Mediazione culturale: una sconosciuta fra noi





Bisogna credere per forza che l’uomo abbia voluto vivere in società, dato che la società esiste; però, da quando esiste, l’uomo usa buona parte della sua energia e della sua astuzia per lottare contro di essa”

Georges Simenon

Dare una definizione di è tanto complesso quanto il fenomeno da cui è nata la necessità di creare nuove figure professionali atte ad affrontare le problematiche specifiche della migrazione e del conseguente processo d’integrazione sociale.

Se, in generale, è possibile definire il mediatore culturale un ponte, inteso propriamente come trait d’union tra due diverse culture, difficile è però fare un quadro completo degli àmbiti in cui trova espressione questa nuovissima figura professionale. Un mediatore è sicuramente un operatore del sociale, con un’ampia preparazione scientifica ed umanistica. È sicuramente necessaria una propensione naturale ad un’apertura totale verso l’Altro, inteso non come soggetto differente da Noi, ma come parte del Noi stesso; è necessario riconoscere, valorizzare e tutelare l’alterità inserita in un processo d’integrazione troppo spesso identificato con un processo di assimilazione, che in alcuni casi può risultare fatale.

La società odierna vede un prevalere della diffidenza sull’: recenti fatti di cronaca sottolineano la presenza dello straniero sul nostro territorio come elemento di ‘disturbo’ al naturale sviluppo e corso naturale della società civile, esprimendo in tal modo un senso di disagio strettamente legato a pregiudizi e falsa informazione riguardo alle reali condizioni delle società di partenza o, ancor peggio, in relazione ad errate conoscenze delle culture d’appartenenza dei nuovi gruppi etnici che si trasferiscono nel nostro Paese. Ancora troppo poche sono le realtà cittadine in cui l’ dell’immigrato è stata vista come risorsa per il recupero dei centri a rischio di dismissione del patrimonio immobiliare pubblico, come Caulonia e Riace, o Badolato, che è stato il primo centro in Calabria ad applicare una politica di cooperazione ed accoglienza verso gli immigrati, dimostrando come gli stranieri siano non solo una fonte di ricchezza ma un’opportunità di crescita e valorizzazione del territorio.

Fatto salvo che la prima agenzia di informazione ed educazione sia la famiglia, un ruolo parimenti importante è svolto dalla , sempre più impegnata, non solo nell’istruire ma, anche e soprattutto, nel formare una nuova coscienza solidale ed affrontare le disparità sociali e culturali che emergono in questo àmbito. Gli strumenti giuridici in dotazione dell’istituzione scolastica potrebbero apparire, ad un primo sguardo, sufficienti ad affrontare il difficile processo di inserimento dei minori stranieri nelle scuole; in realtà, la scuola soffre di un ritardo atavico nell’aggiornamento dei programmi di studio che appaiono ormai inappropriati e chiusi su se stessi, in opposizione alla flessibilità e all’eterogeneità richiesta dall’attuale entità multietnica delle classi. Al fine di supportare e ‘aggiustare il tiro’ dei programmi formativi, entra in gioco la figura del mediatore che può aiutare il docente nella ricerca di nuovi argomenti e nuove formule propositive, mettendolo in contatto con il background dell’allievo straniero e accompagnandolo nel fondamentale cammino di conoscenza reciproca. Subentra a questo punto un lavoro di gruppo, che coinvolga l’intera classe, compreso il corpo insegnanti, in un mutuo scambio. Molto spesso le classi etnicamente omogenee, risultano quelle più reticenti nell’accoglienza, non considerando lo studente straniero come una risorsa, una fonte di nuove conoscenze. In questi casi, può addirittura accadere che si verifichi un rifiuto fisico per il nuovo arrivato, che viene isolato e ignorato. Qui, il mediatore culturale diventa un accompagnatore dello studente straniero, una guida attraverso i diversi usi e costumi che possono rendere difficile l’inserimento e la comprensione dell’atteggiamento di rifiuto. Un ruolo importante per la comprensione delle dinamiche di accoglienza/rifiuto è dato dai cosiddetti ‘giochi di ruolo’, utilizzati come mezzo di scambio emotivo: si richiede agli studenti italiani di interpretare a turno il ruolo dell’immigrato e, a quest’ultimo, di ripetere i gesti dei compagni di classe. Dopo un’iniziale perplessità e reticenza, gli studenti hanno nella maggior parte dei casi dimostrato un cambiamento nel giudizio delle diverse situazioni in cui erano chiamati ad agire, a dimostrazione che, troppo spesso, il pregiudizio prevale sulla razionalità, creando un reticolato di ‘cattive pratiche’.

Succede però che spesso anche i docenti si trovino impreparati all’accoglienza ed integrazione dell’alunno straniero all’interno delle classi, dimostrando ancora una volta come i metodi di insegnamento tradizionali siano insufficienti ed inadeguati alle esigenze della società moderna. Strettamente legato a tale problema è l’età anagrafica degli insegnanti: il 70% dei docenti italiani ha più di 50 anni, è quindi ormai fisicamente e intellettualmente provato dal servizio: l’insegnamento è un lavoro usurante! Pertanto, per una integrazione sana e piena è auspicabile un riesame dei ruoli istituzionali e una loro apertura verso la considerazione dell’Altro come parte attiva e necessaria del processo evolutivo della società.

Letizia Cuzzola

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