Un grido silenzioso per la crescita culturale della città

martedì, 20 aprile, 2010
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Nasce a Reggio Calabria nel dicembre 2009 il d’impegno civico ‘NovAretè’.

Al suo interno incontriamo personalità di differenti settori culturali e artistici (musica, , cinema, restauro, architettura, danza, pittura, fotografia, contemporanea, etc.), ma anche professionisti di ogni tipo o giovani competenti (medici, avvocati, sociologi, insegnanti, storici, filosofi, informatici), desiderosi di esprimere le loro potenzialità ahi noi represse dal contesto sociale.

NovAretè manifesta un malcontento ormai troppo presente tra i cittadini reggini e della provincia. Vien fuori dal forte desiderio di cambiamento, dalla voglia ormai insostenibile, quantomeno per chi non ha bende sugli occhi, di opporsi a una schiavitù politica e culturale che non rispetta e non rappresenta idee di progresso. Si batte cercando di promuovere lo del territorio attraverso l’utilizzo delle risorse locali; sostiene e favorisce corsi di alta formazione nel campo artistico tali da permettere l’incremento di qualità e competenze.

Il movimento si professa apartitico ma non, a giusto modo, apolitico. Si pone tra gli obiettivi la creazione di una coscienza critica, costruttiva. La sua azione si basa, non solo su una denuncia di malgoverno, ma contiene proposte chiare e concrete per l’utilizzo delle risorse umane e strutturali. NovAretè vuol porsi da tramite tra i cittadini e le istituzioni, ormai sempre più distanti e disinteressate. Vuol sollecitare l’applicazione del regolamento comunale, denunciare le ingiustizie della pubblica amministrazione e promuovere un corretto e soprattutto meritocratico utilizzo della forza lavoro. Riportiamo alcuni dei temi comuni al gruppo:

la qualità della vita e il bisogno di partecipazione ed emancipazione, i diritti e il protagonismo civico, le opportunità di un bene comune, il bisogno di trovare nuovi processi dinamici di pensiero e di propositività che possano scuotere dall’immobilismo e dai piagnistei questa terra in cui viviamo…

Il dott. Nino Spezzano, professore del conservatorio F. Cilea, e attuale presidente del movimento, dai giornali alle televisioni, dai dibattiti pubblici ai convegni politici, si batte per far valere le idee del movimento. Su un articolo del Quotidiano del 9 febbraio 2010, intitolato ‘Solo colonialismo culturale’ sostiene lo sviluppo del teatro comunale reggino e punta il dito sulla sua cattiva gestione. Spezzano ripropone la necessaria istituzione di una Fondazione, entità giuridica ‘ope legis’, che permetta di rilanciare il teatro ai massimi livelli, consentendo di introitare finanziamenti di vario tipo quali quelli del Ministero dei Beni Culturali.

Un consiglio di amministrazione, un settore didattico/artistico e un sovrintendente, sarebbero connotati necessari per una gestione improntata su trasparenza e rigore.

Il teatro comunale F. Cilea deve rappresentare un centro di produzione in grado di formare e valorizzare le molte risorse disponibili sul territorio e, allo stesso tempo, prosegue Spezzano, capace di esportare i prodotti finiti nel settore dell’industria culturale. Si svilupperebbero così possibilità occupazionali per maestranze, tecnici, personale artistico e per tutto l’indotto creatosi da un teatro funzionante. Il presidente di NovAretè attacca l’amministrazione comunale che non ha voluto dar applicazione alla delibera sulla Fondazione, approvata all’insediamento del sindaco Scopelliti, mantenendo un’oscura gestione privatistica e gravando sulle casse comunali.

Quanto alle “promesse” di chi ha avuto disponibili, da parte del comune, spazi e risorse, pur rappresentando una realtà privata (ci riferiamo al Teatro Stabile di Calabria), ecco cosa leggevamo a piene pagine il 18/2/2003 sulla Gazzetta del Sud: “L’obiettivo è farne un teatro stabile, parola di Geppy Glejeses; Reggio deve diventare una delle dodici sedi italiane di teatro stabile; faremo studiare e lavorare i giovani qui, esporteremo … Il Cilea dovrà essere un cantiere sempre aperto”. Risultato dell’ultima stagione (parliamo di prosa ma per la lirica è simile): su quattro rappresentazioni (due fuori programma) la metà sono un flop quanto a spettatori paganti, sull’altra metà lasciamo ai critici (qualora vi fossero) la valutazione.

A oggi è evidente che il teatro Cilea è una gran bella scatola vuota, imbellettata, ma vuota.

Il Comune non è in grado di gestirlo in maniera competente e qualitativa. Affidare la gestione, attraverso una Fondazione, ad un consiglio amministrativo e un comitato artistico è una delle possibilità. Assegnare ad un direttore artistico e al suo entourage, previo bando pubblico trasparente (qualora avvenisse), l’amministrazione delle risorse finanziare e artistiche e la tutta della struttura, l’altra posizione. Il ‘colonialismo’ si attua quando, senza bando alcuno, senza dar soprattutto rilevanza alle risorse locali, e senza coscienza di gestione, si sceglie arbitrariamente di affidare ad un esterno la mera scelta del programma degli spettacoli. Il tutto senza riscontro sul pubblico. Senza vantaggi. Senza crescita culturale. La valutazione di qualità è inesistente e la fruizione solo passiva.

Con ciò non si vuol addossare la responsabilità necessariamente al Teatro Stabile, quanto alla risaputa gestione privatistica e deleteria di ogni bene pubblico, favorita da un’amministrazione capace di spendere ingenti risorse senza nulla produrre, dove l’accessibilità democratica è sepolta da un pezzo.

Andy Gentile

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