La morte è sacra. L’Egitto mai visto, a Villa Zerbi
Se nei primi decenni del Novecento Ernesto Schiaparelli ed équipe archeologica non avessero ritrovato tanto materiale appartenuto agli antichi egizi nelle cittadine di Assiut e Gebelein, non solo oggi non potremmo goderne qui, a Reggio Calabria, ma forse la storia avrebbe degli elementi in meno su cui costruire le mappe storiche e culturali del passato egizio. Dopo circa 4000 anni, si è dovuto attendere ancora circa un secolo per poter finalmente assistervi: prima a Torino, poi alla sala del Buonconsiglio di Trento, infine qui, nella mostra “Egitto mai visto” inaugurata a Villa Genoese Zerbi il 21 febbraio, dove rimarrà fino a giugno. Curata da E. D’Amicone e M. Pozzi Battaglia e allestita C. Charalabopoulos, la mostra dà la possibilità di superare la contingenza storica per affacciarsi su testimonianze direttamente tangibili di sprazzi di vita antica, tratti da una civiltà che, come anche altre, costituisce un luogo dell’immaginario collettivo: ciascuno di noi istintivamente gli associa mummie, faraoni, piramidi e quant’altro, in una sorta di maldestro brainstorming postumo che in questa mostra può finalmente trovare un riscontro visivo.
Uno degli insegnamenti che è possibile trarre dalla mostra è che la famigerata “livella” di Totò è in fin dei conti solo un’acquisizione recente. Infatti, benché l’epoca a cui risalgono le testimonianze abbia assistito a un “indebolimento del potere faraonico centrale” che “lasciò spazio ad una sorta di democratizzazione dell’aldilà (la sepoltura non è più una prerogativa esclusiva del faraone)” [Dall’opuscolo informativo della mostra], godere di una buona posizione sociale influiva non poco sulle modalità di sepoltura nell’Egitto del 2000 avanti Cristo. I defunti venivano infatti posti in queste bare d’altri tempi con suppellettili e chincaglierie che non lasciano dubbi intorno alla loro provenienza sociale: i resti ossei si confondono con cofanetti per la toletta, poggiatesta più o meno raffinati, bende in lino, bastoni diversamente affilati dal rilevante valore simbolico e che testimoniano dell’appartenenza al ceto militare, su cui spesso è inciso il nome del proprietario – segno di un’individualità che vuole valicare i confini terreni. Tutti i sarcofagi in legno al loro esterno ospitano lunghi geroglifici di valenza sacra e riproduzioni iconiche di alcune scene di attività quotidiane, segno della complessa commistione tra sacro e quotidiano, entrambi confluiti nel momento cruciale della morte. Ci sono persino coppie di sarcofagi ritrovati insieme, dalle iscrizioni geroglifiche che iniziano su un sarcofago per proseguire nell’altro, sancendone la continuità: è il caso di due defunti coniugi, di cui ci giungono persino gli impronunciabili nomi.
Il carattere eminentemente sacro della morte è testimoniato dalla raffigurazione presente all’esterno di tutti i sarcofagi, in corrispondenza del capo, degli occhi dai tratti netti e dal dotto lacrimale accentuato della divinità egizia Horus, con la specifica intenzione di simboleggiare il transito dell’anima (anzi, anime) del morto dall’interno all’esterno del sarcofago. Si tratta di una specie di varco sacro aperto fra il mondo terreno e quello divino, proprio lì, sul sarcofago. Per l’osservatore contemporaneo, quegli occhi hanno un che di misterioso di cui si intuisce il valore prezioso e il rimando al magico. Infatti, nonostante le diversità, i vari modi di sepoltura presentano come caratteristica comune il rimando al sacro. La civiltà egizia è impregnata di divino, e la morte ne costituisce un momento chiave, come fossa un anello di congiunzione tra le due dimensioni (il “qua” e il “là”). Ogni sarcofago, eccetto forse il tronco d’albero, allude in maniera più o meno accentuata a Osiride, Horus o Anubi o chi altro ancora – il panorama divino egizio è decisamente affollato.
Inoltre, come se la distanza temporale facesse cadere in prescrizione ogni diritto di privacy, i resti ossei dei defunti mummificati sono visibili dai sarcofagi scoperchiati, con grande suggestione per l’osservatore: qualcuno si è conservato straordinariamente bene, tanto che è possibile intuirne le fattezze del volto. Per inciso, posso testimoniare di aver visto proprio nei pressi della mummia esposta qualche osservatore scappare intimorito verso altre stanze più rassicuranti (“non sia mai che si alzi e cammini?”, avrà pensato).
Come ogni civiltà complessa, gli egizi si contraddistinguono per una diversità di usi e costumi locali che si riflette anche sulle modalità di sepoltura. La mostra ne offre degli esempi significativi. Oltre alla forma che a noi sembra “classica” del sarcofago rettangolare, sono presenti sarcofagi antropomorfi riccamente decorati, e persino tronchi d’albero scavati adibiti a sedi mortuarie.
In particolare, i sarcofagi antropomorfi sembrano tutto tranne che, appunto, sarcofagi. Ignorando sensi e contesti, si sarebbe tentati di scambiarli per eccentrici oggetti d’arredamento, con la funzione di dare un simpatico tocco di colore agli ambienti. Il dispiegarsi delle policromie attraversate da raffigurazioni e geroglifici irride al nostro nero da lutto: questa vivacità testimonia della credenza in un aldilà per così dire migliore dell’al di qua, la convinzione che in fondo morire non sia poi una tragedia. Anzi. (Le nostre bare, significativamente, sono molto meno divertenti). E’ il segno di un’aspettativa forte presso gli egizi, della convinzione religiosa in una promessa ultraterrena che reca i tratti del riscatto.
L’importanza del momento della morte è testimoniata inoltre dalla ricchezza di rituali, praticati dai sacerdoti, con cui si accompagnava il defunto: dall’estrazione degli organi interni alla mummificazione, fino ad un’accurata preparazione del locus caratterizzata da una ricca oggettistica, il “corredo funerario”; persino cibo, bevande e unguenti profumati, per accompagnare il morto nel suo trapasso in modo che, come dire, durante il viaggio non gli mancasse nulla.
Ma se per un occidentale del terzo millennio imbattersi in mummie vere può già risultare sconcertante, non di meno lo è confrontarsi con mummie extra-umane. E’ il caso del gatto mummificato che la mostra esibisce tra il primo e il secondo piano, posto lì come per spiazzare tutti. Pare infatti che i gatti fossero, per gli egizi di 4000 anni fa, degli esseri speciali da venerare, anche per il loro ruolo determinante nella difesa dei raccolti dai topi. Le stesse statuette lignee dalle sembianze felineggianti del dio Anubi testimoniano ancora della straordinaria carica religiosa attribuita all’animale.
Sarcofagi, vasi, sandali, vesti, archi e frecce, modellini di animali, maschere funebri, stele funerarie molto elaborate, statue in legno di varie dimensioni, e, non ultimo, un frammento di pergamena del “Libro dei morti” dalla Necropoli di Tebe risalente all’epoca del Nuovo Regno, 1540 – 1070 a.C. in scrittura ieratica (una specie di variabile stenografica del geroglifico), sono solo alcuni fra i reperti esposti: la morte ne costituisce una sorta di denominatore comune, come un sostrato essenziale. Sarebbe interessante – ho pensato – scrivere una specie di storia universale della morte: sono sicura che in un volume ideale del genere gli egizi spiccherebbero per ricercatezza e complessità. Di sicuro è un progetto un po’ troppo ambizioso, ma nulla proibisce di pensarlo.
Tuttavia, il clamore suscitato da mummie e sarcofagi è significativamente controbilanciato dall’aspetto della quotidianità: le vesti e i sandali appartenuti a persone in carne ed ossa, colpiscono per la loro semplicità quotidiana, che stride con i 4 millenni di distanza. Le riproduzioni in forma di modellino o incisione delle attività quotidiane dell’agricoltura, dell’artigianato, l’allevamento o la navigazione, testimoniano di un’esigenza già pienamente artistica di rappresentare ed esorcizzare, trascendendolo, il quotidiano.
Osservando tanti reperti appartenuti a una civiltà così remota, 4000 anni dopo, si ha la sensazione di violare qualcosa di prezioso. Soggezione, curiosità, meraviglia, sconcerto si alternano nell’animo di chi osserva, accompagnati dall’intuizione del loro straordinario valore storico.
Sarebbe bello poter proporre un excursus intorno al significato di ogni oggetto esposto considerandone i molteplici rimandi ad altri oggetti e contesti: ciascuno di essi infatti costituisce una sorta di “ipertesto” dagli infiniti rimandi ad altri “ipertesti” in cui s’incrocia una miriade di riferimenti antropologici e storici. Gli oggetti antichi sono dei crocevia culturali di immensa portata, i “luoghi” privilegiati da cui non a caso muovono le inferenze degli storici. La mostra rappresenta uno spunto intensissimo per iniziare a guardare al passato con rinnovato entusiasmo.
Concludo con una battuta di spirito. Mi diverte immaginare che fra una manciata di millenni i miei resti smembrati saranno guardati da incuriositi successori, con la targhetta a lato “ritrovata a Reggio Calabria, in epoca Berlusconica”, con tanto di audioguida per le congetture sulla mia identità: “precaria, co.co.pro., come dimostra l’estratto conto ritrovato in frammenti”, a seguito di una accurata decodifica di questa nostra lingua, chi sa forse un giorno il geroglifico per qualcun altro. Scherzo: lo scrivo qui, dopo la morte, per favore, lasciatemi in pace.
Denise Celentano






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