Proibizionismo: forma di repressione della fantasia (2)
…continua…
“L’ubriaco surrealizza”
Questo è quello che in 2 parole sostiene l’intellettuale francese quando si trova a confrontare le fantasie che scaturiscono dai mondi etilici con quelle provocate nel nostro animo dalla visione di un film.
Epstein sostiene che:
“L’uomo chiede all’alcol uno stimolo delle tendenze istintive e affettive. Queste invadono allora l’immaginazione e la attivano, la dominano, la organizzano in fantasticherie allucinatorie in cui il bevitore può avere l’illusione di vendicarsi delle avversità e anche il coraggio di cogliere realmente un frutto proibito. Nell’ebbrezza la rappresentazione logicamente ordinata è indebolita, offuscata, a volte annientata a favore di una rappresentazione governata dalle analogie dei sentimenti e totalmente sottomessa ai bisogni delle passioni. Se gli uomini non si sentissero così imbrigliati dall’organizzazione razionale (razionalità commerciale, ndr) della loro vita quotidiana … non sarebbero nemmeno così inclini, talvolta costretti, a bere per stimolare e sviluppare in se stessi un onirismo riposante e consolante, uno stato di violenta poesia”.
Di questi tempi l’attenzione non ricade “sull’uomo”, bensì sull’adolescente. Non è vietata la vendita di alcolici ai fini di una riduzione dell’alcolismo sociale; il divieto è opportunamente indirizzato ad una categoria precisa: quella particolare categoria d’età, forse l’unica, in cui la leggerezza e la potenza fantastica di sogni e desideri si avvicinano di più alla possibilità di essere realizzati. Da adolescenti non si è più così piccoli da poter fare voli pindarici senza alcun legame con la realtà ma non si è neanche ancora troppo adulti per stoppare ogni fantastico desiderio con gli strumenti della prudenza razionale. L’adolescenza è quel periodo della vita di ognuno in cui più si avvicina al mondo della creatività artistica e, più in generale, sociale.
Ovvero, l’adolescenza è il bivio in cui ogni individuo, con le proprie scelte di vita, decide se intraprendere le strade battute dai propri sogni e desideri oppure piegarsi alla volontà di un mondo esterno che non collima con le immagini che scorrono in mente quando ci si immagina il futuro, ricostruendo costantemente il proprio presente, scoperta per scoperta, esperienza per esperienza. L’adolescenza è l’ultimo periodo della vita in cui la fantasia non ha bisogno di surrealizzazioni artificiose della realtà di cui l’alcol ne è lo strumento più diffuso nella popolazione adulta.
Lasciando da parte le ipocrisie tipiche di chi fa leggi e ordinanze, considerando il fatto che una grande maggioranza di persone è proprio nell’adolescenza che ha testato gli effetti del consumo di sostanze tossiche alcoliche (anche in dosi massicce) fa impressione sapere che sempre di più in questa fascia di età ci sia consumo di queste sostanze, stimolatrici di fantasia e implementatrici di passioni. Non sono affatto sicuro che questi dati siano reali, mi sembrano molto più funzionali al tentativo di azione moralizzatrice di una classe decisionale di ipocriti che alla descrizione della effettiva realtà delle cose. Ma, al di la dei numeri, non fatico a considerare gli elevati consumi alcolici – tralasciando le questioni legate al gusto e al piacere si assaporare qualcosa di piacevole – come una effettiva fuga dalla realtà che si vive e che è fatta da realtà che luccicano in maniera illusoria e che sono organizzate sulla base di principi commerciali.
Ritengo gravissimo aver bisogno di certe sostanze per raggiungere mondi onirici che nell’adolescenza sono la norma, ma non lo considero come un’assurdità in quanto tali sostanze provocano effettivi piaceri sia fisici che psicologici. Quel che non concepisco è la diffusione di queste come principali strumenti di distrazione da un mondo organizzato in base al commercio che cerca di piegare le fantasie dei futuri consumatori alla luminosità fasulla delle proprie insegne al neon.
I giovani sono storicamente i più inclini a subire il fascino delle illusioni del mercato ma, allo stesso tempo, sono quelli che più facilmente riescono a respingerli ed è per questo che ritengo decisamente assurdo reprimere con multe al consumo giovani e giovanissimi. Se è triste che l’alcol diventi lo strumento principale per fare esercizi di fantasia è del tutto fuori luogo e antisociale impedire con la forza che questi voli pindarici possano essere frequenti ed acquistare sempre più valore nella vita reale. Questa realtà si trova in una condizione in cui è assoggettata alla razionalizzazione commerciale dei rapporti umani ed intellettuali. Essa combatte (e reprime), per difendersi, i propri nemici più acerrimi: desideri, sogni e passioni!
Afferma Epstein:
“Artisti, scienziati, filosofi chiedono all’intossicazione alcolica un allentamento del controllo razionale dell’intelligenza e la conseguente acquisizione, attraverso il pensiero, di un modo di procedere più fantasioso”.
Gli adolescenti non hanno la maturità e l’esperienza sufficiente per rientrare in una qualunque delle definizioni sociali alle quali accenna Epstein in questa frase, è assolutamente vero, però, che gli adolescenti sono tutto questo in un individuo unico che deve ancora definirsi socialmente ma che continuamente crea (senza lesinare lucide e meno lucide assurdità), fa e disfà falsificando continuamente la realtà con cui si rapporta e nei confronti della quale dirige la maggior parte delle sue riflessioni, profonde o meno, mettendo in discussione ciò che lo circonda.
“L’alcol agisce aiutando i paranoici deboli a costruirsi il delirio di cui hanno bisogno”.
L’adolescenza non è l’età della paranoia ma sicuramente è una delle epoche di maggiori deliri. Il fatto che sempre più adolescenti si abbandonino a paranoie troppo spesso ingiustificate lo ritengo un segno dei nostri tempi in cui il commercio è la principale anima della maggioranza dei rapporti sociali quotidiani.
La questione della proibizione dell’alcol agli adolescenti non può essere rinchiusa nei confini di una benevolenza e di una carità, di stampo cristiano, nei confronti di coloro che hanno tutto il futuro davanti e che si trovano nel periodo della loro vita in cui ogni scelta autonoma influenzerà il resto dei loro giorni.
“La cirrosi epatica e altre degradazioni organiche – sostiene Jean Epstein – hanno dato un pretesto eccellente al razionalismo intransigente della civiltà per emettere una denuncia d’immoralità contro l’irrazionalismo alcolico […] non si tratta di una condanna pronunciata in nome dell’igiene, bensì dell’etica, e della politica, razionalista, che mira innanzitutto a punire una contravvenzione al loro sistema”.
Il rischio delle ordinanze che vietano la vendita di alcolici rischia di incutere nei giovani proprio l’idea che bere non sia un piacere che a volte capita o a volte si può cercare. Se il bere diventa una vera ed effettiva trasgressione, ci si può ragionevolmente aspettare che gli adolescenti ne saranno attratti a maggior ragione. Il fascino del proibito lo conosciamo tutti e, sinceramente, non mi sentirei in grado di condannare la ricerca di queste trasgressioni.
L’alcol di per se non aggiunge nulla di nuovo alle elaborazioni surreali dei giovani bevitori. Gli effetti che provoca hanno le loro fondamenta in ciò che è già presente nelle elaborazioni mentali degli individui interessati. Se negli adolescenti esiste ancora della sana fantasia l’alcol consentirà di tirarla fuori in maniera disordinata e imprevedibile ma se negli adolescenti non sarà più possibile riscontrare una effettiva forza di evasione dal reale sarà la fine delle speranze di cambiamento della nostra società.
Differentemente dall’età della maturità in cui si beve per evadere non pensando; nel periodo adolescenziale il consumo di alcol è visto in maniera negativa soprattutto perchè consente di immaginare e mettere in pratica evasioni dal mondo che rischiano di incrinarne la sempre maggiore organizzazione razionalizzata.
Epstein conclude il suo saggio sostenendo la similitudine – con le differenze del caso – tra il surreale cinematografico e il surreale stimolato dal bere alcolici.
Io vorrei concludere mettendo accanto i deliri tipici di chi ha fantasia da vendere, anche se troppo spesso è nascosta dentro i cip di moderni marchingegni, con quelli stimolati da artifizi liquidi da ingurgitare.
La mia non è assolutamente una difesa della dipendenza di stupefacenti alcolici bensì è una difesa del bisogno di esercitare la fantasia che abbiamo a disposizione e di cui gli adolescenti, così come artisti, filosofi, scienziati e creativi, sono stracarichi, anche se sempre più spesso non lo danno a vedere.

Impedire la vendita di alcolici ai minorenni non ne impedisce assolutamente il consumo, dunque risulta evidente la povertà delle motivazioni legate alla difesa della salute delle giovani generazioni. Come con ogni divieto imposto con il monopolio della violenza (intesa come potere di imporre comportamenti) e con la repressione non si può fare altro che osteggiarlo perchè i suoi effetti saranno esclusivamente controproducenti (rispetto agli intenti dichiarati ma non rispetto a quelli taciuti). Ciò avviene a maggior ragione, in questo caso specifico, dato che l’attività decisionale mira diritta ad annullare velleità assurde sul futuro – dunque, di per se, rivoluzionarie – che scaturiscono dalle incomprensibili (ai nostri occhi) macchinazioni mentali dei più giovani “cittadini” delle nostre società.
Possiamo anche adoperarci senza sosta per migliorare il mondo che viviamo ma se cancelliamo, con le attività economiche e legislative, la capacità intellettuale in mano alle nuove generazioni di ridefinire l’esistente in base ai propri desideri, il risultato sarà solamente una disfatta delle nostre speranze giovanili e un bell’aiuto a chi lavora incessantemente per rinchiuderci in gabbie che Epstein definisce di “chirurgia psichica”.
Alessio Neri
“L’uomo chiede all’





Rispondi!