Cornetto&Cappuccino – L’intervista a Marielise Goulene

venerdì, 30 ottobre, 2009
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Nel XIX secolo il suo porto era punto di arrivo della grande immigrazione. Sbarcavano italiani, spagnoli, siriani, polacchi, russi che mescolandosi conferirono a questa metropoli quell’impronta di eclettismo culturale che oggi la contraddistingue e la colloca tra le città più belle al mondo che almeno una volta nella vita meritano di essere visitate.

Famosa per i numerosi tangherias che animano ogni angolo delle strade e per il mate, bevanda tipica a base di yerba, Buenos Aires si affaccia al panorama artistico contemporaneo con tanti spunti innovativi e interessanti personalità artistiche da tenere costantemente sott’occhio.

Porteña non di nascita ma di adozione, è una giovanissima fotografa che attualmente vive e lavora a Buenos Aires. Vanta un percorso formativo piuttosto inconsueto: nasce ad Atene, si diploma alla Scuola di di Tessalonicco per poi proseguire alla Bauer di Milano.

Non parla dei suoi futuri impegni lavorativi e l’unica anticipazione che riesco a strapparle riguarda un imminente ritorno in Italia.

Non ci resta che seguirla nella sua costante ricerca per scoprire le sorprese che il suo estro e la sua intuizione ci riservano.

Sul tuo sito ad inizio pagina c’è una bellissima frase di Henri Cartier Bresson….”La composizione deve essere la nostra preoccupazione costante, ma al momento dello scatto non può che essere intuitiva, perché siamo alle prese con l’attimo fuggente di un rapporto instabile”…me la commenteresti?
Essere un bravo fotografo significa proprio dominare questa tensione a cui allude Bresson. Non penso sia un dono, ci vuole un continuo esercizio, tanto lavoro. Bresson si alzava ogni giorno la mattina presto e fotografava per 8 ore.
Un vero lavoratore della fotografia.

1

Dalla biografia intuisco che la tua formazione sia cosmopolita…quanto aiuta la conoscenza di culture differenti nel tuo lavoro e in che modo influisce sui tuoi scatti?
Penso che dal punto di vista personale ogni esperienza è un momento di confronto e di crescita, in maniera consapevole o meno. La mia storia personale ha quindi il suo peso nella mia formazione, nelle mie scelte … Fortunatamente appartengo ad una generazione che non ha avuto bisogno di viaggiare per conoscere le tradizioni, la cultura artistica o l’estetica di culture lontane. Il fatto di aver vissuto in diversi luoghi non ha influenzato direttamente la mia visione della Fotografia, che fin dalla sua nascita ha sempre avuto una evoluzione dal respiro internazionale a differenza di altre pratiche più antiche.

Dalla Scuola di Fotografia di Tessalonicco alla Bauer di Milano…come mai questa scelta?
La voglia di approfondire certe nozioni ed imparare da altre persone, ma anche di scoprire e di vivere situazioni diverse. Comunque non credo nelle scelte troppo razionali perché impediscono quelle sorprese (caos?) che riescono a liberarti da idee o concetti stagnanti. Inoltre Milano mi ha dato modo di iniziare la mia carriera professionale: prima facendo da assistente in vari studi fotografici, luoghi dove si impara a “lavorare” con la fotografia ( “a fare il lavoro sporco…”, come direbbe qualcuno), e in seguito scattando in ambito musicale e fashion, ambienti professionali che comunque offrono molte possibilità di imparare e sperimentare, anche in maniera estrema, con il linguaggio fotografico.

Nel 2006 hai partecipato al Premio Canon giovani fotografi . Il tuo portfolio è risultato il migliore e le foto sono state esposte alla Galleria Grazia Neri di Milano. Questa vittoria ha rappresentato l’inizio di una prolifica carriera oppure un’occasione circoscritta?
E’ stata una esperienza molto interessante, però si è trattato solamente di una parentesi.. Un’occasione per mostrare la mia parte più artistica e intima che difficilmente riesce a trovare spazio in altri ambiti. Era la prima volta che la Canon premiava un lavoro diverso dal classico reportage. Sono felice di essere stata premiata, ma ancora di più di aver contribuito ad un cambiamento, ad una scelta coraggiosa da parte di una istituzione dell’arte fotografica.

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Adesso vivi e lavori a Buenos Aires. Come si presenta la scena artistica argentina?
La città è molto stimolante, le attività culturali ed artistiche si susseguono in un modo così frenetico che spesso è difficile stare dietro a tutto ciò che vorrei. I giovani artisti porteñi sono molto preparati ed è ben visibile a tutti la loro partecipazione allo sviluppo della scena internazionale. Inoltre nel Paese stanno aumentando i momenti di aggregazione e i festival , che facilitano le opportunità di mostrare i propri lavori e che attirano la presenza di autori e pubblico ormai da ogni parte del pianeta. La scena artistica di Buenos Aires sta velocemente assumendo un carattere cosmopolita.

Prevalentemente ti occupi di servizi di moda, concerti e danza. Scelta casuale oppure obiettivo prefissato e quindi raggiunto?
Non si tratta totalmente di una scelta. Diciamo che nel campo professionale, quelli da te citati sono gli ambiti dove la fotografia è più richiesta, a volte anche con un certo spazio per sperimentare o azzardare nuove soluzioni. Comunque, mi piace fotografare le persone, trovo molto interessante il rapporto che si crea con il soggetto a partire dalla sessione fino alla scelta delle immagini, del risultato.
Non ho un obiettivo assoluto da raggiungere se non quello di continuare a fotografare ed imparare a comunicare con questo mezzo in vari contesti. Però non credo in una ricerca artistica che si ponga al di fuori della vita, dal lavoro, della cultura del mio tempo. Almeno, non in maniera esclusiva.

Cosa ne pensi dei fotografi italiani? Hai collaborato con qualcuno di loro?
Il talento non manca di certo nella scena Italiana e i “pesi massimi” hanno fatto scuola in tutto il mondo, però quelli a cui sono più affezionata sono gli artisti dello studio POMEZIAUNO di Milano. Abbiamo collaborato e condiviso moltissime esperienze creando un rapporto artistico e di amicizia che continua ancora oggi.

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Il nome di un fotografo a cui sei particolarmente legata e perché.
Questa risposta varia a secondo del periodo. In questo momento direi Martin Parr. Sono affascinata dalla sua ironia, dal suo linguaggio. Riesce ad essere profondo e popolare nello stesso tempo.

Ti capita di riguardare una foto e di non riconoscerla più?
Per quel che riguarda una mia foto, questo avviene raramente perché per me rappresenta quello che sentivo in un preciso momento e quindi viene automaticamente collegata a quella situazione. Questo non esclude il fatto che la nostra percezione cambia in continuazione e di conseguenza la “lettura” di una immagine, infatti capita più spesso con le foto altrui.

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Nei tuoi scatti quanto è importante il lavoro di post-produzione (mi riferisco al ritocco)?
Non lo uso quanto altri ma riconosco che apre un vasto campo di possibilità. A differenza di molti puristi penso che il digitale sia una tecnologia con delle caratteristiche proprie, molte ancora da scoprire e sviluppare. Il confronto con la classica pellicola è spesso sterile e basato su preconcetti. Sono due mezzi fondamentalmente diversi.

Che tipo di ricerca c’è nei tuoi lavori?
In questo momento sono appunto impegnata a comprendere “cosa è una foto digitale” e le sue applicazioni in ambiti inediti o comunque diversi dalla carta. Penso anche alle collaborazioni con ambiti e competenze molto diverse dalla mia che questa tecnologia rende possibile.

Sono particolarmente attratta da questa foto: ne faresti una lettura?

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Non mi piace “spiegare” le mie foto, sarebbe come suggerire una via. Inoltre non credo di avere parole adatte, altrimenti avrei scritto un testo al posto della foto (Marielise strizza l’occhio).

Lavori in itinere e progetti futuri?
Continuare a sorprendermi e magari sorprendere le persone attraverso il mio lavoro.

Il tuo sogno fotografico?
Poter continuare a scattare tutta la vita.

Che rapporto hai con l’arte contemporanea?
Cos’è l’arte contemporanea?

Teodora Malavenda

Il sito internet di Masielise Goulene

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2 Commenti »

Denise dice:

Bellissima la risposta sulla “spiegazione” della foto…io addirittura sarei contraria ai titoli che di solito si danno alle foto, sono forzature e riducono alla verbalità qualcosa di inverbalizzabile. Come dire, un’opera d’arte non può essere spiegata a parole senza tradirla.

Denise dice:

(Eh lo so che è retorica ma verissima!)

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