Slow Food, educazione al cibo per migliorare la qualità della nostra vita
Sapete che oltre ad essere consumatori siamo anche co-produttori? Avete mai pensato che ciò di cui ci cibiamo influenza la produzione alimentare nonché influisce sul benessere del pianeta? C’è chi l’ha pensato 25 anni fa e tuttora cerca di promuovere un nuovo modello alimentare che si basa sull’assoluto rispetto dell’ecosistema.
Se vi è mai capitato di trovare nel menù di un ristorante o di una pizzeria l’etichetta “Presidio Slow Food” significa che quel piatto è stato prodotto seguendo i criteri e la filosofia “Slow Food”. Si tratta di un movimento, identificato dal logo della chiocciola, che persegue l’educazione alimentare e la salvaguardia della biodiversità e delle produzioni alimentari tradizionali, al fine di rispettare l’ambiente e le diverse identità culturali.
Fondato da Carlo Petrini nel 1986, inizialmente con il nome di Arcigola, Slow Food oggi può contare 100.000 iscritti, con sedi in Italia, Germania, Svizzera, Stati Uniti, Francia, Giappone, Regno Unito e aderenti in 130 Paesi. Successivamente sono nati altri movimenti paralleli ad esso. Il più famoso è Terra Madre, un meeting mondiale tra le Comunità del Cibo. Infine esiste anche l’università Slow Food, ovvero l’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche.
Lo slogan “Buono, pulito e giusto” di Slow Food invita alla ricerca di un “piacere del gusto che sia alimentare, dotto, sensibile condiviso e responsabile”. Questa obiettivo si può raggiungere recuperando quei ritmi lenti tipici della produzione di qualità e mettendo da parte la produzione di massa che caratterizza il giorno d’oggi.
Lo sviluppo di nuove tecnologie industriali, la crescita del capitalismo e la globalizzazione hanno determinato il progressivo degrado della qualità del cibo imponendo un pessimo stile di alimentazione: veloce, di massa e senza gusto. Non per nulla si chiama Fast Food. Basti pensare i vari Mc Donald, Burger King, Pizza Hut, Subway etc., che ricordano molto i porcili dove vengono rimpinguati i maiali.
Le industrie del cibo stanno distruggendo il lavoro di quei proprietari terrieri e imprenditori che credono ancora nella genuinità del prodotto. Una grave minaccia per la biodiversità, per chi ha voglia di provare i sapori tipici di una terra, frutto del clima e delle particolari tecniche di agricoltura che contraddistinguono un popolo.
Secondo Slow Food, il piacere alimentare si trova nelle produzioni lente, ricche di tradizione e in armonia con gli ecosistemi, imparando a godere della diversità delle ricette e dei sapori, a riconoscere la varietà dei luoghi di produzione e degli artefici e a rispettare i ritmi delle stagioni. Nel manifesto del movimento viene condannata la velocità. Una frenesia, innescata dall’uomo con la rivoluzione industriale, che condiziona la nostra vita. Riportiamo una parte del manifesto che interpreta meglio la filosofia di Slow Food:
“Questo nostro secolo, nato e cresciuto sotto il segno della civiltà industriale, ha prima inventato la macchina e poi ne ha fatto il proprio modello di vita. La velocità è diventata la nostra catena, tutti siamo in preda allo stesso virus: la Fast Life, che sconvolge le nostre abitudini, ci assale fin nelle nostre case, ci rinchiude a nutrirci nei Fast Food. Ma l’uomo sapiens deve recuperare la sua saggezza e liberarsi dalla velocità che può ridurlo a una specie in via d’estinzione….”
Immaginate se tutto rallentasse un po’. E’ una situazione surreale, ma se si potesse decelerare questo processo indiavolato, quanto ne guadagneremmo in termini di qualità di vita?
Una volta i genitori avevano il tempo di curare l’alimentazione dei propri figli. Ora il McDonald è diventata la cucina di casa. Chi ha dato un’occhiata ai vari Fast Food delle grandi città, dove la vita è più frenetica, ha potuto notare l’alta densità di bimbi e adolescenti che stanno crescendo a suon di Mc Menu di tutti i tipi.
Un sapore universale è equivalente ad una perdita del gusto. Un gusto di massa significa annientare il sapore individuale. Se questo è il sistema di massificazione che caratterizza lo stile di alimentazione di questa società immaginiamo cosa accade negli altri campi (moda, cultura, musica etc.).
Carmelo Corrente






Ho avuto modo di entrare in contatto con lo Slow Food, anche attraverso il relativo Film Festival che si tiene ogni anno a Bologna. Quello che mi sono trovato davanti è stata una antipaticissima operazione di marketing. Tutta questa filosofia del ‘lento’, del ‘genuino’ ecc. è accompagnata da prezzi altissimi, insostenibili. Ovviamente siamo tutti a favore dei prodotti il più possibile rispettosi dell’ambiente e del nostro corpo, che d’altronde ne fa parte. Ma quello che ho visto erano piatti semplicissimi a prezzi enormi, nomi iperbolici, roboanti, che spacciano tradizioni macinatissime, filosofie ecologiste e palliativi per gli abitanti intossicati delle città che per un weekend fanno finta di avere una storia e di conoscere l’ambiente che li circonda…
La genuinità passa attraverso la vivibilità. Conoscere le pietanze vuol dire conoscere anche i luoghi, e questi mercati itineranti (ripeto, con prezzi difficilmente abbordabili dalla gente vera, quella che mangia merda ogni giorno) in mezzo al cemento sono semplicemente patetici…
Beh credo anche io che slow food alla fine sia una trovata pubblicitaria però, potenzialmente, ne condivido la filosofia.
Il problema, infatti, non sta nel comprare il cibo dalle catene che aderiscono a Slow Food per farci del bene. L’intento è abbracciare uno stile di vita contro l’eccessiva velocità impostaci dalla società d’oggi. Velocità che ci costringe ad abbattere i tempi cibandoci di cose già preaparate, precotte, industriali che troviamo nel supermarket o andando in fast food. Tutte cose che arricchiscono le multinazionali e ammazzano le piccole aziende agricole, le quali per poter sopravvivere sono costrette spesso ad adottare metodi poco “seri” per non essere schiacciate.
L’alimentazione anche secondo me è uno dei più grossi problemi della cosiddetta modernità. L’industrializzazione progressiva e la tendenza parossistica del capitalismo a erodere con la libera concorrenza sfrenata gli spazi di mercato “incontaminati”, hanno generato in modo “totalitario” sistemi di vita che, per sopravvivere, devono per forza conformarvisi. Tutto è collegato (non a caso si chiama “sistema”): il lavoro produce “frenesia”, la liberissima concorrenza favorisce la scarsa qualità (per sopravvivere un’impresa deve razionalizzare i costi o tagliando sul personale o usando materie prime scadenti e usando metodi di conservazione degli alimenti discutibili sul piano legislativo ed etico), ecc in modo che sembra impossibile per il singolo cittadino rifornirsi “in maniera alternativa” di cibo. Un lavoratore che ha una pausa pranzo di mezz’ora andrà al fast food perché ti fa un menu da 5 euro, oppure comprerà cibo in scatola; la scarsa qualità è alimentata dai ritmi di lavoro della gente (gli informi consumatori).
Per rispondere a Giovanni i costi impossibili della produzione “ecologica” di cibo dovrebbero essere i prezzi normali. Mettiamoci nei panni di un’azienda, per esempio, di formaggi: se Parmalat vende lo yogurt a 1,50, io come faccio a sostenere questa concorrenza sperando al contempo di vendere “roba buona”? Riciclo latte in polvere proveniente dai paesi senza diritti dei lavoratori, e lo mescolo con acqua, riduco i passaggi produttivi, taglio il personale, uso additivi per evitare gli sprechi e farli durare di piu, ecc, insomma io imprenditore vendo a prezzi stracciati perché mi è impossibile come azienda sopravvivere altrimenti. I costi alti sono l’effetto primario del tentativo di tenersi fuori da questo meccanismo erosivo.
E concludo dicendo, molto probabilmente, una cosa poco originale: è il sistema malato. Condivido le idee di chi vede in questa evoluzione del capitalismo un processo destinato al collasso. C’è autodistruttività, che è visibile solo adottando l’ottica del lungo termine. Annozero mostrava imprese che riciclavano formaggi ammuffiti pur di risparmiare, al contempo mostrava il suicidio di un allevatore di mucche che aveva capito che era impossibile tirare ancora la cinghia.
Il proliferare di tumori non si può dire che non abbia un nesso con l’”inquinamento alimentare”, al contempo esiste la nuova patologia dell’ORTORESSIA, ovvero la mania di controllare minuziosamente la provenienza e la genuinità dei componenti del cibo che si ingerisce…questo sistema è universalmente patogeno promuovendo i prodotti scadenti; d’altro canto la responsabilità non si può demandare ai singoli, abbandonandoli – come dimostra il suicidio dell’imprenditore che ha fallito.
Non credo nell’esistenza del capitalismo, nel senso che il sistema che vige oggi è tutt’altro che concorrenza in tantissime fette di mercato perchè le imprese non hanno nessuna convenienza a concorrere le une con le altre. E’ molto più conveniente mantenere chiusi e ristretti i mercati “appoggiandosi” tramite corruzzione (ma non solo) sulle barriere erette a suon di legislazioni e regolamenti, UE, organismi internazionali ecc ecc. Se il capitalismo fosse reale, la maggior parte delle multinazionali sarebbero già stafallite perchè la concorrenza che riceverebbero sarebbe talmente vasta e variegata che non avrebbero speranze.
Il problema secondo me non è nella filosofia del mangiare sano e consapevole, che ovviamente condivido, ma sta nel fatto che tanti progetti di educazione alimentare, e simili, vogliono apparire agli onori della cronaca (e dei consumatori) alla stessa stregua dei grandi prodotti e produttori.
Le grandi fiere non fanno slow food (anche se si chiamano così) e neanche KM 0, solo le sagre di paese possono avere questo ruolo perchè legate al territorio, alle sue specialità e in prossimità dei loro consumatori principali e abituali.
Il logo slow food è tanto romantico, quanto “farlocco” perchè nel panino che compro io nella pausa pranzo a 3.50 euri non c’è nessuna etichetta, eppure il putiaro me lo fa con una lentezza micidiale e io lo mangio con altrettanta lentezza, perchè me lo gusto!!
tutto questo non toglie che la sensibilizzazione su certi temi è sempre meglio di niente…
Caspita Alessio, non sapevo che quello del capitalismo e annessa concorrenza fosse un problema ontologico, ovvero qualcosa della cui esistenza bisogna persino discutere
I fallimenti aziendali sono all’ordine del giorno, e temo che la causa consista proprio nella difficoltà estrema di reggere il passo della concorrenza, specie dei parvenu dell’industria internazionale, ovvero Cina, India, e altri poverazzi del sud del mondo; v. per esempio la fabbrica Whirpool vicino Washington che sfamava un’intera città (non ricordo il nome) che ha chiuso i battenti o meglio ha “esternalizzato” in Messico perché la paga dei lavoratori da 18 $/h scendeva appetitosamente a 4$/h !
Non c’entra molto con il contesto del post ma credi davvero che se ci fosse stata un’economia capitalistica il caso whirpool sarebbe potuto succedere? il fatto che sia successo è sicuramente da annoverare tra i meccanismi di un mercato capitalista, ma il fatto che succeda in direzione USA —> Messico e non viceversa deriva dal fatto che questo secondo sono oltre 100 anni che fa da pattumiera degli stati uniti grazie ad esercizi di lobby in seno alle più svariate istituzioni nazionali (di entrambi i paesi) e internazionali.
Se fosse stato capitalismo, inevitabilmente il costo del lavoro negli stati uniti sarebbe dovuto diminuire per fronteggiare la concorrenza messicana. Questo non avviene perchè esistono delle leggi che esulano totalmente dal mercato ma, anzi, lo regolamentano.
il costo del lavoro diminuisce negli USA nel senso che ci sono tanti disoccupati in più ma il salario minimo (e cose simili) rimangono intatti a causa della legislazione e delle regolamentazioni (cosa che alla fine fa solo male ai lavoratori, non certo alle aziende che “esternalizzano” i costi).
Se fosse esistito il capitalismo così come ce l’hanno insegnato non sarebbero esistiti i brevetti e ogni nazione (africana e asiatica in primis) avrebbe potuto copiare a man bassa tutti i farmaci di cui ha bisogno e le industrie occidentali impossibilitate a diventare così grandi quanto lo sono adesso. Questo non succede (anche se ci sono minuscole eccezioni) perchè esistono degli “obblighi” internazionali stabiliti da enti sovranazionali guidati per la maggior parte dagli interessi economici delle più grandi aziende del pianeta.
Non a caso questo sistema economico viene definito dai più “Neo-liberismo” e il prefisso “Neo” nasconde la maggior parte delle insidie che ci troviamo davanti in questi tempi…
Beh, però scusa, a parte l’intercambiabilità dei termini “Neoliberismo” e “tardo capitalismo” (v. per esempio Sennett, Foucault, e, temo, moltissimi altri), per capitalismo non è da intendersi un blocco fisso di prassi economiche ma certo qualcosa che, come tutto ciò che si intreccia con le dinamiche sociali, è in continua evoluzione. Detto questo, gli esempi che fai non capisco in che modo potrebbero “confutare” l’esistenza del capitalismo. Questi esempi confondono il piano giuridico con il piano economico. Permettimi, allora, il controesempio: il liberismo vige indisturbato nella misura in cui si tende a erodere le barriere di circolazione delle merci, ma le regole del diritto del lavoro sussistono nel capitalismo subendone la continua minaccia. L’effetto più evidente di questa minaccia ai diritti operata dal capitalismo è la flessibilizzazione di tutto: del lavoro, degli iter produttivi, dell’organizzazione aziendale,dell’approccio al mercato, ecc e tu sai meglio di me gli effetti della flessibilità in termini di diritti(quando, ovviamente, esiste il contratto!), che cancella con la sua sola esistenza decenni di lotte sindacali. Non è un caso che ci sia una pressione costante da parte delle imprese per ridurre “gli ostacoli burocratici” che impediscono la concorrenzialità più selvaggia.
che è la realtà più evidente e di cui, tu ed io, e il resto del pianeta, assaporiamo gli effetti ogni giorno, per esempio sul piano dell’alimentazione (giusto per tornare al post).
Ci sono le regole, certo, ma il capitalismo tende a ridurne l’impatto. Non a caso negli ultimi decenni si è passati da una concezione che vede i governi “dominare” l’economia, a quella di un mercato come verità ultima a cui tutti devono adattarsi, compresi i governi, che d’altronde non ptorebbero fermare questo processo senza causare perdite enormi ai loro paesi (=se domani facciamo i dazi, la nostra economia è fottuta).
Insomma, tutto mi aspettavo tranne che una discussione sull’ontologia del capitalismo
io tendo a distinguere nettamente l’azione svolta da chi possiede i grandi capitali (che mi sembra essere quello che tu intendi per “capitalismo”) con un sistema complesso e completo di comportamenti economico/sociali che caratterizzano il modello di organizzazione di tipo “capitalistico” che è dalla crisi del 1929 che non esiste più in maniera strutturata e diffusa. Ci sono spinte verso il capitale, fortissime: ovvero chi ha tanti soldi ha il potere di influenzare non solo i processi economici fini a se stessi ma anche le regole che ne normano l’andamento (e non solo quelle).
Anche io uso spesso la parola capitalismo ma non la ritengo molto appropriata proprio perchè buona parte delle caratteristiche che lo distinguono dagli altri sistemi di organizzazione sociale non esistono. Il fatto stesso, come dici tu, che si “il capitalismo” si interseca con altre realtà sociali ed istituzionali vuol dire che esso stesso non esiste. Come ogni teoria astratta esso è assoluto (vedi anarchia, marxismo) e nel momento che si applica alla realtà si vede quando viene modificato da essa.
Ma ti chiedo, nel momento in cui un’insieme complesso di teorie che aggregate formano un’unica entità teorica e ipotetica vengono mescolate con una serie innumerevoli di spinte e azioni che ne negano, spesso di fatto e non solo in teoria, alcuni dei costrutti basilari, si può ancora parlare della sua reale (e vitale) esistenza?
Secondo me no. Bisogna trovare un altro nome. Secondo te?
ps. sui dazi non rispondo perchè la questione non è affatto ovvia per come l’hai posta
Eheheh carissimo alessio, pane per i miei affamati denti!
Le tue domande finali farebbero rivoltare nella tomba diversi filosofi, perché poni la questione dell’esistenza come mera corrispondenza parola/oggetto materiale: posizione teorica abbandonata da anni perché ritenuta pressoché universalmente ingenua. Secondo le tue domande, l’amore non esiste (esistono tanti tipi di amore, che si intersecano con la realtà sociale di voltà in volta diversa), l’amicizia non esiste, la, che ne so, sincerità non esiste, ecc ecc insomma sono tutte categorie convenzionali estremamente ricche al loro interno, di certo non precise, ma comunque utilissime nello scambio verbale e concettuale. E’ il problema degli universali!
Non intendo con capitalismo i soldi del ricco che investe, con capitalismo intendo il sistema di cui parli tu subito dopo, quello “strutturato e diffuso” che dici non esista, quella prassi di mercato che include tantissime cose diverse che hanno al loro centro il concetto di libera concorrenza….leggi “Lineamenti di economia politica” di Alessandro Roncaglia (Laterza) e te lo saprà spiegare infinitamente meglio di me (per inciso, ripete spessissimo la parola “capitalismo”).
Infine, l’appunto finale: potrebbe in effetti non essere ovvio, ma non è difficile immaginare che il sistema import/export dell’Italia, coi dazi andrebbe in stallo, se devi pagare che ne so 100 euro per far transitare 500 pacchi di biscotti plasmon dalla frontiera 1) questi andranno rivenduti a un prezzo altissimo, con conseguente calo vertiginoso della domanda 2) gli importatori scarterebbero l’Italia dai paesi interessanti dal pdv del mercato, con conseguente calo dell’offerta, ECC ECC La globalizzazione (dove vige la cruda legge della “lotta per la sopravvivenza”) sta ai dazi come i coglioni ai lampioni; e con questo dico solo un’ovvietà.
Detto questo, lascerei questi dibattiti agli economisti, che ne sanno di certo più di noi, e che forse riderebbero di questa discussione
PS: non bisogna trovare un altro nome se si ammette, come si dovrebbe, che si tratta di una categoria che, come tutte le categorie, comprende al suo interno infinite variabili, ma che è utilissima per capire di cose, GENERALMENTE, si parla. Si parlava di Feudalesimo nel Medioevo, oggi si parla di Capitalismo; ci sono stati tantissimi tipi di “feudalesimo” come ci sono infinite declinazioni del capitalismo, ciò non toglie che entrambi aiutano a definire un certo processo IN FONDO omogeneo preminente in una data realtà storica.
mah tutto sommato mi ritengo un ingenuo nel senso che ne danno i filosofi che si stanno rivoltando nella tomba. Per me esistono diversi tipi di amore. Non esiste “l’amore”. Esistono gli amici, non l’amicizia. Esistono gli ndranghetisti non la ndrangheta (la qual cosa rende facili battute alla Dell’Utri del tipo: “perchè c’è un posto dove suoni al campanello e ti dicono ‘si siamo la mafia’). Non esiste il capitalismo, esistono i capitali. Non esiste la “classe operaia”, esistono gli operai. E via dicendo. E’ chiaro che l’uso di parole che universalmente definiscono realtà così eterogenee al loro interno ci aiuta in primis a comunicare…
Sui dazi quello di cui non tieni assolutamente conto è il comportamento di tutto il resto del mondo. Ovvero, noi mettiamo i dazi e i prezzi si alzano. E gli altri che fanno? e la forza lavoro interna che fa? e i capitali interni che fanno? e i capitali esterni come si comportano? e gli altri stati? e le organizzazioni internazionali? Per non parlare dell’unione europea, ecc ecc
Gli esami di economia, per quanto siano stati i più difficili che ho affrontato sono stati anche quelli più entusiasmanti e che mi sono rimasti. Economia politica l’ho studiata svariatamente e per tanto tempo ne ho letto. Così come dei fallimenti del mercato che si possono leggere in tanti volumi e manuali di macro economia e politica economica.
Non dimenticherò mai la prima lezione di politica economica a Roma Tre quando il prof (Romagnoli, prof burbero ma grande capoccione), disse: “Il capitalismo e il libero mercato consistono in uno stato di cose in cui è tranquillamente possibile commerciare parti del corpo ed esseri umani”. D’altronde la corruzione è uno strumento economico previsto in tutti i testi di economia sia keynesiani che classici che neo-classici, ma non è legale in quasi nessun posto e il libero mercato capitalistico non prevede nessun genere di repressione, soprattutto per reati legati al commercio…
Sui rapporto globalizzazione/dazi è sicuramente come dici tu, ma d’altronde la globalizzazione è un processo che dipende tantissimo (non completamente) dalle attività di lobby che pochissimi soggetti economici (i capitali) esercitano nei confronti di alcune organizzazioni transnazionali ben precise come WTO e FMI (o dei governi in grado di condizionarne le scelte, vedi USA) e che hanno come obiettivo dichiarato quello di favorire pochi e conosciuti “individui” economici e politici e che non hanno niente a che vedere con il favorire la concorrenza e la simmetria informativa, condizioni SINE QUA NON per l’esistenza di un sistema capitalistico.
Hai ragione a lasciare sti temi agli economisti, ma se ti faccio una domanda così è perchè so di potermi aspettare risposte meritevoli di ragionamento
A questo punto non vedo divergenza, ma solo un sottolineare aspetti diversi della questione. Non ho lasciato da parte solo il comportamento di tutto il resto del mondo, ma un’ulteriore infinità di cose…se avessi voluto scrivere un saggio sul rapporto dazi/glob. non l’avrei trascurato di certo !
Parli della corruzione, parli delle lobby…chiaramente nella legge del più forte del capit. è inclusa la preminenza schiacciante di Org. mondiale del commercio, fondo monetario & friends; non vedo come tutto ciò possa considerarsi estraneo al capitalismo, anzi. E ora vado a studiare, dopo tante edotte considerazioni
consiste nel fatto che queste organizzazioni hanno il compito di restringere il più possibile le barriere all’ingresso dei mercati piuttosto che diminuirle come capitalismo vorrebbe. Alla grande multinazionale importa di essere da sole o con pochi concorrenti (magari amici) su un mercato perciò farà di tutto per impedire che altri possano prendere parte alla sua mangiogna. ridendo e scherzando ci stanno riuscendo.
Questo sistema è molto più simile al corporativismo fascista che al capitalismo per come ce lo fanno studiare.
buono studio