“…notizia è l’anagramma del mio nome…”. Suggestioni, imposizioni e marketing della musica
Non siamo liberi di scegliere, anche nelle frivolezze.
Lo dico sempre in ogni mio intervento, sia su Liberareggio sia su qualsiasi altro spazio che mi da l’opportunità di esprimere i miei punti di vista.
Parliamo di musica ad esempio.
Dagli anni ormai lontani della mia adolescenza mi interrogo continuamente su quelle che siano le dinamiche che decretano il successo di una canzone, di un artista o di un disco, e sebbene il mio approccio all’analisi del problema sia parzialmente condizionato e forse non del tutto obiettivo, ad alcune conclusioni ci sono giunto, e devo ammettere che non si tratta di scoperte importanti, né di deduzioni frutto di una capacità intellettiva superiore.
Prima di tutto bisogna premettere che non esiste una sola risposta alla domanda “perché un brano diventa famoso?”.
Un primo aspetto è la classica distinzione tra “convinzione” e “condizione”, cioè tra il “potrei ma non voglio” e il “vorrei ma non posso”. Vi starete chiedendo di cosa diavolo io stia parlando e cosa c’entri la musica con tutto questo: ora tenterò di spiegarvelo.
Nell’ultimo periodo le radio suonano in maniera insistente e a volte fastidiosa la canzone di Tiziano Ferro all’interno della quale, per la precisione nella prima strofa, un verso recita “…notizia è l’anagramma del mio nome…”.
Decine di blog riportano mari di commenti di ragazzine (e non solo) esterefatte e innamorate della genialità di questa frase che, in effetti, se confrontata con l’assoluta piatta ordinarietà del resto dei testi pop, risulta abbastanza inconsueta.
Tiziano Ferro si fece notare qualche anno fa grazie ad una serie di singoli dichiaratamente (o comunque evidentemente) ispirati ad un certo filone di cantanti in bilico tra r’n’b e pop americani (primo tra tutti R. Kelly), riscuotendo immediatamente un certo successo che poi andò crescendo nel tempo, man mano che la sua faccia e la sua immagine diventarono familiari per il pubblico italiano. Radio, televisioni, giornali…una grossa casa discografica capace e decisa ad investire sull’artista, un momento favorevole in cui quel genere musicale d’oltreoceano andava davvero forte. E poi la sua faccia da bravo ragazzo, la sua sobrietà ed i suoi capelli che rievocano immagini d’altri tempi.
Personalmente non amo la voce di Tiziano Ferro, anche se per onestà intellettuale e come discreto conoscitore del canto moderno, non potrei non ammettere che è dotato di un’ottima tecnica.
Ma per un semplice fatto di gusto, i suoi brani non suscitano in me alcun tipo di emozione, forse per l’eccessiva enfasi che mette nel suo modo di usare la voce, e per tutto l’artificio che i tecnici del suono adoperano per renderla ancora più accattivante…per il grande pubblico, quello che ascolta la musica nel cellulare o nella radiolina.
Dunque sia lui, sia chi su di lui ha deciso di investire e rischiare, hanno saputo gestire in maniera eccellente il personaggio Tiziano Ferro, ma con ciò non intendo dire che questo basti a giustificare un grande successo. Lui è una bravo musicista e sa scrivere le canzoni, per lui e per le varie Giusy Ferreri, ma che cosa ne sa la stragrande maggioranza della gente comune di tutti quegli artisti che cantano il suo stesso genere anche meglio di lui? Alex Baroni era superiore artisticamente? E chi conosce il cantante soul Al Castellana?
Ecco dove entra in gioco il “vorrei ma non posso”, “potrei ma non voglio”, possibilità o condizione.
Nella mia “libera” ricerca musicale ho sempre mantenuto la mia autonomia senza farmi intrappolare dalla menzogna che ci dice “la musica famosa è l’unica musica bella”. Espressione molto elementare ma altrettanto emblematica nella sua triste veridicità.
Esistono in Italia, lontani dalle tv e dalle radio, decine e decine di artisti talentuosi che potrebbero percorrere la medesima strada di quelli più esposti, ma che per scelta personale e artistica preferiscono preservare un certo tipo di qualità, di pubblico e di immagine, puntando molto sulle sette note e molto meno sulla popolarità costruita a tavolino. In pratica il caso dei potrei ma non voglio.
Ne esistono altrettanti invece che ci provano, ci provano in tutti i modi ma non riescono ad avere il successo e la visibilità di quei cantanti che nella gran parte dei casi imitano. Allora questo è il caso dei vorrei ma non posso.
Fabrizio De Andrè ha inciso un solco nella musica e nella cultura italiana che pochi di questi fenomeni da tormentone saranno capaci di imprimere, ma nonostante fosse conosciuto da tutti, non cedette mai alle lusinghe della popolarità pop, quella che ha la capacità di distogliere l’attenzione dalle tue canzoni per catalizzarla invece su ciò che il personaggio rappresenta.
Francesco Guccini scrive canzoni da più di quaranta anni, ed ogni volta genera in chi le ascolta un’emozione inedita, profonda, senza tempo, ma non è pop, e non vorrebbe esserlo, ma in “Canzone delle domande consuete” insegna a molti musicanti di oggi come si cantano le parole in metrica, e come con esse si possa giocare.
Potremmo tranquillamente affermare che giovani ragazzine senza precisi gusti musicali e pubblico generico non “orientato” sono dei validi indicatori quando si tratta di studiare i precisi percorsi che artisti e loro manager fanno per ritagliarsi un target il più possibile vasto.
Non confondete questo mio discorso come un atteggiamento snobbistico o intellettualoide di chi condanna il genere pop prediligendo produzioni più colte o culturali: quello non sono io.
Ma mi interessa solo farvi capire come, anche quando scegliamo quale musica ascoltare, non siamo totalmente liberi. Basti pensare che la promozione di tantissimi artisti “famosi” si basa sulle stesse strategie di marketing utilizzate per vendere le merendine, i dentifrici o le automobili.
Solo che la musica è la forma più artistica e sublime di comunicazione verbale e sonora…per me.
Conosco gente che non ascolta musica che non sia in classifica per paura di non essere al passo con i tempi, o cool, o semplicemente uguale a tutti gli altri (suoi amici!). Che non tenta neppure di capire se oltre quella top ten esistano dei brani che potrebbero piacergli molto di più!
I media impongono la musica, spingono ripetutamente la musica, imprimono nei nostri cervelli accattivanti e intuitive linee melodiche, e non serve il parere di illustri psicologi per capire che dopo dieci, venti, trenta ascolti una canzone te la fai piacere. Tuttavia, sempre per onestà, tocca ribadire che alcune canzoni famose (ci gioco molto con il termine) sono anche davvero belle e artisticamente valide.
Ma allora se esistono degli artisti così bravi, perché non hanno passaggi radiofonici, e non vanno in tv e non sono conosciuti? Cari miei, la domanda non è intelligente, è una chiave di ragionamento ignorante (che ignora) caratteristica della mia amata nonna quando ride di me e dei miei dischi. Nell’automobile solo in due possono stare avanti, ma i tre dietro avranno pur la loro dignità di passeggeri?! Allo stesso modo lo spazio sui canali di comunicazione di massa è poco, e non tutti possono avere lo stessa fetta, ed è qui che entra in gioco per l’ascoltatore la propria indipendenza nella scelta: scegli in seguito ad una ricerca o ascolti passivamente ciò che ti porgono “con il cucchiaino?”
Eh si, “…notizia è l’anagramma del mio nome…”, un bel gioco di parole. Cose del genere i rapper, ad esempio, le chiamano “punch lines”, e ne fanno decine in ogni brano, e ne fanno di molto più geniali. Certo, resta il fatto che il rap è un genere musicale che, se pur diffuso in ogni angolo del pianeta come linguaggio universale, non rappresenta un nostro patrimonio culturale, ma lasciate che vi illustri…
Vi riporto ad esempio dei passaggi di “Sotto la Cintura”, un album del gruppo rap torinese One Mic:
“…vivo i drammi degli anni, e scopro che i sogni sono come i vetri ti ci rivedi anche se sono infranti …”;
“…ogni minuto che passa lascia sessanta secondi e un solo primo vivo…”;
“…ho la linea della vita sulla mano ma non placo un dubbio, è sul mio palmo ma non significa che ce l’ho in pugno…”;
“…è tardi anche per Ferro per chiedere perdono, assaporo la mia adolescenza, andar di passo con la potenza, non ho rivali alla mia altezza neanche se mi clono…”.
Altrettanto elaborati sono i giochi di parole di Mistaman, un altro talentuoso artista che recentemente ha pubblicato “Anni senza fine”, il suo terzo album:
“…ricorda attento mangio rappers, sputo le catene e i denti d’oro e mi ci pago le bollette, vegetariano ma ti sbrano uguale, perchè prima di farlo ti riduco a un vegetale…”.
Gentili lettori e fruitori di musica, so benissimo che i gusti sono gusti, e che non sta a me sentenziare su ciò che esce dai vostri telefonini cellulari o dai vostri i-pod (prediligete sempre gli hi-fi, non uccidete la musica!!), ma vi assicuro che dietro 50 facce popolari e visibili, ce ne stanno almeno il triplo che suonano e producono, qualcuno dice underground, qualcuno generi di nicchia, e anche se non ne avete mai sentito parlare, non abbiate timore di scoprirli e di sondare in libertà il vostro gusto. Sono sicuro che se fosse così tanti pagliacci non avrebbero lunga vita in radio e in tv, cantando in playback e intonando la voce con i computers!!
E non mi riferisco a Tiziano Ferro, al quale auguro grande fama.
Alla prossima.
Nicola Casile




“mpasta” è l’anagramma del tuo nome
(A)lessio
C’è un filosofo molto profondo che ha fatto della critica alla società incentrata sull’industria culturale il punto cruciale di riflessione. Tempo fa avevo chiesto un tuo recapito “telematico” per consigliarti qualche suo libro, che sono certa faccia proprio per te, sia per quanto riguarda i temi, sia per quanto riguarda l’approccio intellettuale a questi temi: parlo di Theodor W. Adorno, che, fra l’altro, era un illustre “musicologo”, e gran parte dei suoi discorsi “anti-sistema” prendono le mosse proprio dalla mercificazione della musica e dai suoi esiti.
Se t’interessa, te ne segnalo qualcuno, per me personalmente è stata un’illuminazione.
Per il resto, temo che il problema principale di questo stato di cose che tu denunci, e che purtroppo non si limita alla musica ma a tutto l’ambito cosiddetto culturale in genere (scrittura, pittura, ecc) sia l’ideologia del tornaconto. L’arte, la cultura diciamo, sono tali anche e soprattutto, forse, perché intrinsecamente “attività” DISINTERESSATE. Così che farne un mezzo di guadagno non può che portare a un tradimento della loro essenza, a una deformazione profonda. Si tende a omogeneizzare il disomogeneo, si tende a standardizzare ciò che è per definizione “instandardizzabile”, si riporta tutto all’unico denominatore comune che è in definitiva il loro senso stesso: i soldi. Per questo parlare di cultura e di arte, in questi tempi, è quasi sempre disperatamente retorico e ipocrita.
@denise
tutte le più grandi opere d’arte in assoluto sono state fatte perchè commissionate o sono state vendute dopo essere state realizzate.
Un discorso è voler sfondare il mondo del business, un altro conto è sfondarlo per merito e un altro conto è fare “arte” espressamente per non guadagnarci su, o per lo meno per non farci i miliardi..
Io non so cosa voglia dire ma mi sembra che la storia sia abbastanza chiara… gli artisti di arti più “tradizionali” avevano le botteghe, erano a tutti gli effetti artigiani e giravano l’europa a pagamento per realizzare le opere più belle che la storia ricordi. I cantori e i cantastorie erano dei morti di fame quasi sempre che campavano perchè vendevano le loro storie alle corti di signori e signorotti di mezzo mondo.
Siamo davvero sicuri che l’arte sia slegata dal denaro e dal commercio? E poi, è così facile per chiunque riuscire a distinguere tra arte e belle cose che però non sono arte?
Per quanto riguarda Adorno, purtroppo non ho avuto il piacere di leggere suoi testi, ma solo qualche piccola citazione sparsa qui e li e sembra molto molto interessante… prima o poi..
(A)lessio
denise io non so la tua mail, ora vedo se c’è sui profili
pace a te donna
PARLO COL RAP
e lo leggo da entrambi i lati (Mistaman)
Alessio, la tua obiezione è opportunissima, in effetti mi sono espressa in modo un po’ generico…dici una cosa giustissima, e forse è un po’ qualunquista dire che il binomio arte/soldi faccia schifo a priori. Direi che è degradante a delle condizioni. L’arte su commissione, pone il complicato problema del nesso tra cultura e potere, che non sta a me risolvere; ad ogni modo la storia dell’arte potrebbe mettermi a tacere con le grandi opere realizzate dai pittori italiani e non su commissione della Chiesa o di aristocratici, insomma su commissione di persone potenti. Evidentemente, l’arte è possibile lo stesso…anche se sarebbe interessante scoprire gli effetti del potere sulla natura dell’arte stessa.
Ma contestualizziamo. Oggi il committente non è un grande aristocratico con un qualche feticismo estetico o che, ma grandi industrie. La cultura viene trattata alla stregua delle altre merci che troviamo nei supermercati. Dire a un imprenditore “libro” e “salviettine rinfrescanti” non ha alcuna differenza. Il libro sarà soggetto alle stesse leggi del mercato delle salviettine, alla stessa preselezione della combriccola degli affaristi. Se la gente vuole ridere, eliminiamo o riduciamo all’osso i libri “seri”. Se la gente vuole la musichetta orecchiabile, sbarriamo la strada ai musicisti che si discostino anche di poco dalla norma del melodico. E così via.
Allora rettifico dicendo che il problema non è tanto, o forse non è solo quello del nesso soldi/arte quanto piuttosto quello del nesso aziendalizzazione/arte. Potremmo fare discorsi molto più ricchi, ché sul tema c’è molto da dire, potremmo ad esempio dire che, come scrissi tempo fa citando Benjamin, l’opera d’arte è tale anche per la sua “aura”, cioè per l’unicità che la standardizzazione tradisce. Potremmo dire che affidare alla produzione in serie qualcosa che spetterebbe alla creatività libera la tradisce di nuovo.
Eh vabè mi fermo che è meglio
messa in questi termini è tutta un’altra storia. l’arte al servizio dell’azienda è ben altra cosa che l’artista al servizio del denaro..
mi trovi d’accordo sulle tesi e condivido gli stessi dubbi che hai posto nell’ultimo commento.
(A)lessio
COMPLETAMENTE d’accordo con te. bella
ha solo spostato “no” all’inizio….