La censura come strumento privilegiato per combattere l’omofobia
E si ripropone un’altra volta lo stesso copione, come ogni volta, quando i cantanti giamaicani partono dalla piccola isola per portare la loro musica in giro per il mondo. I tour Europei sono puntualmente accompagnati da quelle che io definirei stupide, oziose e pretestuose polemiche.
Mi interessa prima di tutto premettere che la Giamaica è un paese difficile, dove le disuguaglianze sociali sono lampanti, dove il tasso di violenza per le strade è elevatissimo e il livello culturale dei ceti popolari non è certo all’avanguardia.
Sono numerosi i campi in cui vengono segnalate violazioni di diritti umani, denunciate da organizzazioni come Amnesty, ed esistono ancora residui di leggi di epoca coloniale che promuovono la discriminazione, come ad esempio l’odiosa legge sulla sodomia.
C’e da dire anche che le persecuzioni, i pestaggi e gli attentati contro omosessuali o esponenti di comunità o associazioni gay non sono cosa rara, e che risale a qualche anno fa l’uccisione dell’allora presidente della J-FLAG (Jamaica Forum for Lesbian All-sexuals and Gays).
Un paese che tutto sommato ha una giovane storia di indipendenza (1962), aspetto molto importante quando si vuole fare un’attendibile analisi della situazione.
Una terra che è riuscita negli anni a ritagliarsi importanti spazi nello scenario mondiale soprattutto grazie alle voci di tanti cantanti che, ancora prima di Bob Marley, contribuirono a far conoscere il nome di quest’isola nel mondo. Non è un’esagerazione affermare che molti prima di Bob Marley non sapevano identificare la Giamaica su una mappa geografica.

E se oggi la scolarizzazione, la tv e internet ci hanno aiutato a conoscere un po’ meglio la geografia, non è altrettanto facile affermare che tutti abbiano esattamente idea di ciò che dicono quando issano bandiere di boicottaggio contro i cantanti giamaicani.
Fino a ieri la stragrande maggioranza della popolazione italiana credeva che il reggae fosse Marley e che Marley fosse il reggae. I più evoluti avevano scoperto Peter Tosh e si atteggiavano da avanguardie perché un amico gli aveva registrato su cassetta Legalize It (brano del 1976).

Dunque il classico stereotipo, che per la verità non dispiace affatto, fatto di sole, amore, take it easy, one love e marijuana era imperante (e spero lo sia nacora!).
Ma in realtà la Giamaica è un paese in cui una percentuale grandissima della popolazione canta o suona qualche strumento, in cui il reggae è una musica popolare fortemente radicata che inevitabilmente si fa riflesso della realtà da cui ha origine.
Davvero un numero incalcolabile di band, di artisti e di sound system da più di quarant’anni suonano in Giamaica e non solo, ma nessuno di quelli che oggi improvvisamente si indignano e ricorrono alla nobile pratica del boicottaggio ne ha mai avuto notizia, salvo poi accorgersi della loro esistenza alla vigilia dei tour.
Di chi parlo?
Le associazioni gay e per i diritti degli omosessuali, realtà che naturalmente appoggio quasi incondizionatamente pur non essendo da loro rappresentato, ancora una volta nel 2009 si accaniscono contro alcuni importanti nomi della musica reggae riuscendo addirittura a far annullare parecchi concerti, con la allucinante convinzione che questo tipo di punizione-censura possa avere un briciolo di utilità. Uno degli artisti in questione è Sizzla, tra i più affermati cantanti reggae sulla scena internazionale.
E riagganciandomi al ragionamento espresso poche righe fa, ho la certezza matematica che i rappresentati di tali associazioni fino a ieri non avevano mai sentito parlare di Sizzla.
Tuttavia mi sfiora il sospetto che un tale atteggiamento di barricata sia una utile mossa capace di conferire a questi movimenti un tocco in più di visibilità. O peggio ancora una strategia totalmente sbagliata per tenere alta la guardia e per riportare nuovamente l’attenzione sui diritti degli omosessuali che, mi si consenta di dire, andrebbero conquistati e affermati in altri modi, più costruttivi.
Parliamoci chiaro, senza ipocrisie. In una nazione occidentale come l’Italia chi ascolta il reggae è con molta probabilità una persona riconducibile ad un contesto culturale “alternativo”, o quantomeno non reazionario. Semplificando ulteriormente, possiamo affermare che quasi tutti quelli che ascoltano reggae e vanno ai concerti reggae, da noi, sono giovani e meno giovani tendenti a sinistra. Gli immigrati di origine africana non sono ancora così tanti, e dove lo sono, spero non aderiscano incondizionatamente alle opinioni
discutibili dei cantanti in questione. E i fedeli rastafariani italici rappresentano una percentuale irrisoria, e non è detto che la pensino allo stesso modo dei giamaicani. Lo so, può sembrare un’eccessiva semplificazione, pressappochista e funzionale al mio ragionamento, ma ripeto ancora: confrontiamoci senza ipocrisia.
E chi in Italia è di sinistra (ma non solo), a prescindere dalla consistenza delle sue idee e delle sue convinzioni, ha comunque in linea di massima un atteggiamento aperto, tollerante e civile nei confronti degli omosessuali, dei quali tuttavia ho sempre odiato parlare in termini di categoria. Cosa che invece le associazioni che ne difendono i diritti spesso fanno.
E secondo voi io, un italiano con un mio bagaglio ideale maturato negli anni, con una mia cultura, una mia concezione dei diritti e della tolleranza, potrei mai essere condizionato dalle parole di una canzone di un giamaicano che durante un suo concerto discrimina i gay? Tra l’altro il patois giamaicano è spesso così incomprensibile che ho seri dubbi sul fatto che durante un concerto reggae lo si possa tradurre simultaneamente. Boicottiamo anche le importazioni dei dischi? E chi scarica da internet? Inoltre c’è da dire che al concerto puoi anche non andarci, se lo annullano, ma il brano incriminato lo ascolti e lo riascolti in cuffia mille volte di seguito.
Quindi sono azioni simboliche? Puniamo i cantanti giamaicani?
Ma quanti omosessuali ascoltano reggae? E diciamoci la verità, quanti sono quelli che vanno ai concerti reggae che poi vanno anche ai gay pride o ai cortei contro le discriminazioni?

Ora capite il perché della mia premessa sulla realtà di questa magica e problematica isola caraibica. La musica è frutto della realtà che la genera, soprattutto la musica diretta, di denuncia come appunto sono il reggae e anche l’hip hop.
Ma non solo. I cantanti incriminati di omofobia, atteggiamento che probabilmente rischiano effettivamente di avere ma che va a mio avviso contestualizzato, sono anche autori di decine e centinaia di altri brani che trattano argomenti ben diversi, come la brutalità della polizia, la repressione, l’ingiustizia, la povertà e la dura realtà della Giamaica e dei discendenti degli schiavi in quella terra. Per non parlare delle sterminate produzioni reggae che promuovono la fratellanza, la pace e la non violenza.
Da amante e conoscitore del reggae conosco le proporzioni, e posso tranquillamente affermare che i brani di stampo omofobico o discriminatorio sono si una triste realtà, ma rappresentano una percentuale davvero minima se confrontati alla vastità e al numero dei brani e dei messaggi positivi e condivisibili che i cantanti giamaicani da decenni veicolano e diffondono in ogni parte del pianeta, dall’America al Giappone, dalla Polonia all’Inghilterra. Cosa che non accade per tante altre musiche che probabilmente sono soggette a una più accurata pianificazione, che hanno un successo sicuro ovunque ma che non sono “indicatori sociali” come invece è il reggae.
Boicottiamo Sizzla? Le associazioni gay ne potrebbero trarre vantaggi a livello di immagine e di visibilità…probabile. Ma la pubblicità più efficace è quella fornita gratuitamente a Sizzla, o a Buju Banton, o a Capleton. Solo che un artista che promuove la sua musica di pubblicità ne ha bisogno, mentre le associazioni gay no, o almeno non ne hanno bisogno negli stessi termini, salvo che non decidano di agire come dei partiti politici o come delle aziende…
Se c’è un problema omofobia nel reggae (a mio avviso è molto più subdolo il brano di Anna Tatangelo, o peggio quello di Povia) è evidente che il problema è in Giamaica, è nelle leggi e nella cultura di un paese e sarebbe preferibile agire politicamente sul posto, con gli strumenti che sappiamo e che già abbiamo attivato (petizioni, sensibilizzazione ecc…) piuttosto che cadere nel ridicolo ricorrendo alla censura e facendo annullare i concerti reggae.
A me sembra una grossa presa in giro, e soprattutto vi siete chiesti quanta curiosità possa generare un simile atteggiamento? Pensate solo a tutti gli ascoltatori distratti che, dopo aver appreso i motivi che hanno fatto annullare un concerto, corrono a casa per informarsi su internet e per ascoltare la canzone colpevole. Sizzla questo lo sa, e il suo brano No Apologyze del 2005, quando lo stesso copione volle il boicottaggio dei suoi concerti, è stato uno dei più suonati ed ascoltati negli ultimi anni. E’ così esplicito e così violento verbalmente che quasi non gli si da credito. Io sono un dj e suono sempre questo brano, ma tutta la gente che balla davanti alla consolle continua ad avere la medesima opinione, e nessuno di loro è diventato razzista, omofobico, violento e neppure giamicano rasta…ma il brano è musicalmente potente. Dio mio abbiamo ancora un briciolo di intelligenza!
Lo ho scritto e detto tante di quelle volte: quanto vorrei che la strada per la conquista dei diritti fosse la migliore possibile.
Irie e buon reggae a tutti. PEACE
Nicola Casile






Mi chiedo seguendo una parte del tuo discorso: e se invece venisse un bianco americano cresciuto in un contesto sociale dove la destra razzista l’ha sempre fatta da padrona (e gli uomini di colore in gran parte schiavi e/o criminali) e usasse liriche razziste riferendosi al colore della pelle sarebbe da andare al concerto lo stesso, tanto io non sono razzista, oppure mi farei venire dei dubbi sulla spesa x il biglietto e magari cercherei di convincere anche altri a non andare al suo spettacolo?
Sizzla nelle sue parole ci mette quello che vuole, i gay se non gli sta bene protestano. Far cancellare un concerto non lo condivido perchè è censura, ma boicottarlo, perchè no?
Al cantante, tutto sommato, gli va bene, è tutta pubblicità!
(A)lessio
i parallelismi tra bianchi e neri supponendo pari le circostanze non mi sono mai piaciuti…
il boicottaggio? si…forse mi fa rabbia il fatto che improvvisamente il reggae è sulla bocca di certi solo per ste minchiate
come ogni cosa, quando uno ha una passione e la vede in bocca a degli ignoranti in materia che la criticano senza conoscerla dà fastidio si!
Ma non vedo perchè uno dice in una canzone in pubblico di fronte a 1000 ragazz* di sparare su un gay o robbe del genere (che magari uno non lo capisce ma se si va a girare un po’ di siti e forum che parlano di quell’artista le scopre subito certe cose) – anche fosse la prima volta che lo sento nella mia vita e dovessi essere uno di quelli che potenzialmente “dovrebbero subire” questo colpo (in senso figurato immagino…) – non dovrei incazzarmi esageratamente.
Io molto probabilmente andrei ad un concerto di Sizzla, ma di sicuro vado ai gaypride pur rigettando l’atteggiamento che hanno spesso e di cui hai scritto anche in un altro post che condivido in pieno. L’importante è che uno non cancelli l’altro…
Per le pari circostanze tra neri/bianchi e gay/machi (perchè non si parla di eterosessualità ma si machismo) non sono sullo stesso piano è chiaro. Ma se si porta come motivazione il contesto sociale in cui si vive, allora non potrei, secondo la stessa logica, “boicottare” un artista kwaitiano che costringe le donne della sua famiglia ad annullarsi in società e a vivere la loro vita solo in casa perchè in quel contesto ciò è l’assoluta normalità e magari lo dice in una sua canzone….
(A)lessio
ma quante cazzate gay e non gay
@lisicere
sono assolutamente d’accordo con te
che non sia riferito ovviamente alla sola musica reggae ma a tutto