Socialismo digitale, nuova ipotesi di cambiamento o ennesima utopia?
“Il socialismo della vecchia scuola era il braccio dello stato, il socialismo digitale è il socialismo senza stato”
Scrive così Kevin Kelly, uno dei fondatori della storica rivista specializzata in innovazione Wired USA, in un articolo apparso sul numero 15 del Wired italiano nel quale l’autore, non propriamente un filosofo politico, tracca le caratteristiche principali della cooperazione e condivisione del web mettendo in relazione il risultato di queste attività con quanto succede nei sistemi attuali orientati verso lo statalismo o verso le libertà economiche.
Non si parla più dell’antica (davvero?) lotta di classe ma come dice kelly “gli aspetti comunitari della cultura digitale hanno radici ampie e profonde”. Senza dubbio si fondano sull’essere umano e sulla sua condizione.
Il socialismo dello stato e il “libero mercato” sono due sistemi chiusi, entrambi si difendono proteggendo se stessi e chiudendo sempre più l’accesso della popolazione al loro funzionamento. Lo stato tende a programmare rigidamente e impedire fisicamente (burocrazia) iniziative private non solo di tipo economico ma anche più concretamente sociali, mentre il mercato ricorre a se stesso per impedire che sia “vera concorrenza” contribuendo così alla corruzione delle istituzioni statali, impedisce a nuovi concorrenti di entrare nei mercati e si oppone alla simmetria informativa (presupposto essenziale per un mercato libero) delle parti che prendono parte alla mattanza del “consumo”.
L’autore continua il suo articolo citando la schematizzazione di Clay Shirky che prevede 4 tipi/livelli di intensità del socialismo digitale:
- CONDIVISIONE: “Le masse online hanno una gran voglia di condividere”, si tratta di una forma blanda di socialismo ma inutile dirvi quante cose si possono fare una volta che grandi masse decidono di condividere (basti pensare ai video su youtube o al peer to peer).
- COOPERAZIONE: “Quando gli individui uniscono le forze in vista di un obiettivo su larga scala, si producono risultati che emergono solo a livello di gruppo”, ognuno può usare una tua foto su Flikr o il tuo video su youtube o la miriade di informazioni che fornisci con il tuo blog per farne altro, per aggregare contenuti o semplicemente per svilupparne di nuovi. Sia le license oper source che Creative Commons, più o meno, hanno istituzionalizzato questa possibilità offrendo definitivamente un’alternativa più che valida all’istituto del copyright. Questo modo di fare “migliora il contributo offerto dal singolo e offre più di quello che è necessario”. Come sottolinea Kelly, questa era la classica dinamica nelle mani dello stato, ma come si vede accedendo in rete questo modo di fare assume dimensioni globali e quindi molto più estese dei confini di un paese.
- COLLABORAZIONE: Basti pensare alla comunità open source che ha realizzato prodotti come il web server Apache per capire quanto la collaborazione volontaria possa portare alla produzione di prodotti (o parti di essi) completamente gratuiti e liberamente riutilizzabili e adattabili. Questo sistema, sviluppato online, può rimanere lontano dagli investitori capitalisti mantenendo la proprietà dei prodotti nelle mani dei lavoratori e, un po’, anche dei consumatori (anche se non ho ancora ben capito la distinzione tra queste due categorie…ndr).
- COLLETTIVISMO: E’ anche vero che grandi progetti basati sulla collaborazione vengono comunque portati avanti da gruppi la cui attività è più intensa e costante. Hanno contribuito a realizzare le voci di Wikipedia circa 10 milioni di utenti ma sono circa 160.000 quelli che possono considerarsi attivi. Quello che questo comporta ha comunque una grandissima valenza sociale, infatti: “Lo scopo di un collettivo, tuttavia, è quello di forgiare un sistema in cui dei pari grado si prendono la responsabilità dei processi critici e in cui le decisioni difficili sono prese da tutti i partecipanti. Come ha dichiarato Mitch Kapor, fondatore della software house open source Mozilla e come dimostra magistralmente l’esperienza di LiberaReggio.org “All’interno di ogni anarchia funzionante, c’è una rete di compagnucci di scuola”.
E’ molto interessante notare quanti punti in comune abbia la vitalità ragionata del web e delle comunità open source con concetti così profondamente legati al passato storico del pensiero filosofico, economico e politico come socialismo e libero mercato. E’ anche vero che sussistono numerose e incolmabili differenze tra la visione storica di questi fenomeni e il tentativo di guardarli sotto una stessa luce della contemporaneità. Lo stesso Kelly sostiene che “Il nuovo sistema operativo non è il comunismo classico della pianificazione centralizzata e dell’assenza della proprietà privata e non è neppure il caos puro del libero mercato”. Sia perchè chi porta avanti pratiche di socializzazione digitale è, spesso, persona molto pragmatica o almeno fa quello che fa per questioni strettamente pratiche – mentre sappiamo bene quanto le teorie citate, pensate e ripensate, differiscano profondamente dalla loro stessa riproposizione concreta -; sia perchè il contesto storico è di tipo completamente diverso.
Altrettanto interessante, comunque, è valutare come delle pratiche insite nella natura (e poi nella cultura e nei costumi) dell’uomo, quando messi in pratica da grandi numeri di persone si avvicinino sorprendentemente a pratiche che potremmo definire di natura socialista. “L’abitudine sempre più diffusa di condividere quello che stai pensando, quello che stai leggendo, le tue finanze, tutto quello che ti pare, sta diventando un pilastro della nostra cultura”.
Cultura che tende comunque a massimizzare il valore individuale di ognuno, al contrario dei contesti socialisti classici nel quale l’individuo è messo da parte per far spazio a “sovrastrutture” collettive e dogmatiche, inserendolo però in un contesto sociale e socializzato in cui l’avanzamento, in senso lato, di un individuo contribuisce alla cresceta collettiva di chiunque. Inutile dire quanto questo valore sia distante dalle pratiche legate alla libertà dello scambio economico dove un soggetto che “cresce” lo fa a suo esclusivo vantaggio.
So già che molti sobbalzeranno (soprattutto i “fedeli” ortodossi) in seguito alla lettura di queste righe e so già che una delle critiche principali all’accostamento della cultura web al socialismo sarà il fatto che comunque tutta l’infrastruttura della rete internet si poggia su poteri forti, sui grandi capitali, sullo sfruttamento di una classe operaia sempre più marginalizzata e nascosta dall’innovazione tecnologica portata dagli ingegneri informatici. E’ tutto vero. Internet, il web, i comunisti, i no global, Beppe Grillo e chiunque altro usi il web a fini di “sovvertire” l’ordine costituito (generale o di una nicchia) basa le sue possibilità di successo sul buon andamento di una o più grandi e arroganti multinazionali appoggiate da governi di paesi ad orientamento liberista.
A titolo preventivo, ricordo a chi volesse usare questo genere di critiche che lo stesso Marx nell’elaborazione delle sue teorie economiche sosteneva la necessità di uno sviluppo economico di tipo capitalistico completo fino alla saturazione. Solo allora, una volta creati i mezzi di produzione necessari e formate le masse alla necessità del ribaltamento, sarebbero avvenuti quei cambiamenti rivoluzionari che egli considerava nel corso naturale delle cose.
Una vera differenza concreta tra il socialismo digitale e l’organizzazione comunista delle cose pensata dallo studioso tedesco è forse che quest’ultimo considerava preponderanti gli aspetti economici dei rapporti tra uomini – la cui vitalità non è legata solo a questo aspetto come è evidente – mentre ai giorni nostri il fattore principale del cambiamento è quello culturale.
Forse non hanno la stessa spinta propulsiva di cambiamento ma vi lascio alle parole conclusive del buon articolo di Kevin Kelly, sperando che siano uno spunto per ragionamenti, perchè no, “incendiari”:
“Davvero credevamo di poter costruire collettivamente, e poi abitare mondo virtuali, tutto il giorno, tutti i giorni senza alcun effetto collaterale sulla nostra visione della realtà?”
Alessio Neri







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