Due Sicilie: una rivisitazione storica
riceviamo e pubblichiamo
Quest’anno si festeggiano i centocinquant’anni dell’unificazione di Italia, le cerimonie e le manifestazioni per ricordare l’evento si susseguono e tutti ripercorriamo una storia, che ci è stata tramandata dalle generazioni passate e che vede Garibaldi eroe dei due mondi ed i Garibaldini unificatori del nuovo regno.
Cosa c’è di vero in questa storia? Molto poco in realtà.
L’unità d’Italia passa molto spesso attraverso la demonizzazione di uno spauracchio: Il Regno delle Due Sicilie e la mitizzazione del grande liberatore formato dal binomio: Garibaldi-Stato Sardo Piemontese. Ma da una attenta rilettura della storia si può facilmente evincere che il regno Borbonico non aveva affatto bisogno di essere liberato. Partendo dal punto di vista economico il Regno Borbonico fino all’unificazione conta una cassa di 443 milioni di lire in monete d’oro, lo stato piemontese, invece conta una cassa di appena 20 milioni di lire. Il divario, economico, si aggrava se si pensa che per acquistare una lira d’oro del Regno del sud, necessitavano ben 3 lire cartacee dello stato Sardo. Lo stato, inoltre, si presenta fortemente industrializzato con importanti primati nella produzione di ferro, grazie ad un vero e proprio centro siderurgico presente in Calabria presso Mongiana: il Real Stabilimento di Mongiana e nella costruzione di locomotive con il Real opificio di Pietrarsa. In questo quadro economico La Calabria si presenta come la più ricca regione d’Italia, mentre la Campania come la regione più industrializzata. Ovviamente, l’agio del popolo non è enorme,questo, infatti in prevalenza continua ad essere contadino e allevatore soprattutto nelle province ma con tale attività riesce agevolmente a vivere.
Arrivando al 1860-61 ed analizzando le vicende Garibaldine, delle imprese eroiche rimane ben poco.
Innanzitutto c’è da smentire l’etichetta che vede Garibaldi eroe dei due mondi.
Garibaldi si rifugiò nel 1835 in Brasile, non avendo di che vivere il Italia. Fra 28 e 40 anni visse come un corsaro assaltando navi Spagnole nel mare del Rio Grande do Sul e per circa sei mesi trasportò schiavi cinesi in Perù. In virtù di questo Giuseppe Garibaldi non fu mai considerato un eroe in sud America, anzi, Per quasi la totalità delle popolazioni sudamericane Garibaldi rimane un perfetto sconosciuto, per il resto, un mercenario.
L’avanzata dei Garibaldini nelle terre Borboniche, in realtà, fù un vero e proprio tradimento.
Inglesi, Piemontesi e Massoneria duosiciliana (formata anche dalla malavita organizzata) furono d’accordo per l’invasione e comprarono generali e funzionali del Regno.
Basti pensare che il 15 maggio il maggiore Sforza, comandante dell’8° cacciatori, con appena quattro compagnie, presso Calatafimi , mise in fuga i Garibaldini prima di ricevere l’ordine dal Generale Landi di ritirarsi. Si scoprì solo dopo che il generale Landi ricevette, per il suo tradimento, una fede di credito di 14000 ducati. Tale generale, morì con un colpo apoplettico quando venne a sapere che la fede era un falso e che in realtà valeva appena 14 ducati.
I Garibaldini, inoltre, non brillarono mai di compostezza e serietà militare come si cerca di far credere.
Una delle descrizioni più veritiere la conia Garibaldi stesso che definisce i Garibladini “tutti generalmente di origine pessime e per lo più ladra; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel laetamaio della violenza e del delitto”.
La “ciurma” così composta avanza per il regno razziando paesi, uccidendo e violentando, fino all’arrivo, il 9 settembre, a Napoli. “Napoli, in tutta la sua storia non ebbe mai a subire un così grande oltraggio” così è stata definita la presenza dei garibaldini a Napoli dallo storico Antonio Pagano.
Siamo all’epigolo. Da li in poi il Regno delle Due Sicilie cesserà di esistere. I territori borbonici, inoltre, furono spogliati di tutti i beni. Le casse dello stato completamente prosciugate, le numerose industrie smontate e portate nel settentrione e nel 1864 tutti i possedimenti ecclesiastici e demaniali furono venduti e il ricavato fu utilizzato per il rilancio dell’agricoltura della Valle Padana.
In questa crisi generale ha inizio l’emigrazione dal sud alla ricerca di fortuna.
Da qui in poi la storia delle terre del sud si intreccia con quella del brigantaggio.
Anche in questo caso, la storia reale non combacia affatto con la storia proposta.
E’ innegabile che il regno delle due sicilie fosse pregno di malavita organizzata negli strati alti della società ma confondere tale malavita composta esclusivamente da colletti bianchi ai movimenti del brigantaggio post-unità è impossibile. Lo storico Gianni Custodero ricorda che il fenomeno della camorra è ben distinto dal fenomeno del brigantaggio: “Non è un caso che nelle zone di Camorra non c’è brigantaggio”.
Tale movimento, tuttavia, costituisce una vera e proprio lotta per la rivendicazione da parte della popolazione dei propri diritti. Briganti come Ninco Nanco, Carmine Crocco e Domenico Romano liberarono numerosi paesi e le dimensioni della rivolta si fanno sempre più grandi. Nel 1863 arriva la legge Pica.
La legge fu promulgata per porre rimedio al dilagante fenomeno del brigantaggio nel Mezzogiorno attraverso l’istituzione di tribunali militari nel territorio e permettendo la repressione di qualunque resistenza: si trattava, in pratica, dell’applicazione dello stato d’assedio interno.
Chiunque fosse trovato in stato di brigantaggio veniva mandato davanti al plotone di escuzione.
Ma per stato di brigantaggio si intende anche un semplice fucile non dichiarato.
Vennero,inoltre, applicate confische e sequestri.
In dieci anni di lotta furono circa un milione i morti, 500.000 furono i prigionieri.
Un gran numero dei prigionieri finì in dei campi dei concentramento allestiti in Piemonte, Liguria e Lombardia. Molti di questi fecero una fine orribile: calati nella calce viva, come ad esempio succedeva nel campo di Finestrelle.
Così dopo dieci anni di lotte e morti, il regno duo siciliano fu definitivamente annesso al nuovo regno italiano e i pochi abitanti rimasti, furono italiani costretti senza più una storia.
Necessita guardare al futuro con la consapevolezza del passato, ora più che mai.
Daniele Brancati
Bibliografia
Aa. Vv., Il Brigantaggio fra il 1799 e il 1865, Napoli, Procaccino, 2000
Custodero, Gianni, Storia del Sud, Lecce, Capone, 2001
Mangone, Angelo, L’industria del Regno di Napoli, Napoli, Fiorentino, 1976
Pagano, Antonio, Due Sicilie 1830/1880, Capone, 2006
Trevisani, Silvano, Borboni & Briganti, Lecce, Capone, 2002






è propio a questo che mi riferivo, nel mio articolo su Brunetta, quando ho parlato di SUD come motore economico prima dell’unità d’Italia.
La storia dell’unità d’Italia è stata riscritta ad arte per farla trionfalmente entrare nei libri di storia per poi poter far credere ai poveri studentelli che in realtà Garibaldi è un eroe e che i cattivi erano i briganti.
da un po di tempo sto iniziando a fare ricerche su questo buco nero chiamato Unità d’italia nascosto da una storiella a lieto fine.
rinrazio l’autore di questo articolo per aver condiviso con noi queste preziose informazioni che spesso nn sono facilmente rintracciabili.
CARMELO SPANTI
Noi del Sud,da 150 anni veniamo accusati di essere un peso per la restante parte di questa penisola.Parassiti,improduttivi,mafiosi, ndranghetisti e chi più ne ha più ne metta. Dopo aver perso la nostra indipendenza ed essere diventati un serbatoio di mano d’opera e di emigranti,continuano a seppellire la memoria di ciò che eravamo sotto un mucchio di letame risorgimentale