Non c’è pace per Saline Joniche
Ci risiamo!
Saline Joniche è un paese, ma soprattutto un’area, che va dal comune di Montebello a quello di Melito di Porto Salvo conosciuta dai più come una buona località di mare, non lontana da Reggio Calabria dove ci stanno 2 fabbriche enormi e abbandonate (mai entrate in funzione..) e un porto che, per la genialità dei suoi progettisti, è stato interamente chiuso da una barriera di sabbia, trasportata dalle correnti, tanto da divenire impraticabile per le navi di trasporto merci, legali e non.
Per pochi invece, l’area di Saline rappresenta un terreno fertile su cui rivoltare tutte le proprie mire sia economicamente che ambientalmente speculative. Dopo le 3 porcherie inutili realizzate negli anni ’70, e mai entrate in funzione, si è sempre cercato di trovare una soluzione per il recupero di quegli immensi spazi rovinati da un gruppetto di loschi individui: faccendieri, politicanti locali e nazionali, ndranghetisti e alcune grandi imprese.
Le proposte di recupero, nel tempo sono state innumerevoli e delle più disparate: ricordo chi voleva vendere tutto ai coreani (perchè vengono e si smontano tutto da soli e a loro spese) e chi avrebbe voluto creare un AcquaPark; chi farneticava su future centrali nucleari o nuovi aeroporti e chi seriamente, invece, ci vuole fare una centrale di produzione di energia elettrica alimentata a carbone. Non c’è che dire, il genio dell’innovazione sicuramente non risiede in certe stanze svizzere.
La Sei SpA è tornata alla carica, in silenzio. Alla proposta iniziale di creare una centrale a carbone in quel territorio infestato dalle ndrine e a vocazione decisamente turistico-umanamente-sostenibile sia le popolazioni locali che le istituzioni di prossimità territoriale – comuni dell’area, provincia di Reggio Calabria e Regione Calabria -, insieme a molte associazioni ambientaliste e del luogo, si erano opposte nettamente al progetto per cui la Sei aveva indebolito la sua azione. Ma in realtà non è stato così e ci aveva già avvertito Antonino Monteleone un po’ di tempo fa del pericolo, dicendo che le trattative si sarebbero spostate nelle “stanze” andando via dalla stampa per un po’. E così fu! Anzi.
E così è!
Per una storia recente che ha visto coinvolta, suo malgrado, Saline Joniche e a tutti gli ultimi tentativi di metterci le mani sopra, rimando ad un articolo della brava Tiziana Barillà, pubblicato circa 8 mesi fa da Libera Informazione ma assolutamente attuale e fondamentale per ricostruire quanto stia accadendo su quella parte di provincia reggina.
Il 5 gennaio, alle 18.00, presso la piazza della Chiesa a Saline Joniche la befana porterà tanto carbone e per decidere come accoglierla si riuniranno in assemblea i cittadini, le associazioni, i movimenti e i partiti che hanno a cuore il rispetto del presente e del futuro di tutta la zona che va dal comune di Montebello e quello di Melito Porto Salvo.
A proposito di Melito PS, di ndrangheta e delle cattedrali nel deserto di Saline, è interessantissimo un pezzo del libro “Fratelli di sangue” di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, che ricostruisce con precisione e semplicità chi sono gli unici, pochissimi, soggetti che si sono arricchitti con le “grandi opere” di Saline. Antonino mi ha già preceduto di mesi in questo, trascrivendo per filo e per segno la stessa parte del testo che intendo pubblicare io in seguito.
Ribadire il concetto, in questo caso, credo che possa essere tremendamente utile ad avere una visione più chiara delle cose…
Da Gratteri, Nicaso, Fratelli di Sangue, pg. 105 – 108:
“I Comuni di Melito Porto Salvo, Montebello Jonico, Roghudi e Roccaforte del Greco fanno parte del territorio controllato dalla famiglia Iamonte, una cosca storica della ‘ndrangheta che, negli anni Settanta, era legata a doppio filo a Domenico (Mommo) Tripodo di Sambatello.
Il boss, Natale Iamonte, in quegli anni, era proprietario di un distributore di benzina e di una macelleria. Secondo Giacomo Lauro, dopo la svolta voluta dai Piromalli con l’introduzione della “Santa”, Iamonte entrò a far parte della massoneria assieme ad altri boss del suo rango.
A trasformare questa ‘ndrina in una holding del crimine è stata la costruzione della Liquichimica di Saline Joniche. Una vicenda inverosimile, tutta italiana.
Il complesso industriale, per il quale vennero investiti circa 300 miliardi di lire, venne costruito su un terreno franoso, espropriato ad una nobildonna napoletana. L’uso di quel sito venne sconsigliato da una perizia geologica che, però, pochi ebbero l’opportunità di leggere: sparì, infatti, misteriosamente dal carteggio e i lavori proseguirono senza interruzioni. L’unico che continuò ad obiettare sulla stabilità del suolo fu il direttore del Genio Civile di Reggio Calabria. Perse, però, la vita in uno strano incidente stradale.
C’erano troppi interessi attorno a quel progetto, troppi miliardi in un’area tradizionalmente avara di risorse.
Iamonte si assunse l’incarico di garantire un’equa spartizione degli appalti tra le imprese controllate dalle varie ‘ndrine della zona. Si dettero da fare anche le cosche d’oltreoceano. La polizia canadese intercettò alcuni boss della mafia siciliana che in un bar di Montreal discutevano su come contattare Natale Iamonte per assicurarsi una fetta dei miliardi destinati alla realizzazione dello stabilimento di Saline Joniche.
- Una piccola curiosità: l’intercettazione della polizia canadese avvenne nel 1974 nel Reggio Bar di Montreal, gestito dal boss italocanadese Paul Violi, originario di Sinopoli -L’impianto, nonostante le decine di miliardi spesi dal governo, non entrò mai in funzione, contrariamente al vicino approdo portuale che, invece, venne utilizzato dalle ‘ndrine del luogo per sbarcare tonnellate di sostante stupefacenti, sigarette e armi.
Racconta Salvatore Annacondia, ex contrabbandiere di Bari, legato ai clan di Reggio Calabria, che ogni qual volta Domenico Tegano aveva la necessità di organizzare sbarchi clandestini di ingentissimi carichi di eroina provenienti dal Libano, si rivolgeva a Natale Iamonte.
Pare che il boss di Melito, in quegli anni, percepisse una percentuale dai destinatari dei carichi di hashish ed eroina che approdavano nel porto di Saline. Tra questi c’erano anche i De Stefano di Reggio Calabria e i Ferrera ed i Santapaola di Catania.
Qualche anno dopo, altri trenta miliardi di vecchie lire vennero stanziati per la realizzazione delle Officine Grandi Riparazioni delle Ferrovie dello Stato. Grazie alla mediazione dei Santapaola, i Iamonte si assicurarono una grossa tangente dall’impresa aggiudicatrice dell’appalto.
- Anche in questa seconda circostanza i terreni espropriati appartenevano alla stessa nobildonna napoletana proprietaria di vasti appezzamenti agricoli a Saline Joniche. Per costringerla al silenzio e per evitare che potesse impugnare i provvedimenti di esproprio, subì anche il sequestro del figlio -Da allora i Iamonte non si sono più fermati. Hanno messo le mani su tutto ciò che avrebbe potuto generare profitti: dagli appalti pubblici al controllo del mercato del carcestruzzo e della fornitura di inerti, dal riciclaggio di denaro sporco al traffico internazionale di droga, armi ed esplosivo.”
Alessio Neri







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