I Muri della vergogna (dell’uomo)
mùro ['muro]
s.m.1 sm
costruzione in muratura, in sassi, mattoni o altro materiale ordinato e commesso con calcina o cemento2 sm
[in senso figurato] barriera, ostacolo3 mùra ['mura]
sfpl
mura complesso di opere murarie; in particolare, quelle di una città o fortezza
Ormai sono passati più di vent’anni dalla caduta del muro di Berlino. La sua costruzione iniziò nel 1961 e fino al 1989 ha rappresentato in tutto il mondo occidentale il male del comunismo. Ma, non solo. Nell’accezione suddetta il muro è un vasto concetto negativo che ingloba sentimenti come l’odio, la chiusura, la privazione di una libertà fondamentale. Come dice il dizionario italiano, in senso figurato per muro si intende una “barriera, un ostacolo”.
Il Muro di Berlino simboleggiò, dunque, il maggiore ostacolo all’estensione della libertà (quella intesa nei paesi della NATO), la più alta barriera al rispetto del diritto alla mobilità di cui ogni essere umano dovrebbe godere sulla sua terra. Non voglio addentrarmi in lunghe discussioni riguardo la natura, le cause e le conseguenze dell’esercizio massivo di tale diritto da parte di quei popoli che sono economicamente più disagiati di quelli che li “accolgono”.
Vorrei solo fare una piccola ricognizione, come se stessi usando l’affascinante Google Earth, sulla nostra terra per capire se quegli strumenti di odio e di divisione tra esseri della stessa specie, quali sono i muri che gli stati ergono per impedire il movimento delle popolazioni, esistono ancora nel mondo.
La storia ci ricorda come già i cinesi costruirono una muraglia per difendere il proprio suolo dagli arrivi “dall’estero”. Ad oggi quella mastodontica opera è considerata una meraviglia ma degli storici e dei sociologi saranno sicuramente d’accordo con me nel considerare quella muraglia uno dei simboli e degli esempi di chiusura comunitaria e culturale che il popolo cinese ha sempre avuto nei confronti delle popolazioni dell’occidente del mondo.
A ben guardare, l’odio simboleggiato da un muro è tutt’altro che diminuito dopo la caduta del “capro espiatorio” di Berlino. Badate bene, non ho certo intenzione di promuovere un’accezione positiva della barriera comunista, ne penso il peggio che se ne possa pensare. Così come hanno sempre fatto alcuni di quelli che oggi (oggi!) ergono muri razzisti ai fini ufficiali di garantire la sicurezza del proprio stato. Esistono anche dei motivi ufficiosi, forse. Voi cosa ne pensate?
Per esempio, tra il Messico e i liberali Stati Uniti esiste una barriera di lamiera, filo spinato e torrette di polizia lunga circa 3.140 km che attraversa zone desertiche e urbane negli stati americani che confinano con il più grande paese centro americano. La sua costruzione incominciò nel 1994 all’interno di tre progetti anti immigrazione ideati dai tre stati confinanti (Arizona, Texas e California) con il Messico per impedire (o rallentare) il flusso migratorio che dal centro america si spinge verso la ricchezza economica statunitense. Grazie a questa costruzione sono state arrestate centinaia di migliaia di persone, forse milioni (solo dal 1 ottobre 2003 al 20 aprile 2004 sono stati arrestati 660.390 persone che cercavano di valicare il confine) nel nome di una sicurezza pubblica che troppo spesso si declina in termini di convenienza politica e interessi economici che raramente tengono in considerazione i bisogni umani più elementari di chi scappa dalla povertà e dalla violenza. Il Messico è da decenni ormai considerato la pattumiera degli Stati Uniti nella quale lo stato dominante riversa nei confronti del dominato tutto ciò di cui non ha più bisogno in patria: dai beni di consumo obsoleti ad investitori senza scrupoli che usano gli stati vicini come territori di conquista economica.
Rimanendo in area NATO non si può non pensare alle barriere che i “progressisti” spagnoli hanno eretto nelle enclavi marocchine di Ceuta e Melilla. Il colonialismo spagnolo nei confronti del Marocco si è trasformato in una sorta di repulsione securitaria da parte dello stato iberico nei confronti dei cittadini africani (sono più subsahariani che marocchini) che cercano fortuna in Spagna. Impossibile sostenere che questo strumento di aparthaid possa limitare la criminalità importata perchè i criminali, si sa, ci arrivano attraverso altre strade. Tentando di oltrepassare le antiche mura medievali tenute sott’occhio da modernissime telecamere a raggi infrarossi e rinforzate con reti e filo spinato, delle fortezze spagnole nella sponda marocchina del Mediterraneo, sono morte (o state uccise) già decine di persone.
In tema di “sicurezza nazionale”, declinata in maniera iperlocalistica, è doveroso citare anche quel muro d’acciaio di 84 metri che il Sindaco di Padova ha fatto costruire in una sola notte per dividere un quartiere creando di fatto un ghetto dove povertà e piccola criminalità vanno a braccetto. Per superare 84 metri di strada ci vogliono una 90ina di passi per un uomo di media statura. Che problema è stato risolto?
Ma torniamo sullo stretto di Gibilterra, in Marocco per la precisione. L’ipocrita stato magrebino che tanto si lamenta per l’occupazione spagnola di Ceuta e Melilla ha eretto un muro di “divisione umana” lungo più di 2.720 km nel Sahara Occidentale: lo stato al suo confine sud che è stato occupato dall’esercito marocchino nei primissimi anni ’80. Il muro serve per segregare il popolo Saharawi, naturali abitanti di quel territorio, e per rubare le risorse minerali di cui sembrano essere ricche alcune zone del martoriato paese africano. Il popolo Saharawi si è spostato in massa nel deserto, al confine con l’Algeria, per sfuggire alle armi marocchine ed ha organizzato un Fronte di Liberazione Nazionale chiamato Fronte Polisario. La bandiera che rappresenta il Fronte è davvero molto simile alla bandiera palestinese. Per “difendersi” dalle incursioni di questo gruppo, il Marocco ha deciso di stanziare numerose truppe militari a controllo del muro e di cospargere kilometri e kilometri quadrati di terreno di mine anti uomo così che il muro vero e proprio è anche difficie arrivare a vederlo, pena la perdita di una gamba (se si è fortunati).
Visto che ho accennato alla bandiera palestinese chiudo male ricordandovi che nelle terre di Palestina e di Israele è in atto l’edificazione di un muro di cemento armato, filo spinato, torrette, telecamere, fucili e mitra. Il tracciato del muro è di circa 700 km e lo stato israeliano lo sta finendo di costruire lungo il confine che divide Israele dalla Cisgiordania, territorio palestinese riconosciuto dall’ONU, occupandone però molte aree, violando quindi apertamente i dettami internazionali (Israele non si è mai fatta degli scrupoli per questo) e appropriandosi indebitamente di molte risorse idriche, agricole e abitative in pieno territorio palestinese, a volte dividendo materialmente dei centri abitati. La vita per gli abitanti della Cisgiordania diventa sempre più difficile perchè i passaggi che servono per ricevere rifornimenti e per effettuare spostamenti commerciali, lavorativi, sanitari ecc vengono praticamente ridotti all’osso e sono sempre “adornati” da check point militari israeliani.
L’esempio israeliano è l’immagine più elevata di come la follia securitaria repressiva, praticata al posto di una collaborazione costruttiva, sconfini con il settarismo e il razzismo di matrice etnica e religiosa. Un muro non consente di catturare terroristi o di difendersi; un muro impedisce alle persone di muoversi, di esercitare quello che è un diritto sacrosanto e fondamentale: quello di vivere in serenità spostandosi in base ai propri bisogni e alle proprie capacità. Quando un muro di questo genere è eretto, non per isolare un gruppetto di facinorosi, in modo tale da poterli catturare con facilità, ma per segregare una intera popolazione povera in un angusto territorio è evidente che non può essere etichettato come un’opera securitaria. E’ molto più sensato definirla razzista.
In ogni caso, facciamoci forza e coraggio. Dopo la caduta del Muro di Berlino il mondo è cambiato. Finalmente il monopolio della costruzione dei muri non è più in mano comunista. Il brevetto è ormai libero da protezione ed è liberamente duplicabile e declinabile a seconda dei bisogni individuali di ogni stato, di ogni religione, di ogni ideologia.
Questo si che è libero mercato.
Alessio Neri







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