Jafar Panahi ed il prezzo della libertà
“Essere innocenti è pericoloso perché non si hanno alibi”
Boris Makaresko
Se la libertà ha un prezzo, questo è la libertà stessa: è la sera dell’1 Marzo 2010 quando a Teheran viene arrestato, senza un’accusa ufficiale, il regista iraniano Jafar Panahi insieme alla moglie, la figlia e altre 15 persone presenti in quel momento nell’abitazione ed impegnate a discutere sul progetto di un documentario sulle proteste di piazza contro Ahmadinejad. Immediate le proteste del mondo cinematografico mondiale, che si è mobilitato per la scarcerazione di Panahi, attualmente ancora detenuto in stato di isolamento nel reparto 209 del cosiddetto “Hotel Evin”, attraverso la creazione di alcuni gruppi su facebook e l’organizzazione di una giornata di proiezioni e incontri interamente dedicati al regista iraniano.
Panahi, vincitore del Leone d’oro a Venezia nel 2000 con Il cerchio e dell’Orso d’argento a Berlino con Offside, si è da sempre schierato a favore del leader dell’opposizione Hossein Mussavi. Già nel Luglio scorso era stato arrestato durante una cerimonia in commemorazione di Neda Soltan, la ragazza uccisa durante le manifestazioni di protesta contro le elezioni che hanno riconfermato al potere Ahmadinejad. Nel febbraio scorso le autorità avevano negato a Panahi il visto per la Germania che prevedeva la partecipazione del regista al Festival del cinema di Berlino. Negli ultimi giorni si è unito alle proteste il Ministero degli Esteri francese, che ha lanciato un appello per la liberazione immediata di Panahi per poter partecipare al prossimo Festival di Cannes in quanto membro della giuria. A tal proposito Gilles Jacob, presidente del Festival, aveva annunciato il 15 Aprile scorso, a Parigi, durante la conferenza stampa di presentazione dei film selezionati, che il regista iraniano era stato chiamato a partecipare all’evento come membro della giuria presieduta dall’attore Tim Burton.
Il cinema, in quanto mezzo libero e libertario, ha da sempre sollevato le ire dei governanti iraniani: la censura veniva applicata già ai tempi dello scià Mohammad Reza Pahlavi (al potere dal 1941 al 1979), quando il film considerato iniziatore di una nuova corrente, Gaav, (1969) di Dariush Mehrjui e presentato al Festival del cinema di Berlino tre anni dopo, venne sì prodotto dallo Stato ma successivamente bandito dallo stesso per la visione opposta che dava del Paese rispetto a quella progressista che il governo voleva propagandare. La rivoluzione iraniana certo restrinse di molto le maglie della censura nel Paese ma, quando tornarono ad allargarsi, fu più che altro verso l’esterno, e spesso unicamente per permettere l’esportazione di film che erano stati discussi dalla stampa estera e che comunque in Iran non sarebbero mai stati proiettati in pubblico. Non sfuggono a questa regola nemmeno i registi più conosciuti come Mohsen Makhmalbaf o Abbas Kiarostami: molti dei loro film sono banditi nel loro Paese. Lo stesso film di Panahi, Il cerchio è ancora inedito in Iran per il rifiuto del regista di tagliarne 18 minuti.
Il caso più recente di censura ha come protagonista il regista iraniano di origine curda Bahman Ghobadi, autore de I gatti persiani, girato in clandestinità e in pochi giorni per le strade di Teheran.
A proposito delle difficoltà di fare cinema in Iran, Panahi rispose in un’intervista del 2003 che: “E’ sicuramente difficile per chi vuole rimanere indipendente e fare i film che vuole. Io ho cercato di farlo e ne ho pagato le conseguenze. Spero di poter continuare a pagarle”.
Letizia Cuzzola






http://www.agenziami.it/articolo/6376/Iran+libero+il+regista+Jafar+Panahi/ Finalmente dopo 3 mesi l’hanno liberato (per ora almeno).