Cornetto&Cappuccino – Kento: qualcuno vi ha mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia?

venerdì, 6 novembre, 2009
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1Il 7 novembre, a Reggio Calabria, alle ore 17.00, presso il Palazzo della Provincia si terrà un convegno intitolato “L’eredità anarchica nella musica, nella letteratura e nella storia” al quale parteciperanno scrittori, associazioni, giornalisti e il rapper reggino , che alle vicende dei due anarchici e ha ispirato il suo disco solista, intitolato proprio “Sacco o ”.

Kento, all’anagrafe Francesco Carlo, nato e cresciuto all’estrema periferia nord della città (Catona spuntone…) ha iniziato ad utilizzare il come mezzo espressivo negli anni dell’adolescenza, in un periodo di grande fermento politico ma in una realtà in cui il era ancora una cosa da pionieri. Erano gli anni delle Posse, della musica militante, di quello spirito combattivo che, purtroppo, il genere musicale in questione ha perso gradualmente negli anni.

Ma se anche il rap, arrivato in Italia come voce antagonista, oggi si lascia andare sulla scia delle mode del momento e cede alle lusinghe di un mercato discografico che sovraespone e brucia in fretta giovani artisti in cerca di fama, Kento prova a viaggiare in direzione opposta, riportando all’attenzione degli ascoltatori lo spessore dei contenuti e lo fa con la massima naturalezza, senza il ragionamento di chi vuole costruire un personaggio.

Comincia come tanti a incidere i primi brani su nastro. Poi nascono i primi gruppi, sale sui primi palchi e quando nel 1995 parte per Roma dove si trasferisce per studiare ha già un buon bagaglio di esperienza per confrontarsi con un movimento hip hop che nella capitale è molto più evoluto.

Dopo anni di gavetta e di esperienze (con i Manakuma, con il rapper Miro di Catania e con i Poeti Onirici) dal 2003 in poi registra un buon numero di dischi ufficiali sia con Gli Inquilini, il suo gruppo di Roma che lo accompagnerà fino al 2007, sia con i Kalafro, band reggae reggina.

La sua militanza politica influenza inevitabilmente il suo modo di scrivere, mentre il suo stile chiaro e semplice si fonde con la musica per creare immagini e trasmettere emozioni.

Ho la fortuna di conoscere Kento come artista e come amico, e la cosa che mi è sempre piaciuta di lui e del suo modo di fare musica è che non bisogna essere rapper o amanti del rap per capirlo e per ascoltarlo, e direi che questa è un’ottima qualità quando si ha l’ambizione di comunicare con un pubblico che va ben oltre gli addetti ai lavori.

Ma non mi dilungo oltre e lascio che sia lui a rispondere alle mie domande, per la verità rivolte prevalentemente all’artista Francesco più che al rapper Kento.

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Ci racconti quando hai iniziato a fare rap? E perché il rap?
Ho cominciato a scrivere rime ai tempi delle medie, ovviamente per gioco. Poi ho cominciato a prendere il tutto più sul serio, anche perché era il momento delle posse, del rap di denuncia, e quindi mi sono reso conto subito che con le “parole a tempo” si poteva dare un messaggio. Sicuramente inizialmente ho scelto il rap per quella che gli americani chiamano la “delivery” e cioè l’attitudine a trasmettere immediatamente uno stato d’animo, un concetto, una visione all’ascoltatore. Durante il mio percorso artistico sono subentrate anche altre ispirazioni ma sicuramente, con Sacco o Vanzetti, sono tornato alle mie origini anche dal punto di vista dell’attitudine.

Ispirarsi alle vicende di Sacco e Vanzetti per un disco rap è stata un’impresa difficile e con varie “forzature” o, al contrario, un percorso naturale di chi traduce in rima il proprio bagaglio culturale e ideale?
Ci sono arrivato, a dire il vero, abbastanza naturalmente attraverso il bellissimo film con Gian Maria Volontè, in cui i due personaggi emergono nella loro grande forza sociale ma anche umana. La mia canzone non vuole essere una ricostruzione storica o il saggio di uno studioso (cosa che non sono assolutamente), ma il racconto di due persone straordinarie nella loro umanità e nel loro approccio all’idea di . Racconto che propongo con la massima umiltà, visto che non sono il primo né il più importante artista che ne canta la storia. E francamente non credo che serva aver “studiato” per cogliere il senso della canzone. Chiunque si contrappone al pensiero unico può, nel suo piccolo, condividere il percorso di Sacco e Vanzetti.

…Ora è tempo per parlare A PIENA VOCE… alludi forse alla necessità di una rivoluzione capace di capovolgere valori sentimentali ed ideologici inconsistenti della società in cui viviamo?
“A piena voce” è il titolo di un poema di Majakovskij, l’ultima opera e forse la più visionaria tra gli scritti del poeta russo. Come lui, io penso che l’artista, per essere tale, debba essere rivoluzionario. Altrimenti non ha senso di esistere. La musica che piace a tutti, per me, non è musica. E’ come essere amico di tutti: significa – a ben vedere – non essere amico di nessuno. Se per quello che faccio non ricevessi nessuna critica, mi preoccuperei molto, perché significherebbe che non sono riuscito a trasmettere un messaggio forte.

Kento/Luther Blisset…immagina di utilizzare per un attimo questo “marchio”. Quale azione firmeresti?
Ottime secchiate di vernice rossa sul busto di Ciccio Franco e sui fasci littori restaurati appena qualche anno fa intorno alle fontanelle della via Marina. Ovviamente è solo una provocazione – appunto in stile Luther Blisset – e non un incitamento al vandalismo.

Il sistema politico giudiziario italiano è soggetto giornalmente a numerose controversie. Pongo la domanda non al semplice cittadino ma al musicista laureato in legge: credi che alle soglie del 2010 la giustizia sia capace di assolvere al proprio compito oppure la immagini come la tessera la cui presenza/assenza non contribuisce a migliorare/peggiorare la visione d’insieme del puzzle?
Anche nell’Italia di oggi alcuni giudici sono ancora onesti, coraggiosi e ricoprono un ruolo di garanzia molto importante. Ma, visto che il potere politico coincide con il potere economico, di sicuro non ci possiamo fidare del complesso di autorità che tu definisci puzzle ma che potremmo chiamare anche “sistema”. Stefano Cucchi, giusto per citare l’ultimo doloroso esempio, non ha avuto nemmeno la possibilità di arrivare di fronte a uno di quei giudici.

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Noto con piacere che in alcuni testi menzioni tua madre, tuo padre e tuo nonno e ci racconti sprazzi di vita vissuta insieme a loro. Che ruolo ha avuto la famiglia nella tua crescita artistico-musicale?
Mio nonno è stato imprigionato per due anni in un campo di concentramento perché, da militare italiano, l’8 settembre si rifiutò di combattere per la Repubblica di Salò. Pensaci: un ragazzo di vent’anni che entra in un lager non sapendo se ci uscirà, e che vive questo terribile dubbio rinchiuso per due anni della sua vita. Capisci quindi che per me mio nonno è un esempio imprescindibile. Allo stesso modo, da bambino ho vissuto attraverso i miei genitori le ultime lotte del PCI nelle periferie: uno dei primi ricordi che ho è l’occupazione della via Nazionale per protestare contro la mancanza di acqua corrente. Tutto questo mi ha dato uno stimolo a cercare sempre l’altra faccia della realtà, a simpatizzare per le opposizioni, le minoranze, i perdenti. Penso che i miei testi, in buona parte, siano conseguenza di questo.

Durante l’ascolto del disco capita di incontrare varie citazioni di altri rapper italiani (Kaos One, Sangue Misto…) che negli ultimi anni ho imparato a conoscere (…). Però da tempo il termine anti-rapper è quasi irrinunciabile nei tuoi brani. Ti senti un rapper? Questa “etichetta” ti sta stretta e quali sono i tuoi punti di riferimento in Italia per questo genere musicale?
Mi sento un rapper ma contesto sia lo stereotipo dei catenoni d’oro che quello di un finto antagonismo che in realtà non comunica niente. I miei primi riferimenti sono stati i gruppi rap di Reggio e dello Stretto dei primi anni ’90: in primis Sfaida Posse (in cui militava Nello “One Drop”, oggi membro dei Kalafro), Effetti Collaterali e Fuori Fase. Senza ovviamente dimenticare gli altri: Assalti Frontali, Lou X e Sangue Misto giusto per citarne alcuni.

E le altre citazioni sui cantautori?
De Andrè ma soprattutto Guccini è un riferimento altrettanto importante. La dimensione folk di un certo cantautorato è molto vicina all’approccio dei cantastorie, a cui come rapper mi sento molto vicino. E ovviamente c’è anche una forte ispirazione relativa agli argomenti trattati. Tramite l’etichetta che mi produce il disco ho fatto arrivare a Guccini il video di Sacco o Vanzetti, sarei molto curioso di sapere cosa ne pensa. Se riceverò un qualche commento sarete i primi a saperlo!

Paragonare la resistenza eroica di Stalingrado alla perseveranza e alla coerenza di chi resiste a fare musica lontano dai riflettori importanti mi ha fatto riflettere: quando scrivevi i testi di questo album sapevi già che avresti avuto come casa discografica la Relief Records?
Quando ho scritto quel pezzo ero senza contratto. Anzi, avevo appena avuto una grossa delusione perché il disco sarebbe dovuto uscire già nel 2008 con una buona etichetta ma, a causa di alcune vicende strettamente legate ai tagli di Tremonti all’editoria “non allineata”, mi trovai improvvisamente al punto di partenza. Scrivere un pezzo come quello è stato molto liberatorio, è (senza assolutamente permettermi di paragonarmi all’originale) la mia versione de “L’Avvelenata” di Guccini.

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Resti fuori dalla moda e dallo stadio…però, da qualche anno anche in Italia il genere rap segue in maniera più o meno feroce le nuove mode musicali. Perdona la domanda ingenua di chi disconosce da sempre le nuove tendenze…ma quale rischio si corre a non salire sul carro dei vincenti?
Dal mio punto di vista, nessuno. Ti ripeto: è liberatorio. Ti permette di fare musica senza altri pensieri per la mente se non quello dell’amore e del rispetto per la musica stessa e per il suo messaggio. I rischi li corrono quelli che vogliono a tutti i costi salire sul carro delle major e dello show business, io sono libero perché quando scrivo non ho nessun padrone. Lavoro otto ore al giorno e mi pago le bollette, quindi non devo preoccuparmi del fatto che la gente compri i miei dischi o meno.

Nell’ascoltare Un giorno mi hai chiesto di spiegarti cos’è parte nella mia mente un flusso inarrestabile di immagini ed è come se vivessi la scena di un film. Mi sapresti spiegare cos’è?
E’, appunto, un flusso di immagini e di emozioni che ognuno può interpretare a modo suo. Dal mio punto di vista è un puro e semplice pezzo d’amore, in cui il sentimento viene spiegato dalle immagini piuttosto che dalle parole in sé. Però ognuno può interpretarlo a modo suo, le canzoni appartengono a chi le ascolta molto di più che a chi le scrive.

Sono numerosi i rimandi a nomi di grandi maestri della storia dell’arte. Vista la mia sensibilità in merito all’argomento non posso non chiederti: se la tua musica fosse un quadro quale sarebbe?
Sarebbe – vorrebbe essere – una scritta sul muro più che un quadro, un pezzo come quelli che faceva Nello “One Drop” sui muri di Reggio 15 anni fa. Colorato, ma con un messaggio forte e comprensibile a tutti, anche a quelli che non riuscivano ad interpretarne il lettering nei dettagli.

In Il reale e l’astratto ARTE sta per , Rivoluzione, Testimonianza, Esplosione. Mi vuoi spiegare questa tua definizione?
Ti dicevo che, per me, l’arte non è arte se non è rivoluzionaria e se non crea un processo dialettico. Non è più il tempo di mezze parole, di sfumature, di accenni. Abbiamo un microfono, è tempo di usarlo per parlare ad alta voce.

Se Nel tuo mondo paradossalmente ci fosse posto solo per la musica o solo per l’amore, quale delle due facce terresti?
Fortunatamente sono inscindibili. Anzi, a guardare bene, sono la stessa cosa.

Come mai nel tuo disco hai voluto un brano di Mister Madness?
Da un lato mi serviva un momento di stacco in quel punto della tracklist, dall’altro ci tenevo a valorizzare un rapper così particolare e fuori dagli schemi. E quello mi è sembrato il modomigliore.

In Verrà la morte e avrà i tuoi occhi affronti un tema tanto vicino quanto lontano dal nostro vivere quotidiano. Parli della morte e ce la descrivi come una donna a tratti misteriosa e quasi affascinante. Anche per Kento così come per Cesare Pavese la donna rappresenta il motivo unico e assoluto: è realtà, speranza, disperazione?
Fortunatamente per me, direi di no! Non ho un rapporto con la donna così conflittuale come quello di Pavese. In realtà il pezzo di cui parli è forse il più singolare del disco: inizia in modo sbruffone e caricaturale, un po’ facendo il verso a Buscaglione, ed evolve in un racconto alla fine del quale si scopre che la donna amata è, appunto, la morte. Però, per un personaggio come quello di cui narro la storia, la morte è quiete e riposo più che disperazione, quindi non è assolutamente un pezzo pessimista.

Il reale e l’astratto rappresenta qualcosa di più di un bel brano. E’ un pezzo scritto a sei mani e cantato a tre voci: tu, Masta P e Easy One. In questi anni come sei riuscito a conciliare l’impegno con i Kalafro e la tua carriera solista?
In realtà c’è poco Kalafro nel mio disco, avevo cominciato a scriverlo pensando a un’impronta del mio gruppo decisamente più marcata, ecco perchè Il reale e l’astratto è uno dei miei pezzi preferiti. Non è mai stato difficile conciliare i Kalafro con il resto, perché c’è un’amicizia così solida che è impossibile non trovarsi. Non vorrei sembrare uno spaccone, ma secondo me KSP è un progetto potenzialmente dirompente anche al di fuori dei generi musicali di riferimento. Il problema è che viviamo in città diverse e ognuno ha i suoi impegni e i suoi viaggi mentali. Vedremo cosa ci porterà il 2010, il sogno sarebbe riuscire a chiuderlo con un nuovo album all’attivo anche come Kalafro.

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So che qualche anno fa sei stato in Jamaica. Questo viaggio ti è servito per la tua formazione musicale?
E’ stato molto importante perché ci siamo appoggiati interamente alle comunità Rasta dei vari luoghi della Jamaica, che quindi ci hanno fatto conoscere una realtà dell’isola molto autentica e preziosa. Ho cercato di avvicinarmi con umiltà alla loro cultura e alla loro religione, ho scoperto la dimensione più popolare e intima del reggae (la stessa dimensione che il rap possiede ad Harlem, per esempio) e, incredibilmente, riscontrato una meravigliosa somiglianza tra il carattere di molti giamaicani e quello di noi italiani del Sud. Spero di tornarci presto.

Sappiamo ciò che non siamo e ciò che non vogliamo. Questo accade perché sarebbe più difficile sapere il contrario oppure perché non ci interessa prendere coscienza del nostro essere?
Perché bisogna sempre decostruire, distruggere, sfoltire prima di poter costruire un mondo nuovo. Perché bisogna sempre cercare il nuovo strumento che ci faccia esprimere con la massima semplicità ed efficacia. Perché non è importante emergere come singole persone ma come elementi di un collettivo cambiamento.

Ascoltando La verità mi è venuto subito in mente un brano di qualche anno fa di Jovanotti intitolato Dal basso dove lui, negli stessi termini, spiega dove non è e dove è la grande idea… mi aggancio a questo paragone per chiederti cosa pensi di Lorenzo Cherubini.
Non conosco la canzone che citi, ma in effetti l’idea del mio pezzo è molto semplice e sicuramente una struttura simile può essere già venuta in mente a mille musicisti e musicanti. La prima strofa racconta dove non si può trovare la verità, la seconda dove – invece – la verità si trova. Non saprei dirti di più perché non ascolto Jovanotti. Attenzione, non è per snobismo ma solo perché in questo momento escono troppi bei dischi dei generi che mi piacciono di più per permettermi di ascoltare altro. In futuro giuro che cercherò di ampliare i miei orizzonti.

Quali sono le tue ambizioni (artistiche e non)?
Fare musica, stare bene con le persone a cui voglio bene. Essere una piccola rotella nella grande macchina del cambiamento. Che magari si avvia lentamente. Ma poi non si ferma più.

Teodora Malavenda

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