Il cambiamento parte da noi. Il riutilizzo come comportamento virtuoso
Riutilizzare è bello, utile e conveniente.
I prossimi anni saranno quelli del cambiamento, o almeno me lo auguro. Se lo augurano in tanti per la verità, anche se troppi ancora non percepiscono l’emergenza. Nei prossimi articoli mi piacerebbe parlare di tutte quelle buone pratiche che ormai giornali, tv e radio ci propongono. Pratiche ecologiche, di utilizzo razionale dell’auto, degli elettrodomestici e di tutto il resto. Peccato che subito dopo incollino uno spot pubblicitario che ci invita a riacquistare per la milionesima volta qualcosa che già abbiamo, ma che purtroppo è nata vecchia. Si sa, siamo in un’epoca in corsa (verso un muro).
L’inquinamento non è una favola, e la CO2 non è un nuovo modello di automobile. Le risorse naturali non rinnovabili sono chiamate così perché prima o poi si esauriscono, tanto più rapidamente quanto più alti sono i nostri tassi di utilizzo. E’ molto probabile che la temperatura del pianeta si stia alzando davvero, nonostante qualche episodica trovata di uno scienziato, in cerca di visibilità, tenti di negarlo.
Un mio caro amico si irrigidisce ogni qualvolta sente parlare di certe cose che, dal suo punto di vista, si discostano dal pensiero generale. E’ come se gli facesse paura chi ne parla, la vede probabilmente come una presa di coscienza personale pericolosa, lui che ancora sogna fiumi di popolo in fila a glorificare le parole dell’imperatore.
Ma i tempi sono cambiati, e lo scenario è mutato radicalmente rispetto anche a soli quindici anni fa e il pensiero generale, si sa, è un concetto dinamico.
Quantomeno allora era ancora possibile prendere in poca considerazione chi parlava di risparmio energetico, di riutilizzo e riciclaggio, di economia (e non quella dei quattrini) e di impatto ambientale del nostro stile di vita. Lo si etichettava come ambientalista, estremista, come una personalità facilmente influenzabile magari in preda a qualche suggestione dopo aver letto di un’azione dimostrativa di Greenpeace e così si marginalizzava la sua idea. Mandato al diavolo il grillo parlante si poteva poi continuare a consumare, rompere, buttare e poi riacquistare, senza compromessi, tutte le merci di cui avevamo bisogno, ma soprattutto quelle che non ci servivano. Diciamo che funziona ancora così, ma se l’udito non ci inganna, si avverte in lontananza un ticchettio che si avvicina, una sorta di conto alla rovescia, ma non è un film sull’apocalisse, è solo l’ora del cambiamento.
D’altronde questo tipo di comportamento virtuoso è la salvezza del mercato, il fondamento teorico e pratico della società della crescita, concepita come una sorta di tubo, scollegato dal resto, in cui qualcosa entra e da cui qualcosa esce, perennemente…ed è immediato un parallelismo che però vi risparmio!
Ma noi sappiamo bene, noi gente ormai istruita, che quel tubo non solo non è scollegato dal resto, ma che ciò che entra è molto differente da ciò che esce, e che ciò che ci mettiamo dentro non si crea dal nulla, non è gratis ma soprattutto non è sovrabbondante, e non lo sarebbe mai, neppure dopo i più geniali e futuristici progressi tecnologici.
Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.
Il cambiamento che vedremo non sarà nulla di catastrofico, almeno nella misura in cui i comportamenti individuali e la responsabilità dei governanti saranno improntati al buon senso.
Si tratterà invece di una piacevole inversione di tendenza, apparentemente difficile e impegnativa ma solo perché capace di infrangere e rivedere quelle che ancora adesso cercano di imporci, disperatamente, come verità assolute.
E paradossalmente potrebbero essere le realtà produttive ad accorgersene per prime. Le aziende, sia quelle piccole che quelle grandi fino alle multinazionali. Ma nel dire questo credo di aver forzato la mano con un certo tipo di ottimismo pericoloso nemico della lucidità!
Il dogma della crescita è un pilastro irremovibile, da più di un secolo unica prospettiva possibile sia per le società capitalistiche che per quelle socialiste. E dicendo questo mi destreggio con astuzia tra le accuse del mio caro amico che era già pronto ad affibbiarmi una nuova etichetta, stavolta di tipo politico-ideologico.
La crescita infinita è di per se un’ideologia, una dottrina applicata con mezzi diversi ma per perseguire lo stesso fine.
Se dovessimo fare un calcolo, anche solo approssimativo, di quale superpotenza del ‘900 abbia inquinato, deteriorato e danneggiato maggiormente l’ambiente, risulterebbe evidente che Stati uniti e Urss ancora una volta sono testa a testa.
C’è anche da dire però che cinquanta anni fa il problema ambientale non era ancora così percepito, anche se già indubbiamente rilevante.
Il mio caro amico a questo punto mi inviterebbe a fare un’illuminante considerazione: “ma non credi che allora lo sviluppo e la crescita siano l’unica via immaginabile per l’uomo? Vorresti tornare all’età della pietra?”. Generalmente quando si arriva a questo punto io cambio agilmente discorso, virando sui gusti dei gelati o sull’ultima settimana bianca.
Credo che occorra molta pazienza unita al supporto di campagne di informazione efficaci prodotte da governi responsabili. Ma soprattutto politici coraggiosi che sappiano guardare oltre il loro naso. E’ difficilissimo infatti tentare di far cambiare idea a chi ha passato un’intera vita convinto che nulla ha limiti se non la vita umana e il numero di eiaculazioni durante un rapporto.
E non sarebbe neppure moralmente accettabile tentare di far cambiare idea agli altri solo per il gusto della vittoria, prima di tutto perché la nostra idea non è detto sia la migliore, e poi perché in un contesto che guarda al cambiamento ma ragiona ancora con la vecchia testa, non sempre si riesce ad agire nello stesso modo in cui si predica.
Però in molti ci stanno provando, e noto con piacere che persino alcuni insospettabili sono giunti alla conclusione (elementare…Dio quanto era elementare!) che neppure gli alberi crescono fino al cielo!!
Detto questo.
Sentivo giorni fa in radio di una nuova moda, una volta tanto intelligente, basata sul riutilizzo di oggetti di vario tipo da parte di altre persone, cioè non quelle che li hanno acquistati la prima volta.
Nulla di particolarmente innovativo dal punto di vista concettuale, se pensiamo che in molte famiglie le camicie e i giocattoli spesso attraversano le generazioni.
Ma non sempre questo accade, anzi molto spesso lo si fa con una sorta di pudore o vergogna, dato che il comportamento potrebbe essere indicatore di una situazione economica non florida, e nella nostra società questo rappresenta un’onta.
Altre volte non lo si fa per superstizione, o per scaramanzia, o per buon augurio.
Sempre durante quella trasmissione radiofonica sentivo che un commerciante ha aperto un’attività che tratta solo articoli usati, che la gente decide di non gettare nel cassonetto ma di rivendere, e che qualcuno poi acquista. Non si tratta del solito negozietto dell’usato in conto-vendita, dove si accatastano radio e comodini e l’aria è irrespirabile, ma di un qualcosa di più organizzato e funzionale. Molte giovani coppie, ad esempio, comprano passeggini e giocattoli per i bimbi.
Non ricordo la città ma sicuramente non era in Calabria.
Ditemi la verità: acquistereste mai un passeggino usato al vostro primo figlio?
Io dico di no. Potrebbe essere sporco, avere le pulci (…). La gente potrebbe criticarvi, potreste apparire avari, tirchi o peggio ancora poveri! Invece acquistarlo nuovo è tutta un’altra cosa, è il gusto inspiegabile del consumo ma soprattutto è la soddisfazione di aver fatto qualcosa di buono per il mercato, nell’attesa che lui faccia qualcosa di buono per voi.
Stronco in partenza le obiezioni del mio caro amico ricordandogli che so benissimo che qualcuno dovrà pur comprare per la prima volta gli oggetti nuovi, ma l’affermarsi di una tendenza al riutilizzo ha molteplici aspetti positivi. Innanzitutto le persone, potendo rivendere l’articolo quando non gli è più necessario, sarebbero incentivate a farlo durare più a lungo e in migliori condizioni.
Secondo, altrettanto importante, se riutilizzare diventasse uso comune, diminuirebbe notevolmente l’impatto sulle risorse naturali alle quali l’economia attinge per produrre le suddette merci.
Terzo, si ridurrebbero drasticamente le cose che alla fine, in un sistema economico che ci spinge ad accorciare oltremodo i cicli di utilizzo, finirebbero nelle discariche. Considerando anche che in molte realtà la raccolta differenziata non è neppure allo stato embrionale, basta poco per capire quando sia rilevante questo punto.
Moltiplichiamo poi per tutti gli oggetti di uso comune (compatibili con un loro riutilizzo!!), dunque non solo passeggini e carrozzine, e ci accorgiamo che basta pochissimo a smontare un’economia per crearne una nuova, e sta a voi immaginare quale sarebbe più sostenibile.
Invito il mio caro amico a documentarsi bene sul termine in questione che, malgrado sia il più inflazionato ai giorni nostri, non è affatto uno slogan né un concetto metafisico.
Dunque occorre andare oltre la visione attuale. Non si tratta di quella che chiamiamo beneficienza, perché gli oggetti non li regaliamo ma li vendiamo. Per quanto le nostre azioni siano mosse da buona fede, abituati ad un modello economico fondato sullo scambio in moneta, difficilmente potremmo passare direttamente dalla società della crescita a quella della solidarietà totale!
La tirannia del PIL ci ha resi come una specie di automi, otto ore al giorno dietro una scrivania o in fabbrica producendo ciò che poi riacquistiamo nel week-end, ossessionati dalla malsana idea che con i nostri acquisti rimettiamo in moto l’economia, così circola più danaro che noi possiamo rispendere per riacquistare la seconda volta le stesse merci, meglio se non utili, gettando quelle di prima, possibilmente ancora in buono stato, direttamente nel cassonetto accanto al portone.
Sembra una presa per i fondelli? Lo è!
Ecco perché è indubbio che il cambiamento dovrà essere simultaneo. Non basterebbero infatti i comportamenti virtuosi dei singoli individui, se le istituzioni e la politica non creano prima i presupposti per renderli efficaci (ed utili!).
Lo so, per molti di noi il PIL è una specie di divinità, alcuni si inchinano quando lo sentono nominare, altri si impoveriscono per farlo salire.
In realtà si tratta di un numero indicativo del nulla, che descrive un’ipotetica situazione di ricchezza, non si sa di chi e per chi, per sostituire il quale sono già stati elaborati altrettanti indicatori, dai più fantasiosi ai più concreti, ma tutti comunque più utili per descrivere la medesima situazione.
L’abbattimento del PIL e di tutte le altre sacre icone della crescita fine a se stessa si dovrà accompagnare poi ad un graduale riadattamento culturale, una sorta di disintossicazione capace persino, secondo alcuni, di far allungare di più di un decennio la vita media. Alcuni la chiamano “decolonizzazione dell’immaginario”.
Il riutilizzo rappresenta solo una delle R della sostenibilità, che associata alle altre creerebbe i presupposti per un nuovo modo di intendere il consumo, fondato sulla sobrietà e sullo spirito critico, facoltà della quale siamo da tempo privati in nome di una causa suicida comune.
Si possono riutilizzare un gran numero di cose che invece consideriamo già rifiuti, e per farlo non occorre convertirsi a qualche strana religione orientale o rinunciare ai piaceri della vita, ma basta solo prendere coscienza che riutilizzare è giusto, utile e conveniente.
Solo allora diventerà prassi, azione quotidiana, ovvia e sistematica, proprio come lo è oggi, ancora per molti, gettare la carta bianca dopo averci scritto due righe….
Sarebbe già un primo passo per il cambiamento.
Nessuno di noi vuole tornare all’era della pietra. Tra l’altro l’era della pietra non è finita perché si sono esaurite le pietre…sarebbe un bene comune invece superare l’era del petrolio, che è molto più scarso delle pietre e inquina parecchie volte di più.
Elementarmente parlando, tanto per non rendere impopolare tutto ciò che ci siamo detti fino ad adesso, mi tocca ammettere che siamo tutti affezionati al cellulare e al decoder, al computer e alla televisione, e infatti nessuno ci priverà mai della nostra tecnologia. Tornare indietro da questo punto di vista sarebbe una via fisicamente impraticabile. E’ invece il nostro stile di vita ad essere incriminato. Per questo è sempre meglio rendersene conto da soli piuttosto che essere costretti a cambiarlo per necessità.
Io sto provando ad uscire dal tunnel, e come me migliaia di persone. Fa stare meglio e non è complicato come sembra!
Per finire segnalo alcuni link utili, solo alcuni tra tantissimi…per il mio caro amico che credeva parlassimo di fantasia. Il cambiamento, quando partirà, potrebbe non aspettarlo.
http://stramberie.splinder.com/
http://officine-creative.blogspot.com/
http://www.ri-creazione.info/
http://manolobenvenuti.wordpress.com/
http://www.ludotecariu.it/
Nicola Casile








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