L’anima di Roghudi che resiste all’abbandono

  

Ci immettiamo sulla ss106 che il sole è perpendicolare alle nostre teste, ma già da qualche tempo non brucia più come in estate. Primissimi giorni di novembre ma temperatura tutto sommato piacevole, nessuna nuvola in cielo e nell’aria la tipica atmosfera domenicale. Non saprei dirvi se e quale partita ci sia a quest’ora, ma la gente in giro è davvero poca, per fortuna.

Arrivati dalle parti di Bova decidiamo di salire lungo una delle strade che collega ai paesi alti, per poi proseguire verso l’interno, prendere quota e poi riabbassarci quasi al livello del mare, ma circondati dai monti.

La strada è lunga e tortuosa. Si inerpica rapida partendo dal livello del mare, passando per le ripide colline e sfiorando a tratti il livello montano. Un susseguirsi di salite e discese, di curve a gomito, strette come la carreggiata quando da un lato c’è solo il vuoto, e in fondo una larga striscia bianca di pietre, senza vegetazione, quasi del tutto asciutta, se non fosse per quel tratto percorso da fredde acque che dalla cima dell’Aspromonte si riversano nel mar Ionio, esattamente in quel tratto che sta al centro tra Condofuri e Bova.

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In corrispondenza della foce la vegetazione palustre a Pragmatis Australis la fa da padrone, circondando e depurando in parte le acque stagnanti che non arrivano al mare, e a pochi metri dalla riva penetrano nel terreno in profondità. Ma è un’immagine che ci lasciamo velocemente alle spalle.

Il paesaggio si fa in fretta selvatico man mano che dalla base si procede verso monte, la macchia mediterranea domina uno scenario che non è arido, ma consumato dall’azione secolare dell’uomo.

Vecchi muri a secco contengono tratti artificiali ormai incolti, e altri muri di cemento saldano la base della montagna.

Incrociamo prima una famiglia di asini, mansueti come per soggezione, silenziosi come chiunque da quelle parti, che ci guardano attraverso la rete di un cancello come dalle sbarre di una prigione.

Più avanti una vacca oltre i bordi della strada allatta il vitello in una posizione impossibile per le persone, sull’orlo di uno scosceso versante che senza soluzione di continuità termina ripido a fine corsa. Pochi chilometri ed è il turno del gregge di capre, cornute e disordinate, mentre quando è la scrofa con i suoi cuccioli a tagliarci la strada, gli arbusti da un po’ hanno già ceduto il posto ai pini e poi ai pioppi mentre l’aria si fa frizzante, quasi a spiegarci i colori dell’autunno.

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Si cammina per un po’ sulla cresta e poi, a pochi centinaia di metri dalla fontana di Acqua Santa non potabile si perde gradualmente quota, e prima di scorgere il profilo delle abitazioni dietro i versanti che le nascondono, alla nostra destra cerchiamo di capire se a Chorio ci stia ancora qualcuno, forse solo di giorno, forse solo la domenica. Sicuramente si, e a suggerircelo non è tanto l’antenna parabolica applicata sulla facciata di un casolare vecchio quanto la presenza di animali da allevamento. Ma ancora mancano pochi minuti…

E’ strano come l’uomo abbia sempre tenacemente resistito alla natura, combattuto con la natura, tentato invano di dominare la natura alla ricerca della posizione strategica in cui far sorgere i propri insediamenti. Ma il tempo cambia tutto, e ciò che cento anni fa aveva un senso, oggi è inimmaginabile.

Ad un certo punto con l’auto non è più possibile procedere. Lo sapevamo già. Ci eravamo stati tante volte, ma ogni volta è la stessa emozione, la stessa esperienza che ha del mistico, la stessa voglia di suggestione che ti fa immaginare le luci, i rumori e la gente tra le stradine di un paese che sembra morto. Sembra morto ma molti sanno che ancora respira.

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I segni di un passato animato si fondono con la desolazione di un presente che non sa solo di abbandono, ma anche di mistero.

La donna ci passa accanto con la figlia senza sorriderci, quasi infastidita, ma probabilmente è una nostra fantasiosa impressione. Vanno avanti più veloci e si inoltrano tra i vicoli già in penombra, mentre il sole si incammina verso il tramonto a lunghe falcate. Noi seguiamo il tracciato principale, quello che dalla parte sommatale passa dalla chiesetta e poi scende fino alla fiumara Amendolea. Le auto non potrebbero passare, sarebbe un paese per soli pedoni, con i polpacci forti e senza il fiatone.

La signora e sua figlia sono già dentro una di quelle case con le porte divelte, ancora in parte arredate, e preparano un caffè per l’uomo che sta scendendo dai monti per riportare il suo gregge al sicuro in un recinto ricavato nel cortile di una di quelle abitazioni vuote. Non c’è l’energia elettrica e per fare luce gli basta una candela.

Non c’è l’energia elettrica ma tubi per l’acqua si arrampicano tra balconi pericolanti e scale, quasi a voler tenere in vita a tutti i costi quel paese, come con una flebo.

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Rogudi è un fantasma, è la forma di un passato differente, è l’impronta di un popolo i cui figli conservano ancora un legame profondo, ma il progresso è spietato, e malgrado ogni buona intenzione, la vita in un posto simile sarebbe impossibile salvo il verificarsi di una rivoluzione rurale e di una fuga dalle città e dal mare…ma a questo punto la ragione mi impone di mettere freno ai sogni.

Dopo le alluvioni del 1971 e del 1973 a Roghudi Vecchio non è rimasto più nessuno. La popolazione intera è stata trasferita a Roghudi Nuovo, nei pressi di Melito Porto Salvo.

Ma tenacemente ancora qualche anziano, qualche pastore o qualche figlio di chi ci ha abitato fino ad allora tenta di mantenere un legame vivo con questo centro disabitato che è la testimonianza esatta di come nulla può l’opera umana contro la furia della natura.

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Quando decidiamo di risalire fino alla piazza e riprendere l’auto per tornare a casa, la luce è ormai poca. Probabilmente il nuovo orario non ci ha ancora dato il tempo per abituarci al ritmo, ma fortunatamente i fari riescono a far chiarezza su quella strada del ritorno che per buona parte è totalmente al buio, fatta eccezione per la luna che anche stasera darà un’occhiata all’Aspromonte, il cui vento fresco ci riporta sempre in una condizione di primordiale benessere. Passeggera.

Ogni tanto inoltratevi dove il fracasso non ha motivi, anche se di domenica i centri commerciali restano aperti per inchiodarvi alla città e ai consumi. Fatevi un giro tra le pieghe di un territorio che non potrete amare senza conoscerlo. Ma fatelo con la sobrietà e la consapevolezza di chi non lascia tracce del suo passaggio, di chi ha voglia di osservare e capire come mai occorre conservare e tutelare un patrimonio grande. Roghudi è solo uno dei luoghi che raccontano storia, ma ce ne sarebbero tantissimi altri. E il concetto di “abbandono” è relativo, se è vero che più di prima la gente ha voglia di camminare e di scoprire.

Magari per il pic-nic con i Suv, i bagagliai aperti, la coca cola e le lasagne ci organizziamo un’altra volta…

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Teodora Malavenda

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2 Commenti »

laura dice:

Complimenti per l’interessantissimo argomento.
Confermo la sensazione indescrivibile che si prova nel visitare uno di questi borghi abbandonati; e l’alone di mistero che li circonda, dettato dal silenzio e dall’abbandono, genera un fascino talmente forte da sembrare di essere stati risucchiati in un viaggio nel tempo.

Salvatore S. dice:

Bellissimi posti… bellissime descrizioni.

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