economici o sociale o culturali o psicologici è uno dei modi migliori per non comprendere a pieno il modo in cui una collettività si rapporta con il tempo che passa e “le cose” che cambiano. La conoscenza delle possibilità effettive di sviluppo innovativo di una società deve per forza di cose inglobare tutti gli aspetti sociali e culturali che vengono coinvolti e tirati in ballo nella creazione del futuro prossimo.

La conoscenza, appunto, è l’unica vera “arma” che possa consentire di generare la capacità di trovare soluzioni innovative ai problemi sociali di un paese e di garantirne il progresso tecnologico.

Sappiamo tutti come l’Italia sia un paese che soffre di arretratezza tecnologica e scientifica cronica rispetto ad un’infinità di altri stati. Sappiamo anche molto bene che la politica da una 15ina d’anni a questa parte ha inanellato una serie di sciagurate riforme dell’ordinamento scolastico, universitario e della pubblica che tutto fanno fuorchè darci gli strumenti della conoscenza (e della pratica) necessari per sviluppare un’innovazione consapevole e legata agli effettivi bisogni della popolazione cui, secondo me, dovrebbe essere asservita la scientifica e la sua applicazione pratica nella sviluppo di nuove tecnologie.

04-innovazioneSoldi ce ne sono pochi, fatto che unito alle politiche di smantellamento della capacità d’innovazione del paese non consente di essere molto ottimisti sul futuro. E’ anche verò però che tra i fattori principali per lo sviluppo concreto di politiche di innovazione dipende anche (forse soprattutto?) dalle “propensioni psicologiche”: i valori guida e l’acculturazione scientifica e tecnologica di giovani e meno giovani. E’ necessario, dunque, che esistano in un popolo delle propensioni ad innovare che siano non solo economiche ma culturali, simbolichè e cognitive. La semplice resistenza incondizionata al nuovo e la spiccata propensione alla conservazione dell’esistente (inteso non come natura ed ecosistema ma come “tecnologie attuali”) ostacolano la creazione di un percorso di crescita innovativa del nostro paese.

Per capire come gli italiani percepiscano il tema dell’innovazione e dell’introduzione di nuove tecnologie è stato selezionato un campione di 2200 persone, tra uomini e donne, distribuite tra nord, sud e isole. Particolare attenzione è stata data alla fascia d’età che va dai 25 ai 44 anni.

cultura_innovazione1Si tratta del primo rapporto Wired – Cotec sulla cultura dell’innovazione degli italiani, realizzato con il supporto scientifico dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del CNR di Roma. Si tratta di un , quindi da prendere con le pinze, ma quello che ne viene fuori è una sorta di fotografia della dell’innovazione nel nostro paese. Il rapporto è stato pubblicato sul numero 3 della rivista mensile , con una veste grafica veramente “innovativa”, ma avuto come primo destinatario il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Di dati interessanti ce ne sono a bizzeffe. Mi limiterò a citarne solo alcuni e a rimanere su binari più generali in modo tale da favorire una eventuale discussione successiva tramite i commenti, qualora vogliate esprimervi a riguardo. Credo che gli oggetti e i modi di “vivere il futuro” interessino tutti noi senza eccezioni.

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Emerge la consapevolezza dell’importanza del lavoro, della ricerca e dello studio come fattori fondamentali, come il talento innato per innovare. Vengono ritenuti indispensabili anche incentivi finanziari e simbolici adeguati per motivare chi intraprende la difficile strada dell’innovatore.

Ma è sul rischio che si nota il ritardo del nostro paese.

8b570ab6ade35cf32fd986ccd6dffc88Su questo concetto di rischio bisognerebbe molto discutere visto che è un sentimento molto circostanziato. Risulta dalla ricerca effettuata che “più dell’80% del campione ritiene che solo una conoscenza completa di tutti i possibili danni sia un requisito indispensabile per permettere la commercializzazione di un prodotto. I giovani sono la fascia d’età più conservatrice”.

Questa definizione data da Riccardo Vitale nel presentare il rapporto non mi piace molto. A me più che conservazione mi sembra si parli di una grande responsabilità dimostrata dai giovani e di una chiara, netta e trasparente richiesta di conoscenza e delucidazioni che contrasta con la cieca commercializzazione di prodotti scarsamente studiati nei loro effetti negativi. Sostengo questo perchè, nello stesso rapporto, viene fuori che questa scarsa propensione al rischio “viene in realtà associata solo a poche tecnologie, come nucleare, fertilizzanti chimici, conservanti per cibi, Ogm”. Insomma, si direbbe che noi giovani sembriamo dei contadini o cittadini di campagna che vogliamo conservare il nostro “buono bevere e buono mangiare” ma vi chiedo se questa attitudine non possa derivare dal fatto che fino ad ora in questi campi specifici le precedenti generazioni abbiamo realizzato alcune delle più importanti “porcate” di tutti i tempi, oppure è un semplice ritorno al passato come alcuni vogliono farci credere (per es sul nucleare).

I settori d’innovazione in cui si registra il maggior livello di ottimismo quasi pari al 100% e con bassissime punte di scetticismo riguardano, in ordine di “ottimismo”:

  • il risparmio di energia domestica;
  • l’energia solare;
  • l’edilizia ecocompatibile;
  • le nuove tecnologie mediche;
  • i nuovi combustibili per auto;
  • l’informatica e internet;
  • i trasporti aerei e l’alta velocità ferroviaria (forse legata al fatto che le normali ferrovie offrono un servizio scadente? ndr)
  • le nanotecnologie, le biotecnologie e l’ingegneria genetica.

lampadinaE’ ancora più chiaro, in base a questo sondaggio, chi debba essere a decidere nel campo della ricerca e dell’innovazione tecnologica. Alla domanda: “Chi dovrebbe decidere dell’uso dei risultati della ricerca e dell’innovazione?” solo il 5% degli intervistati si fida della politica (uomini la maggior parte) e solo l’1,8% si fida dei potentati economici e commerciali, ovvero dell’industria. La Chiesa chiude con una media dello 0,8% degli intervistati, ovvero meno di una persona su cento affiderebbe lo sviluppo del paese alle istituzioni religiose; anche tra quelli che si dichiarano fortemente praticanti il maggior livello di fiducia nella Chiesa in questo ambito non supera il 2,4%.

Secondo gli intervistati a gestire l’innovazione del paese dovrebbe essere la comunità scientifica scelta da più del 65% degli intervistati. Molto significativo l’ultimo dato a riguardo che certifica un crescente, e già molto forte, bisogno di partecipazione rischiesto dai cittadini: il 22,6% circa (uomini in maggioranza) vorrebbe che ai processi decisionali in fatto di nuove tecnologie partecipassero tutti i cittadini, il dato se scorporato a livello territoriale cresce molto nelle regioni settentrionali.

Ci sarebbero numerosi altri argomenti interessanti da poter trattare grazie a questa ricerca ma occorrerebbero interi server per poter sviluppare informazioni e discussioni complete ed esaustive (se fosse mai possibile giungere ad un punto tale in questi ambiti di discussione).

Quel che è certo, e che si evince da quanto detto fin ora, è che i processi decisionali effettivi per tutto quel che riguarda l’innovazione in questo paese solo completamente staccati da quella che è la volontà dei cittadini. Insomma, siamo imbrigliati, come spesso ci capita, in una realtà effettiva che non combacia quasi per niente (dimostrazione lo sono le leggi contro la ricerca pubblica, per il nucleare, contro internet, ecc ecc) con i nostri effettivi desideri!

Alessio Neri

Fonte
- Wired, n° 3, giugno 09

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