Cornetto&Cappuccino – A tu per tu con Igor Righetti
Toscano di nascita ma romano d’adozione, infatti sono dieci anni che calca le strade della capitale. Il suo è un nome importante che difficilmente passa inosservato: si chiama Igor come il grande musicista Igor Stravinski, tanto amato dai suoi genitori.
Da piccolo suonava la tromba e forse è bene precisare che provava vergogna nel suonarla e sovente si chiedeva perché fosse costretto ad imparare questo strano strumento piuttosto che il più congeniale pianoforte.
Oltre al nome altisonante vanta anche uno zio famoso che purtroppo da qualche anno manca non solo a lui ma a milioni di persone: il mitico Alberto Sordi.
Il personaggio che quest’oggi mi accingo a presentarvi è il ComuniCattivo per eccellenza, il David Letterman italiano, il talentuoso Igor Righetti.
Lo ascoltiamo dal 2003, per 5 anni tutti i giorni e da due anni i weekend su RadioUno Rai (1.430 le puntate andate in onda) dove con spiccata ironia e con un linguaggio comprensibile a tutti ci parla di argomenti ostici che contribuiscono ad alimentare il male di vivere italiano.
Il suo è un progetto crossmediale, diffuso attraverso più mezzi di comunicazione (radio, Tv, internet, editoria, carta stampata, audiolibri) il cui dictat è non scendere mai a compromessi con l’intelligenza “perché l’ignoranza fa più male della cattiveria”.
Ci incontriamo a Roma e dopo qualche simpatica battuta non posso esimermi dal chiedergli che rapporto lo legasse ad Albertone.
Con un pizzico di emozione mista ad orgoglio, Igor mi racconta in tono confidenziale che lo zio lo chiamava “scugnizzo”. “Voleva che facessi l’attore ma poi quando capì che volevo fare il giornalista mi suggerì di puntare sull’innovazione. Mi diceva di fare le imitazioni, di cambiare i toni, di usare le scale vocali, di non fare troppo il giornalista tradizionale e soprattutto di non prendermi mai troppo sul serio”.
Igor Righetti alla professione di giornalista affianca una pluralità di attività che spaziano dalla docenza universitaria al mestiere di attore, passando per la conduzione radiotelevisiva e mettendo la firma su libri di successo come l’ultimo titolo edito da De Agostini: “Felici come mosche in un Paese di stitici”.
Un buon bicchiere di vino rosso è il modo migliore per iniziare un’intervista all’insegna di autentica simpatia e sane ComuniCattiverie.

Come ricordi tuo zio, il grande Alberto Sordi?
Lo ricordo come una persona vera, umana, semplice. Della sua vita privata era molto riservato, non a caso non ha mai aperto la sua villa ai fotografi. Ha fatto tanta beneficienza mai pubblicizzata. Ricordo che mi diceva “la beneficienza va fatta ma mai detta”.
A quale film di Albertone sei più legato?
Fammi pensare…sono tanti…adesso mi vengono in mente “Un borghese piccolo piccolo” , “Il marchese del Grillo” e “Tutti dentro” che ha anticipato Mani pulite.
Qualcuno ti definisce il David Letterman italiano, ti riconosci in questa definizione?
Per me è un onore, David è il mio mito. Anch’io faccio infotainment, informazione e intrattenimento, ispirandomi alla scuola anglosassone, ma riadatto tutto in chiave sempre ironica. Gli ho dato un mio stile, ho visitato gli Stati Uniti, ho visto da vicino come viene affrontato all’estero l’infotainment. In Italia anche Vespa, Mentana e altri fanno infotainment, ma sono più tradizionali.
Che qualità bisogna avere per essere Comunicattivo?
Occorre avere coraggio delle proprie azioni. Sono stato censurato da Antonio Caprarica senza motivazioni reali e in modo pretestuoso. Dopo 8 mesi di esilio sono rientrato a Radio 1 Rai. E’ la prova evidente che si era trattato di un fatto pretestuoso.
Una domanda che non è scontata come sembra. Nella società contemporanea ritieni che il potere risieda di più nell’immagine o nella parola?
Purtroppo nell’immagine perché siamo molto superficiali. Però c’è da dire che l’immagine senza la parola non ha la stessa forza dirompente.

Come “ammazzi il tempo senza farlo soffrire”?
Non lo ammazzo. Il tempo è il mio amico, anche se è tiranno. Ne ho poco e per questo utilizzo tutti i momenti della giornata (anche quando sono in bagno leggo le riviste…). Odio chi fa perdere tempo e soprattutto chi me ne fa perdere.
Sei anche un professore universitario, quindi hai modo di relazionarti quotidianamente con i giovani. Ritieni che la nuova generazione sia una generazione di rassegnati?
Più che rassegnata direi che è sfiduciata. E’ poco curiosa, molto distratta. La curiosità è linfa e tu sai bene, visto il lavoro che ti accingi a fare, quanto sia l’ingrediente essenziale per raggiungere quantomeno parte dei propri obiettivi.
Cosa mi sai dire in merito all’uso, all’abuso e all’uso improprio di parole?
Allucinante, entrare dentro, uscire fuori, salire su…per non parlare poi dell’uso di certi inglesismi “brain storming” “briefing”…siamo patetici e provinciali (nel senso bieco del termine).
Qual è l’obiettivo che si vuole raggiungere con la crossmedialità?
Raggiungere il pubblico più vario e diversificato. E’ ridicolo parlare di target …oggi i cinquantenni vivono una seconda giovinezza. Gli strumenti di comunicazione tecnologici hanno rimescolato tutto e rimesso in ballo gente di tutte le età.
Secondo te quale rimedio potrebbe risultare utile per risolvere la stipsi creativa di cui è affetta l’Italia?
In Italia tutto è uguale, in televisione la pubblicità è tutta uguale. Occorre sperimentare, differenziarsi, non avere paura di osare, bisogna mettersi in discussione. Puntare sul sicuro ha pochi vantaggi ma immediati, però ha un sacco di controindicazioni infatti vedi l’appiattimento a cui ci abituano.
Hai fatto l’attore in numerose fiction e film. L’esperienza più interessante?
“Gli amici del bar Margherita” e il “Papà di Giovanna” sono state due belle esperienze. Pensa che Pupi Avati, per me un grande maestro, mi ha conosciuto grazie al programma radiofonico. Mi disse tu quante puntate hai fatto? E quando gli dissi “circa 1400” lui mi rispose “allora io già ti ho fatto 1.400 provini”.
Invece per quanto riguarda le fiction “Intelligence” di Pietro Valsecchi e “Mio figlio” che andrà in onda su Rai Uno tra novembre e dicembre prossimi…si è creato un buon feeling con Lando Buzzanca e con Sergio Giussani, produttore degli ultimi film di Alberto.

Più radio o meno televisione?
La radio è una palestra formidabile dove conta molto la preparazione. Se non c’è non puoi stare dietro ad un microfono dove devi fare i conti solo con te stesso. Alla radio non puoi esporre il corpo. In radio puoi spaziare con la creatività. E’ un po’ come il teatro dove conta molto la tua bravura. La tv poi diventa una passeggiata. Io non rinnego la tv, sono nato lì la ringrazio e ricordo con enorme piacere il mio primo debutto televisivo…era il 1986 e feci Crazy Time su Videomusic (l’attuale Mtv): ero conduttore e autore.
In che percentuale pensi che al tuo successo abbia contribuito la fortuna?
Non parlerei tanto di fortuna quanto piuttosto di tenacia. Ho lavorato per tantissimo tempo anche più di dodici ore al giorno. Ho tanta voglia di fare e mi impegno al massimo.
Nel corso della tua carriera hai ricevuto numerosi premi. A quale ti sente più legato e perché?
Ogni premio mi ha lasciato un ricordo. Forse affettivamente sono legato al Premio rivelazione come attore dell’anno alla 61ª edizione del Festival internazionale del cinema di Salerno per la mia interpretazione di Carlo Ponte, corrotto assistente universitario di Estetica nella fiction tv “Distretto di Polizia 7”. L’ho ricevuto il 17 novembre 2007. E’un premio che ricevette anche mio zio, ovviamente alla carriera.
I social network “rapiscono” i giovani. Forse perché dietro ad un monitor e in totale anonimato diventa più facile ascoltare e di conseguenza farsi ascoltare?
I social network sono immediati. Ti aprono tante porte. Dietro al monitor ci sentiamo tutti leoni. Puoi contattare persone famose…
Ti piace di più essere riconosciuto come conduttore, professore, attore o…?
Come comunicatore a tutto tondo.

L’Agenzia il Monastero questo mese propone la settimana del silenzio o in alternativa la settimana di castità. Fammi due nomi e dimmi a chi consiglieresti una meta piuttosto che l’altra.
(Sorriso) Ti è piaciuta questa iniziativa eh?!! Vediamo un po’…a Piero Marrazzo suggerirei la settimana di castità mentre a Di Pietro consiglierei la settimana del silenzio.
In televisione sempre di più si scende a compromessi con l’intelligenza. Credi che sia l’unica soluzione per garantire il successo di certi programmi oppure pensi che ci siano altre alternative?
Certo, sperimentare e scrivere format nuovi ma siccome si ha paura di rischiare si preferisce intraprendere la via meno impervia e andare su strade già battute che spesso però portano al flop perché la gente si è stancata dei programmi “fuffa”.
Cosa ne pensi dell’arte contemporanea?
Mi diverte ed è molto creativa. Rifiuto quella che mira ad attirare soltanto l’attenzione mediatica. Il cavallo appeso per esempio è solo un espediente utilizzato dall’artista per far parlare di sé…l’arte in questo caso diventa un mero strumento mediatico.

Ed è con una certa soddisfazione che mi appresto a tornare a casa con la consapevolezza che da oggi sarò ancora più ComuniCattiva.
Per chi volesse conoscere meglio Igor Righetti consiglio soprattutto, oltre ai suoi libri, alla tv e al cinema, l’ascolto ogni sabato e domenica mattina su Radio1 di “Il Comunicattivo”…perché l’ignoranza fa più male della cattiveria”.
http://www.radio.rai.it/radio1/ilcomunicattivo/
Teodora Malavenda






Ogni tanto seguo Righetti, devo dire che tra i tanti è uno dei pochi che riesca a “comunicare” qualcosa di interessante attraverso i barbari media italiani =)
Concordo pienamente sul fatto che la generazione attuale sia “poco curiosa, molto distratta”, e ciò secondo me è dovuto al fatto che viviamo in un sistema di appiattimento culturale, fatto di meri stereotipi, unici modelli da seguire per le giovani menti.
Dunque, non avendo stimoli e modelli culturali, non c’è curiosità, non c’è creatività, non c’è innovazione…
svegliamoci!
è sempre un piacere leggere e scoprire “nuove visioni” attraverso questi articoli…..Complimenti Teo! Complimenti Cornetto&Cappuccino