La funzione del giornalismo e dell’informazione tra libertà e compromessi. Incontro con Mimmo Candito





candito1“Esistono due realtà: R1 ed R2. Quanto più R2 (la nostra percezione della R1) si avvicina a R1, tanto più lo sforzo del giornalista e dei mezzi di in generale ha assolto al suo compito più nobile, quello di rappresentare i fatti con obiettiva correttezza. In effetti l’interpretazione esattamente obiettiva è un esercizio di ipocrisia”.

Mi scuso se non sono esattamente le stesse parole, ma ho fatto di tutto affinché il senso restasse inalterato.

Un concetto se vogliamo didattico, ma senza dubbio efficace e suggestivo che, attraverso una formula quasi aritmetica, riesce a descrivere quale importante e determinante funzione filtrante i mezzi di comunicazione riescano ad esercitare sulla gente e più in generale su quella che possiamo definire opinione pubblica.

“La realtà è quello che noi conosciamo della realtà”. Parole di un filosofo inglese, in sintesi il fulcro della lunga discussione che ha visto come protagonista , inviato de La Stampa, ospite speciale della giornata di chiusura del ReggioFotoContest organizzato dall’associazione Sismi di Reggio Calabria.

Conoscevo il suo nome ma non avevo mai avuto il piacere di sentirlo parlare, dato che la maggior parte di noi le sue parole, al limite, le ha potute leggere.

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Interamente vestito di bianco, senza la giacca delle grandi occasioni, sempre in piedi e con una voce da subito determinata a parlarci a lungo, spaziando a 360gradi attorno al baricentro tematico del e della funzione del giornalista, ha lasciato trasparire in ogni suo passaggio la travolgente passione per il suo mestiere, quello per cui da giovane ha lasciato Reggio.

Arrivato all’incontro con la disinvoltura di chi si accinge a presenziare ad un evento come semplice spettatore, da subito mi sono accorto, assieme al resto di quel salotto pieno, che il coinvolgimento emotivo stava andando oltre le aspettative.

Sarà stato il suo modo di parlare così autorevole e rassicurante al tempo stesso, o la sua naturalezza nel saltare da un argomento all’altro riuscendo sempre e comunque a creare un ponte di congiunzione tra i nessi e le loro antitesi, resta il fatto che in più di due ore di dibattito, davvero in pochi nella sala dei lampadari di Palazzo San Giorgio sono riusciti a prendere le distanze da quella tensione.

In apertura, dopo una serie di doverosi ma mai retorici ringraziamenti alla sua città natale, Mimmo si è inoltrato rapidamente nel racconto della storia degli inviati di guerra, parlandoci del primo in assoluto, William Howard Russell, rispolverando eventi e fasi storiche ma soprattutto retroscena determinanti per comprendere a pieno la funzione cruciale del giornalismo e del suo rapporto storico con il potere.

Ha poi ricordato, tra le altre cose, la svolta rappresentata dalla prima (in realtà seconda) guerra in Iraq, quella di Bush il vecchio nel ’91, quella che per la prima volta portò lo spettacolo bellico sulle tv di tutto il mondo.

E lì gli Americani cambiarono rotta nel rapporto con l’ e gli inviati di guerra: se ai tempi del Vietnam andò come andò, questa volta in Iraq ci sarebbero dovuti andare senza una mano legata dietro la schiena…”. Si fa riferimento al fatto che le immagini e i racconti cruenti e comunque ancora con ampi margini di libertà e autonomia dei giornalisti avevano influito molto sull’esito della vicenda Vietnam, ma stavolta non sarebbe andata così. L’informazione si fa quindi funzionale al potere politico. Questo è stato solo uno dei tanti esempi.

E noi finiamo per credere integralmente a tutto ciò che vediamo, ascoltiamo e leggiamo, e lo diamo per vero, ci fidiamo, diamo per certo che sia la realtà. “Io ho visto le guerre, i corpi sventrati, le teste aperte, le viscere che schizzano fuori, la merda dappertutto…ma certe cose non le raccontano” dice Mimmo con autentica emozione, sorseggiando un bicchiere d’acqua.

Da Homo Sapiens a Homo Videns, un passaggio epocale nell’era della comunicazione in tempo “reale”, un aggettivo associato al tempo come se, oltre al tempo reale, ne esistesse uno irreale.

Il progresso tecnologico avanza in modo esponenziale e riuscire a risalire alla veridicità delle molteplici fonti proposteci è impresa quanto mai ardua, tanto più che oggi sembra che l’obiettivo dei mezzi di comunicazione e di chi li gestisce sia rendere la realtà quanto più verosimile.

La responsabilità del giornalista e dell’inviato di guerra, dato che questo è stato Mimmo Candito per decenni, è dunque grandissima, se pensiamo che ogni parola ed il modo stesso in cui la si posiziona nel discorso, o la si sostituisce con un suo “quasi” sinonimo, ha la capacità di influenzare l’opinione mistificando la percezione.

“Uccidere”, “ammazzare”, “assassinare”…il giornalista libero, che ha come primo obiettivo il racconto della verità (“e siccome la verità è solo dei teologi e dei filosofi, ci si accontenta della realtà”), farà bene attenzione a quale di questi tre vocaboli utilizzare, poiché il potere evocativo e la suggestione che ognuna di queste parole può innescare risulta determinate.

Ma spesso il giornalismo non è esattamente libero, ma piuttosto funzionale, tanto che la scelta tra i tre termini va si fatta, ma in base a criteri e finalità del tutto differenti.

In Italia la figura dell’editore e la figura del padrone di un mezzo di informazione hanno un rapporto diverso rispetto a quanto accade in altre nazioni, e questo genera le sue conseguenze soprattutto quando le due figure non perseguono finalità comuni.

Tra un racconto di una delle sue tante esperienze come inviato di guerra e un’analisi puntuale della situazione attuale della stampa italiana, non sono mancate le rapide ma sempre pertinenti digressioni in materia di fotogiornalismo, ed è stata particolarmente lampante la spiegazione, intuitiva ma dannatamente vera, di come l’obiettivo, da qualsiasi angolazione e con la più nobile delle intenzioni, non possa mai rappresentare quella realtà che immobilizza in un fotogramma.

Se vedessimo la foto di una donna con la bocca aperta, cosa penseremmo? Se accanto ci fosse del cibo, penseremmo ad una donna affamata. Ma se accanto ci fosse un morto, penseremmo ad una donna disperata”.

Il fotoritocco è una pratica ormai relativamente vecchia, se ragioniamo alla velocità delle innovazioni tecnologiche in questo campo, ma è comunque inquietante sapere che gran parte di ciò che vediamo con gli occhi potrebbe non essere come in realtà è.

E questo discorso lo ha esteso a tutte le cose, non solo alle immagini.

Vorrei riportare per intero tutto il suo intervento ma limiti di spazio mi impongono di sintetizzare!

In chiusura poi una serie di domande da parte del pubblico, alcune interessanti, altre velatamente faziose, al punto che non sono mancati momenti di acceso dibattito con un interlocutore che, nel porre una domanda, aveva già fornito una sua personale risposta in materia di mezzi di informazione e conflitto di interessi.

Ho apprezzato l’onestà intellettuale di Mimmo Candito in quel frangente nel riuscire, malgrado fossero state intese le sue posizioni in merito a certe vicende, ad evitare la retorica di chi dice ciò che gli altri vorrebbero ascoltare.

L’ultima domanda è stata la mia, e mi ha fatto molto piacere che sia riuscita a creare nuovi spunti di discussione su quello che, a mio avviso, è la discriminante fondamentale quando si parla di mezzi di comunicazione e pubblico.

Ho chiesto a Mimmo “Vorrei spostare un attimo l’attenzione sui fruitori dell’informazione, sul pubblico, sui lettori se parliamo di giornali, ma potremmo estendere il campo. Condividendo in pieno la sua distinzione convenzionale tra R1 ed R2, e prendendo atto che esiste un vero e proprio filtro tra la realtà e la percezione che di essa abbiamo attraverso i mezzi di comunicazione…in una fase storica in cui le nuove tecnologie possono contribuire notevolmente ad un’opera di distorsione e mistificazione, come possiamo noi elaborare ed esercitare una coscienza critica? La molteplicità delle fonti è un vantaggio o uno svantaggio? E non c’è il rischio che in un simile scenario anche una presunta coscienza critica non sia incondizionata, condizione indispensabile alla sua esistenza?”

La mia domanda è stata apprezzata, e lo dico per tenere a bada, almeno una volta, la virtù della modestia. Lo faccio giusto per ricordare a tutti quelli che, come voi lettori, si pongono quotidianamente la stessa domanda, che “la coscienza critica è una tensione continua, è la voglia di conoscere la realtà oltre il filtro, anche quando è impossibile, poiché comunque si tratta di uno slancio importante capace di renderci costantemente vigili, attenti, corretti e coerenti”.

Più che una risposta, detta da lui per me ha rappresentato un’importantissima conferma.

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Il dibattito, iniziato alle 16, si è concluso più di due ore dopo anche a causa delle continue sollecitazioni fatte di sguardi e gesti (“taglia, parli da due ore!”) di Marinella Venegoni, moglie di Mimmo, ma a dire il vero nessuno dava segni di noia o di stanchezza: la tensione è stata alta fino alla fine.

All’attivo resta senza dubbio una delle esperienze più interessanti degli ultimi anni, per me.

Un ringraziamento doveroso va all’associazione culturale Sismi che ha organizzato il tutto.

Nicola Casile

Interamente vestito di bianco, senza la giacca delle grandi occasioni, sempre in piedi e con una voce da subito determinata a parlarci a lungo, spaziando a 360gradi attorno al baricentro tematico del fotogiornalismo e della funzione del giornalista, ha lasciato trasparire in ogni suo passaggio la travolgente passione per il suo mestiere, quello per cui da giovane ha lasciato Reggio.

Arrivato all’incontro con la disinvoltura di chi si accinge a presenziare ad un evento come semplice spettatore, da subito mi sono accorto, assieme al resto di quel salotto pieno, che il coinvolgimento emotivo stava andando oltre le aspettative.

Sarà stato il suo modo di parlare così autorevole e rassicurante al tempo stesso, o la sua naturalezza nel saltare da un argomento all’altro riuscendo sempre e comunque a creare un ponte di congiunzione tra i nessi e le loro antitesi, resta il fatto che in più di due ore di dibattito, davvero in pochi nella sala dei lampadari di Palazzo San Giorgio sono riusciti a prendere le distanze da quella tensione.

In apertura, dopo una serie di doverosi ma mai retorici ringraziamenti alla sua città natale, Mimmo si è inoltrato rapidamente nel racconto della storia degli inviati di guerra, parlandoci del primo in assoluto, William Howard Russell, rispolverando eventi e fasi storiche ma soprattutto retroscena determinanti per comprendere a pieno la funzione cruciale del giornalismo e del suo rapporto storico con il potere.

Ha poi ricordato, tra le altre cose, la svolta rappresentata dalla prima (in realtà seconda) guerra in Iraq, quella di Bush il vecchio nel ’91, quella che per la prima volta portò lo spettacolo bellico sulle tv di tutto il mondo.

E lì gli Americani cambiarono rotta nel rapporto con l’informazione e gli inviati di guerra: se ai tempi del Vietnam andò come andò, questa volta in Iraq ci sarebbero dovuti andare senza una mano legata dietro la schiena…”. Si fa riferimento al fatto che le immagini e i racconti cruenti e comunque ancora con ampi margini di libertà e autonomia dei giornalisti avevano influito molto sull’esito della vicenda Vietnam, ma stavolta non sarebbe andata così. L’informazione si fa quindi funzionale al potere politico. Questo è stato solo uno dei tanti esempi.

E noi finiamo per credere integralmente a tutto ciò che vediamo, ascoltiamo e leggiamo, e lo diamo per vero, ci fidiamo, diamo per certo che sia la realtà. “Io ho visto le guerre, i corpi sventrati, le teste aperte, le viscere che schizzano fuori, la merda dappertutto…ma certe cose non le raccontano” dice Mimmo con autentica emozione, sorseggiando un bicchiere d’acqua.

Da Homo Sapiens a Homo Videns, un passaggio epocale nell’era della comunicazione in tempo “reale”, un aggettivo associato al tempo come se, oltre al tempo reale, ne esistesse uno irreale.

Il progresso tecnologico avanza in modo esponenziale e riuscire a risalire alla veridicità delle molteplici fonti proposteci è impresa quanto mai ardua, tanto più che oggi sembra che l’obiettivo dei mezzi di comunicazione e di chi li gestisce sia rendere la realtà quanto più verosimile.

La responsabilità del giornalista e dell’inviato di guerra, dato che questo è stato Mimmo Candito per decenni, è dunque grandissima, se pensiamo che ogni parola ed il modo stesso in cui la si posiziona nel discorso, o la si sostituisce con un suo “quasi” sinonimo, ha la capacità di influenzare l’opinione mistificando la percezione.

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