Pentiti, Bombe e Servizi Segreti a Reggio Calabria
La ‘Ndrangheta è l’organizzazione criminale più pericolosa al mondo, la più impermeabile al pentitismo, la più sommersa e, fin oggi, la meno colpita dalle operazioni di polizia e carabinieri. La sua prima casa è Reggio Calabria, poi il resto delle ramificazione sono nel mondo intero. Ha il completo controllo del mercato della cocaina in tutta Europa e quindi rappresenta la più grossa azienda d’Italia.
Negli ultimi anni le cose sembrano cambiate, il pool d’investigatori e la coppia Pignatone&Cortese hanno inferto duri colpi all’organizzazione, arrestato quasi tutti i grossi latitanti e sequestrato miliardi di euro alle cosche calabresi. Ma il malaffare continuava normalmente in città e provincia, tra qualche omicidio, anche importante, le solite auto incendiate la notte e negozi fatti saltare per aria.
Fino al 3 Gennaio del 2010, quando viene fatto esplodere con del tritolo il portone della Procura Generale, in pieno centro città. Un attacco diretto al cuore dello Stato, da parte di cosche che di solito hanno sempre mantenuto un profilo basso. Si susseguono un infinita serie di intimidazioni e lettere minatorie verso vari magistrati, bulloni svitati nell’auto del procuratore generale Di Landro, per concludersi con un’altra esplosione notturna; questa volta ad esplodere è il portone dell’abitazione del Procuratore Di Landro.
Si alza il tiro? La Ndrangheta è pronta a colpire per uccidere la prossima volta? Gli arresti e le indagini continuano, oltre 1000 arresti in 24 mesi. Per ultima l’operazione Epilogo, contro la cosca Serraino, all’interno della quale, secondo la procura di Catanzaro, operano i mandanti della bomba alla procura. Quattro giovani indagati per la bomba alla procura, oltre che “intercettati in flagranza” mentre incendiavano l’auto del giornalista Monteleone.
Gli ultimi avvenimenti che sto per raccontare, invece sono temporalmente vicini e recentissimi. Il 5 ottobre scorso viene ritrovato un bazooka pronto a colpire a circa 200 metri dal Ce.dir, dove si trovano alcuni uffici giudiziari. Da qui, oltre all’arrivo dell’esercito a presidiare sedi “a rischio”, vengono arrestati nuovi elementi criminali, che subito iniziano a collaborare.
Il pentitismo è sempre un istituto che va preso con attenzione e molta precauzione, da sempre contestato da molti e spesso utilizzato per scopi personali da parte di boss e killer. La legge che oggi regola il Pentitismo è la Legge 13 Febbraio 2001 n. 45, che ha modificato il D.L. n.8 del 1991. Questa nuova legge stabilisce dei punti importanti. Innanzitutto, il pentito non accede immediatamente ai benefici di legge ma solo dopo accurate valutazioni e, il collaboratore ha 6 mesi di tempo per dire tutto ciò che sa. Da quel momento ha inizio una pesante riduzione della pena, un assegno di mantenimento e una nuova identità in località segreta. In Calabria c’è sempre stato un numero quasi irrilevante di pentiti rispetto alla Sicilia e alla Campania, dove i pentiti hanno aiutato ad infierire durissimi colpi alla mafia e alla camorra. Qui forse per i legami familiari che vi sono nella ndrangheta, per quel senso di onore, per quei rituali che in alcuni casi superano lo stesso valore della vita, il pentitismo non ha mai attecchito. Però, negli ultimi 15 giorni TRE nuovi pentiti hanno scosso il panorama e rischiano realmente di far crollare il sistema.
Consolato Villani è il primo, un elemento di spicco, nonchè parente dell’ex boss Lo Giudice. Villani è l’uomo condannato a 30 anni di reclusione per l’omicidio dei due carabinieri Fava e Garonfalo, del 1994. Il secondo è un altro “pezzo grosso”, Roberto Moio, nipote “dell’uomo di pace” Giovanni Tegano. Arrestato da pochi giorni nell’operazione Agathos, sui rapporti e sul controllo totale della cosca nella pulizia dei treni alla stazione centrale e sull’estorsioni alla cooperativa New Labor, che gestiva tale servizio di pulizia.
Le dichiarazioni di questi due pentiti sembrano essere state la chiave di volta per l’arresto del boss Antonino Lo Giudice, accusato di associazione mafiosa, estorsioni, omicidi, ecc… Da qui il colpo di scena, questo super boss, due giorni dopo la cattura comincia a collaborare con la giustizia.
Adesso si aprono scenari inquietanti, Lo Giudice si prende tutte le responsabilità sugli attentati contro la Procura Generale, verso la casa di Di Landro e riguardo alla minaccia del bazooka. Però allora le cose non tornano, naturalmente bisognerà attendere mesi, i magistrati dovranno trovare altre corrispondenze nelle dichiarazioni del neo pentito. Però vi sono quattro indagati e un’altra cosca completamente opposta – e uno scooter sequestrato, come mezzo che è stato usato per l’attentato – accusata di aver messo la bombola di gas con il tritolo alla Procura.
Qualcosa non torna, la procura di Catanzaro avrà sbagliato qualcosa? Si sono ipotizzati gravi collegamenti tra le bombe e il procedimento in corso per l’omicidio della guardia giurata Rende, si è arrivati addirittura al trasferimento del pg Francesco Neri , e alla rinuncia di parte civile da parte dell’avvocato Dieni, che avrebbe ricevuto gravi minacce di morte. Oppure c’è dell’altro sotto?
Anche chi sommariamente si informa tramite le cronache locali e i siti d’informazione può farsi un’idea, delle ipotesi, piccoli e indiziari collegamenti.
Personalmente, di questi ultimi fatti mi sembra abbastanza difficile venirne a capo. Un giorno sembra risolto il tutto, il giorno dopo si ritorna punto e a capo. Un super boss che si pente è un fatto nuovo, adesso comunque si possono aprire scenari inquietanti sia per picciotti, sia per i legami tra mafia e politica. Sembrano emergere tra gli inquirenti le prime ammissioni di Lo Giudice, uno dei 15 fratelli era già pentito dal 1999 e, a quanto pare il boss insieme al fratello più noto imprenditore (con la connivenza di qualche magistrato/agente DIA/agente segreto??) si garantivano una sorta di mutua immunità, facendo qualche soffiata su cosche rivali, nascondigli di armi e/o latitanti. Con l’arresto del fratello e un grosso sequestro di beni, che ha riguardato bar al centro città, macchine di lusso, quote aziendali, ecc… il boss ha sciolto il patto ed è passato al contrattacco verso lo Stato (e/o parte deviata dello Stato che secondo lui lo ha tradito) attraverso bombe e bazooka.
Bisogna prendere il tutto ancora con le pinze e usare il condizionale, per quel poco che abbiamo imparato in questi anni di vita vissuta a Reggio è che nulla è quasi mai come sembra.
Mi e vi faccio delle domande, cui spero col tempo di avere qualche risposta. Secondo le prime letture sembra, quindi, che le bombe, gli attentati e a corredo le manifestazioni antimafia, le fiaccolate, oltre naturalmente ad essere contro la ndrangheta in quanto tale, erano transitivamente contro all’organizzatore di tutto questo? La città ha vissuto nell’ultimo anno un visibile clima di tensione e paura per colpa di questo boss – confidente – pentito, che aveva solo lo scopo di prender le redini del comando cittadino? Il caso bombe & bazooka dunque è chiuso? Sospetto, ma lo sussurro soltanto per ora, che resterà l’ennesimo mistero della nostra città, un ingarbugliato cubo di rubick di cui molto difficilmente sapremo le verità.
Tra magistrati trasferiti, accuse politiche bipartisan, loschi personaggi dei servizi che informano i boss sulle operazioni di polizia e ros, la città sta vivendo un periodo molto cupo, quasi in un limbo dove non si capisce bene quella famosa zona grigia di cui tanto parla il Procuratore Pignatone e il livello in cui essa opera. E i messaggi che manda lo Stato, letti attentamente, non sembrano per nulla positivi. Se addirittura il Prefetto Varatta dichiara che nella nostra città “Tutti i settori della società civile sono più o meno contigui alla ‘ndrangheta” la situazione diventa paradossale.
Perché se si parla di una zona grigia che coinvolge TUTTI i settori, io faccio rientrare in primis tutti coloro che fin ora dovevano garantire la nostra sicurezza e invece che tutelarci si sono tutelati solo i propri di interessi, economici, politici e lobbistici.
Ai Posteri l’ardua sentenza !
Gimes






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