Souvenir da Reggio – O come fratturarsi una spalla al parco. II parte

mercoledì, 28 luglio, 2010
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I parte

Infatti, cari turisti, nell’impossibile caso che non siate appagati dalla suddetta struttura di Via Botteghelle, sappiate che Reggio offre una vastissima offerta di ludici. C’è, per esempio, il parchetto di Viale della Vittoria (traversa di Sbarre Centrali), un vero gioiello di manutenzione e sagacia progettuale. Ok, arbitrariamente, di tanto in tanto, il parco è inaccessibile, perché qualcuno decide di chiudere il cancello col lucchetto, con conseguente disperazione dei genitori e dei pargoli recalcitranti (per le istituzioni: i bambini, specie l’estate, non li tieni a casa se non con le catene. In soldoni: dove li porti? Non mi si risponda al mare, che scatta un altro articolo ben meno gentile), ma non disperate. Perché, ammettiamolo. Forse quando è chiuso è meglio.

Un parco e un immondezzaio, trova le 7 differenze. Quello di Sbarre Centrali è un parco che, sì, è “ricco” (concetto relativo) di cestini per l’immondizia, ma, piccolo dettaglio, dalla funzione prettamente decorativa. Infatti, cari turisti, dovete sapere che noi, a Reggio, siamo per l’estensione del concetto di pari opportunità anche al mondo dei rifiuti. Confinarli in uno squallido cassonetto significa tagliarli fuori dalla società, discriminarli pesantemente con conseguente disagio socio-esistenziale e funeste ripercussioni in termini di diritti extraumani. E’ giusto dunque che i rifiuti giacciano tra noi, senza distinzioni di sesso, razza, provenienza. Si tratta di promuovere un processo di integrazione, tra esseri umani e rifiuti, sia pure sui generis, all’insegna di un progetto politico egualitario e progressista, nel senso più radicale delle parole.

Il resto? Sterpaglie, escrementi animali, 2 panchine di conto, un campetto di calcio ricco di consistenti detriti e pezzi di , nonché una pavimentazione “discutibile” (manteniamoci in toni diplomatici) – giusto per dare una possibilità in piu ai bambini di lanciarseli a vicenda, o, cadendo, spaccarvisi la faccia (Cfr. sopra, “souvenir da ambulanza”); e poi c’è una sorpresa esilarante: lo scivolo che sbocca su terreno sconnesso e spigoloso. Come a dire: se non ti sbucci un ginocchio (per essere ottimisti) tra i massi del campetto, non preoccuparti, il parco non lesina opportunità in questo senso…sempre per il principio del “non sia mai che scarseggino”. Anche qui decine di muretti utili solo a inciampare, infinita sporcizia, e un prodotto tipico di grande ingegno progettuale: il fosso che contorna il campetto. Questo, cioè, è sopraelevato, e oltre i suoi bordi c’è una profondità a portata di fratture e lesioni. Vi risparmio le foto.

Ma c’è  il Parco di Santa Caterina! Infiniti muretti, dondoli cigolanti, e altri appetitosi souvenir: pezzi di ferro arrugginiti confusi tra le pietre. Sì, perché le pietre hanno una funzione compensativa da non trascurare. Esse ingannano, confondendolo, l’ignaro avventore, che solo standoci molto malignamente attento potrà distinguere, in mezzo a loro, i souvenir tetanogenici perfettamente mimetizzati, generando così l’apparenza di un complesso quasi ordinato e pulito. Ma, come dire, non siamo scemi.

Sul parco di San Brunello non mi pronuncio, e oso una provocazione: andateci. Poi fatemi sapere in quanto e in cosa differisca dai pochi altri. Lo stesso valga per la Villa Comunale

Il Parco Baden Powell (davanti Chiesa S. Paolo) è potenzialmente bello, ma per i piu’ piccoli, intendo per la popolazione reggina under 5, è impraticabile senza il fiato sul collo dei genitori: scale ripidissime, rampe che a lato danno sul vuoto, discese vertiginose, vasche vuote, e dondoli medio-arrugginiti si alternano in uno scenario che sembra realizzato solo per essere contemplato da lontano. E’ vero, alcuni tra i dondoli arrugginiti sono stati virtuosamente rimossi e sostituiti con una nuova area, un castelletto in legno con scivoli e mini-ponti, e il pavimento in gomma! Da apprezzare, senz’altro. Non fosse che è l’unica zona praticabile, per ciò stesso soggetta a un imbarazzante sovraffollamento: sfido qualunque duenne a divertirsi, per esempio su uno scivolo, quando ci sono 8 nani che in fila ti pressano da dietro.

Le Piazze? Non hanno ringhiere, non hanno prati, e sono sulla strada, dunque non sono per i bambini piccoli (v. Piazza Carmine, Piazza Orange, Piazza Castello, ecc).

Il risultato, fra gli altri, è che un genitore deve scegliere tra: andare comunque al parco, dato che non c’è altro nel territorio, ed esporre figli e figlie a pericoli importanti nonché se stesso/a a un’ansia di cui vorrebbe fare a meno, oppure non andare al parco, chiudersi in casa o trasferirsi in un’altra città, nella quale sarà inevitabile convenire con gli sprezzanti “stranieri” del Nord del sudiciume in cui versa il Sud.

Mi si consenta un esempio virtuoso. Fra i tanti spazi verdi curatissimi (es. Vondelpark), Amsterdam vanta un parco di media grandezza completamente realizzato in gomma. Le istituzioni, ad Amsterdam, quando costruiscono, lo fanno pensando alla praticabilità concreta degli spazi per i bambini, e prevengono i pericoli semplicemente non introducendoli. Il concetto di “buona prassi” è ancora oscuro dalle nostre parti.

Mi si potrebbe rispondere “eh vabè, Amsterdam! Loro sono più avanti!”. Ogni giorno sento pronunciare dai conterranei frasi di questo tipo, che trovo sempre più irritanti perché sintomatiche del secolare e disfattista senso di inferiorità degli/delle abitanti della nostra terra. La realtà urbana e non solo appare come un dato ineluttabile, qualcosa di assimilabile a un destino, rispetto al quale non è possibile porsi se non nella modalità della passività. L’ideologia che risponde a queste affermazioni è sintetizzabile in questi termini: il mondo (=la città) non si può cambiare. E questo tipo di convinzione, trasmesso di generazione in generazione come patrimonio culturale della città a tutti gli effetti, nonché incoraggiato da media e istituzioni con il loro stesso costante modus operandi, è a mio avviso responsabile della perpetuazione di ciò che a sua volta lo ha generato. E’ il circolo vizioso del disfattismo nelle modalità dell’autoflagellazione.

Per esempio, di recente (un paio d’anni) tra la Via Galilei e il ponte Calopinace è stata realizzata una scalinata con annessa piazza a lato, per ovviare alla difficoltà dei pedoni di attraversare la zona o forse per avvicinare centro e periferia. Nobilissime intenzioni, beninteso. Non fosse che questa scalinata non ha una rampa per disabili e per passeggini. Il concetto di “barriera architettonica” e il connesso prerequisito di civiltà che vi presiede è ancora sconosciuto evidentemente, qui, nella famigerata “città metropolitana”. Proprio in quel punto, di fronte alla mia noia nel tentare di tirare su per quelle “maledette scale” (cit.) il passeggino, devo ogni volta affidarmi alla generosità dei passanti, quando, ovviamente, c’è. Puntualmente, dalle loro bocche esce un “eh, sa, siamo a Reggio!”.

Interessante, dal punto di vista semantico-lessicale, quest’affermazione. “Essere a Reggio” rimanda a un sottotesto inquietante. Non si dice “Siamo a Reggio, città lassista”, no, si comprende nel concetto di Reggio il concetto di lassismo: è diventata un’antonomasia. Il linguaggio ha sedimentato una “visione del mondo”, e questo è indice del livello di interiorizzazione dello schema mentale “Reggio-città-lassista” presso la popolazione reggina, che, per riflesso, si ritrasmette anche all’esterno (nell’immaginario collettivo Reggio= ‘ndrangheta, lassismo, ignoranza, ecc)

I leghisti, e con questo termine non intendo solo i tesserati della Lega ma determinati tipi umani riconducibili allo stesso modo di approccio al mondo “pacchianamente patriottico”, saranno anche abominevoli, ma sono convinti. Loro si credono (e probabilmente fanno bene) dignitosi e meritevoli di rispetto, anche superiori al resto dell’umanità se vogliamo, ma – benché non ritenga questo modello in sé preferibile al nostro “autoflagellantesi” – quanto meno “quelli” hanno stima di sé con tutti gli effetti politici che questa stima comporta: partecipazione, interesse, voglia e convinzione di poter cambiare le cose. Prerequisito imprescindibile perché, semplicemente, le cose cambino.

Il che anche per dire: se i parchi sono sporchi è colpa nostra in due modi. 1) Perché non consideriamo oggetto di possibile pretesa che siano puliti e soggetti ad ordinaria manutenzione; 2) perché lassismo genera lassismo, e ci lasciamo trascinare da quest’ondata di degrado a nostra volta sporcando selvaggiamente. Tuttavia per me è più importante il punto 1. Se l’istituzione, detto in gergo, “se ne fotte”, è perché può farlo: perché i cittadini glielo consentono.

Dopo questa apparente digressione, vorrei invitare il popolo di LiberaReggio a dare un’occhiata, se non l’ha già fatto, al programma delle opere pubbliche annuale e triennale del Comune di Reggio . Non si legge la parola PARCO che 5 o 6 volte in 52 pagine. E il riferimento è al solo Parco Baden Powell (l’unico che sembri interessare la nostra amministrazione) e a qualcos’altro di periferico. Si parla inoltre qua e là in termini, direi, strategicamente generici, di “”, senza specificare dove e come. In compenso, moltissimi fondi destinati ai cimiteri.

Ora, questa ripartizione dei fondi, senza dubbio non criticabile in toto e ai priori e in questo contesto riferita al solo problema dei parchi ludici, dimostra che c’è un autentico disinteresse per i problemi legati alla vivibilità urbana e, soprattutto, all’esercizio concreto della genitorialità, nonché dell’. Manca la più elementare cultura dello spazio pubblico come luogo di aggregazione e la più elementare attenzione per i problemi dell’. A questo punto, dobbiamo dirlo, forse Cetto LaQualunque ha colto il senso di tutto quando afferma “per ogni nuovo nato un pilastro di cemento armato”.

Come risulta da questa scarna descrizione e dato che la città gode di queste virtu’, possiamo anche investire nel turismo.

Denise Celentano

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