Souvenir da Reggio, o come fratturarsi una spalla al parco. I parte

martedì, 6 luglio, 2010
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Messaggio preliminare per il turista:

Vuoi provare emozioni forti? Hai pulsioni masochistiche, che non sai come sfogare? Vuoi trovare una via di mezzo tra sport estremo, brivido del rischio, e masochismo sfrenato? Vuoi sfidare il pericolo, e guardare in faccia il confine tra la vita e la morte, passando per il pronto soccorso, ma in una città turistica? Lascia perdere il paracadute, e dimentica il bungee jumping. Vieni al .

Come è noto, la nostra amabile città dispensa generosamente prodotti tipici di tutte le risme. Non solo gastronomici, non solo artistici, non solo paesaggistici. No, c’è di piu’. Ci sono i parchi ludici. D’altronde, una città turistica come la nostra, non poteva non offrirne in quantità e dei meglio organizzati. I nostri parchi sono talmente agibili e vivibili, talmente a misura di bambino e genitori, talmente tipici, che è possibile portare a casa, dopo un ameno pomeriggio trascorso in amabile compagnia di cavallucci arrugginiti e piazzole fatiscenti, un souvenir esclusivo: una frattura alla spalla.

Parliamo, nella fattispecie, del parco giochi di Botteghelle, quello che si affaccia sul Viale Calabria e che ogni giorno, specie in questo periodo, ospita direi a occhio almeno una cinquantina di tutte le età, dove, appena 2 giorni fa, un bambino intento ai suoi giochi si è sdirrupato dalla rupe (notare l’assonanza) che segna l’improbabile confine del parco, fratturandosi la spalla.

Qui da noi, infatti, dovete sapere, cari turisti, che non si usano le ringhiere, non si usano le murature, noi siamo per l’edilizia sostenibile e per un approccio infrastrutturale natural, è per questo abbiamo adottato un sistema innovativo-alternativo per chiudere i parchi: le rupi. Non è geniale? Talmente geniale, che sarebbe il caso di assegnare al povero bambino un riconoscimento speciale di “Cittadino onorario di Reggio” perché, come dire, adesso Reggio ce l’ha marchiata sul corpo. (Quando un’ambulanza parcheggia davanti a un parco giochi, questo è molto, molto triste).

Ma procediamo con ordine.

L’esterno. Il primo prodotto tipico si può pregustare già prima di entrare: quelli che dovevano essere dei contenitori di piante sono adibiti a immondezzai. Sì perché noi, a Reggio, siamo per la versatilità. Con una particolarità: l’uso “alternativo” di questi ne assicura il perpetuo stato di . Io, da frequentatrice assidua del parco, ho avuto modo di constatare la presenza di una tale lattina di Coca Cola per piu’ mesi consecutivi, sempre lì, nello stesso angoletto desolato. Temo, con lungimiranza, che sarà destinata ad “arredare” il già colorato parco con il suo rosso ormai sbiadito per altrettanti, infiniti, mesi*. Non c’è Guerrilla Gardening che tenga.

Il benvenuto agli avventori del parco è, dunque, affidato a un’improbabile accozzaglia di, per usare un linguaggio lirico-partenopeo, lordìa.

Ma non disperate. Entrando, si possono ammirare, sulla destra, sterpaglie e vegetazione abbandonata contornare un desolato scivolo; il quale ultimo è artisticamente circondato da un mini-muretto che sembra fatto apposta per far scivolare gli ignari bambini, nonché disperare dall’ansia di cadute i genitori, entrambi strategicamente distolti dalla vista dello stesso grazie alle suddette sterpaglie.

Non sembrerebbe, ma c’è un’idea precisa dietro tutto questo, sintetizzabile nel messaggio: “non rilassatevi, abbiamo fatto di tutto perché ogni angolo dell’amato parco diventi un’infernale minaccia al vostro divertimento”.

Sulla sinistra, invece, possiamo ammirare il nulla. Trattasi di non pochi metri quadrati, del tutto inutilizzati, e caratterizzati dalla stessa trama artistica che attraversa tutto il parco: le sterpaglie. Mi spiace essere ripetitiva, ma, come dire, non è colpa mia.

Piu in là, sempre per chi riesca ad attraversare l’impossibile, c’è persino un’avveniristica pista per skateboard. Noi, infatti, cari turisti, amiamo esagerare, e stare al passo coi tempi; ed esageriamo per compensare le altre infinite mancanze. Ci piace spendere per lo scivolo da skateboard per distogliere i cittadini dal resto, e, come dire, così emendarci dai sensi di colpa per la mancata manutenzione. E’ come se nel bel mezzo del deserto piazzassimo un negozio di abbigliamento.

Ebbene, proseguiamo. La pavimentazione accompagna in discesa gli avventori verso il cuore del parco. Anche qui, con straordinario avvenirismo, si è deciso di piazzarvi una pensilina diroccata, una specie di ponte la cui funzionalità non si potrebbe dire artistica, poiché la pavimentazione è del tutto inagibile e, quindi, brutta – e tanto meno utile, dato che lo spazio è del tutto inutilizzato, e non c’è assolutamente nulla sulla pensilina che giustifichi la sua esistenza.

Insomma, l’unico apporto del ponte al complesso del parco è una possibilità concreta in più (non sia mai che scarseggino) di portare a casa l’ennesimo souvenir da ambulanza.

Sulla sinistra, ammiriamo quella che doveva essere una vasca o qualcosa di simile, scavata a terra, assolutamente vuota e circondata da ringhiere mobili con un’apertura centrale, fatta apposta (penserebbe il reggino maligno…) per caderci dentro. Per un bambino è estremamente facile, dato che è alla portata di tutti, cadere e spaccarsi la faccia e non solo in un battibaleno. Non c’è genitore che tenga, specie se il resto del parco ripresenta la stessa, come dire, “trama strutturale”.

Subito prima, sempre in mezzo alle sterpaglie, c’è una pavimentazione che pare lontanamente evocare l’intenzione di sembrare un campetto da calcio. Ovviamente, a contornarlo c’è il solito murettino rialzato, giusto per non rendere troppo semplice la sopravvivenza nell’area.

Sotto la pensilina, tanti cavallucci e macchinine di cui è impossibile fruire senza previo inserimento di 50 centesimi. Data l’assiduità e la ricchezza delle frequentazioni ordinarie del parco, è naturale supporre l’inserimento quotidiano di una grande quantità di monetine (=soldi) così com’è legittimo domandarsi: che fine fanno? Sono giustificati, in un contesto fatiscente del genere? In una parola, con che faccia chiedete pure dei soldi per 2 minuti di canzonetta sulla macchinina finta, quando il parco è un esempio clamoroso di abbandono e di indifferenza delle istituzioni alla vivibilità urbana, nonché ai fabbisogni dell’infanzia, che d’altronde non ha molte alternative?

C’è da dire che qualcosa si è mosso. Genitori e Prc hanno cercato di smuovere le acque. Risultato? Oggi all’ingresso del parco giacciono indisturbati almeno 10 sacchi neri stracolmi di sterpaglie.

Le sterpaglie ricresceranno, noi si dovrà riprotestare, e i sacchi si riempiranno di nuovo. Dovremmo però spiegare ai dormienti manutentori, o meglio ai dormienti loro committenti, che la manutenzione è un concetto un pochino più complesso della semplice estirpazione dell’erbaccia effettuata con cadenza secolare e con conseguente abbandono dei sacchi. (Ma forse, il fatto che li abbiano piazzati lì, all’ingresso, risponde a una singolare tattica propagandistica. Come per dire “guardate, abbiamo pulito”).

Dunque, ci sono alcune opzioni da considerare.

O chi lascia il parco in queste condizioni è un genocida che cova nascosti deliri criminali, e che, persona magari distinta e di buona famiglia, non può darlo troppo a vedere, dunque si è studiato un parco mortifero così al contempo da passare per benefattore della cittadinanza; oppure siamo noi troppo esagerati, chiediamo troppo, ed è tanto se non ci mandano a giocare nelle discariche, quindi zitti e ringraziamo.

Reggio, purtroppo, dorme. Di fronte alla straziante scena del bambino riverso a terra con la spalla rotta, e dell’ambulanza incombente, non ho potuto trattenere frasi denigratorie indirizzate al “generico responsabile” del fatto. Una signora mi ha risposto: “ma non lo sapete che è sempre stato così? E’ sempre stato così. E’ sempre stato così. Non lo sapete che è sempre stato così?”. Questa nenia ripetitiva mi è rimbombata nelle orecchie a lungo. Quella donna con l’aria stanca, seduta su una panchina con le spalle curve e la faccia assente, con quel tono di voce cantilenante, e le vocali trascinate a fatica, quella è il simbolo di Reggio.

Per i turisti insoddisfatti di questa descrizione: sappiate che nonostante tutto c’è un’opera d’arte all’interno del parco. Ebbene sì. L’ignoto artista ha voluto rappresentare la solitudine esistenziale dell’uomo moderno con una tecnica rappresentativa innovativa sorprendente: una panchina sopraffatta dall’erbaccia.

*Nessuno dice che D’annunzio, dopo aver pronunciato la celebre frase sul Lungomare, spupazzata da tutti i reggini ogni due per tre, ha constatato con afflato altrettanto poetico “Toh, che orrido marciume contorna codesto fetido margine urbano”, appena volgendosi alla cosiddetta periferia. Il testo della lirica che pare vi dedicò, sarebbe stato censurato dalla coeva amministrazione comunale.

CONTINUA

Denise Celentano

foto di P-Style

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