‘Ndrangheta, ieri, oggi, non-domani
<<Nessuno in paese considerava gli ‘ndranghetisti gente da evitare, non tanto per timore quanto perché formavano ormai uno degli aspetti della classe dirigente.
[…] Essi agivano nel tessuto stesso della società. I delitti in una città sono l’ammonimento quotidiano di un oscuro pericolo. In un paese, gli autori dei delitti sono gente che si conosce, con cui si è scambiato il saluto e con cui si è parlato. E l’Onorata Società cresceva vigorosa, come oggi improvvisamente si scopre. Essa presumeva di rappresentare un correttivo alle ingiustizie della società, alla distrazione di un Governo troppo lontano, alle angherie e alle sopraffazioni, o ritenute tali da gente non abituata al libero esercizio dei diritti civili. Alle sopraffazioni, si aggiungevano sopraffazioni nuove.
[…] I raddrizzatori di torti, i taglieggiatori di ricchi arrivavano a patti; il potere occulto, creato dalla violenza, conquistava il potere ufficiale e finanziario. Gli affiliati dell’Onorata Società, lungi dall’acquistare apparenze brutali, assumevano una distinzione da parvenu. E tenevano ad accompagnarsi a persone di buona condizione, persone istruite. Forti della violenza, acquistavano un rango sociale. Quando una società dà poche occasioni di mutare stato, o nessuna, far paura è un mezzo per affiorare>>.
Così scriveva Corrado Alvaro su un articolo apparso sul Corriere della Sera del 17 settembre del 1955. Non sembra passato molto tempo, anzi sembra che niente sia cambiato. Come tanti concittadini ho appreso con grande soddisfazione le notizie sugli esiti dell’operazione “Meta” portata a termine dalle forze dell’ordine ma, mentre leggevo gli aggiornamenti, mentre guardavo le foto delle persone arrestate c’era qualcos’altro in me. Si trattava di una profonda mestizia per le dimensioni e la vicinanza della ‘ndrangheta rispetto a ciascuno di noi. Come scrive efficacemente Antonino Monteleone dalle pagine del suo blog: <<basta passeggiare per le vie commerciali del centro città, a Reggio, per capire come la ‘ndrangheta non si legge solo sui giornali. La sorseggi assieme all’espresso preso al bar con un amico. La assapori nel retrogusto di un primo piatto in un ristorante con vista mare. La indossi>>. E’ qualcosa di invisibile, che sembra non toccarti da vicino mentre invece è talmente vicina da impedirti di respirare. Questo sta facendo la ‘ndrangheta alla nostra città: non le impedisce semplicemente di crescere, ma di respirare.
Per quanto tempo ancora guarderemo dall’altra parte? Si può continuare a nascondersi, a mostrarsi indifferenti, a portare avanti discorsi come “se non gli fai niente ti lasciano vivere in pace”? Grazie ad atteggiamenti come questi la ‘ndrangheta è diventata quello che è ora, ad avere quello che ha adesso e a lasciare a tante persone oneste di Reggio ben poche opportunità. Lasciare che la ‘ndrangheta abbia un domani vuol dire esserne corresponsabili. Vuol dire lasciare che queste persone continuino a distruggere la nostra terra così come il nostro futuro. Vuol dire assicurare ai nostri figli un non-domani.
Ma allora, cosa fare? Cominciamo col pensare che la lotta alla ‘ndrangheta non è qualcosa che non ci tocca, di cui debbano provvedere soltanto le forze dell’ordine. C’è bisogno dell’apporto di tutti non solo per aiutare concretamente chi la ‘ndrangheta la combatte quotidianamente, ma anche per formare una coscienza civile contro questa cappa che ormai non opprime soltanto Reggio Calabria. Non siamo pochi a pensarla così: del resto è la nostra unica speranza per assicurarci un domani degno di questo nome.
Raul Catalano






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