Afghanistan: missione caro armato!
Cito il titolo di un libro a molti conosciuto, Caro armato appunto, scritto da Massimo Paolicelli e Francesco Vignarca, i quali si occupano di raccontare nel libro le inadeguatezze e gli sperperi finanziari sul fronte militare del nostro paese. L’Italia risulta essere all’ottavo posto per spese militari nel mondo, ma nonostante ciò, l’assetto organicistico e tecnologico risulta poco adeguato o addirittura inefficiente rispetto alle missioni militari internazionali in cui l’esercito è impegnato, in primis sul fronte afghano.
Lo stanziamento complessivo, ascritto per il 2011, al Ministero della Difesa è pari a 20.494,6 mln di € (milioni di euro), in aumento di 130,2 mln di €, pari allo 0,6% del totale, rispetto al 2010. Ma sommando i finanziamenti, la cifra ammonta a ben 24.888,4. Quindi, mentre tutti gli altri ministeri subiscono dei tagli, quello della difesa è l’unico a ploriferare stanziamenti, sarà per questo motivo che, nonostante la grave crisi economica e finanziaria che ha colpito l’Italia e gran parte del resto del mondo, il settore bellico è uno dei pochi, e in Italia forse l’unico, a non aver subito lo scossone della crisi e della caduta delle borse. O forse perchè, negli ultimi anni, l’Italia ha adottato scelte strategiche alquanto ermetiche sul piano del risanamento economico, poichè i finanziamenti ottenuti, sono stati ripartiti in modo iniquo e discutibile tra le varie voci contenuti nel programma di difesa militare. Tanto che, la maggior parte delle volte è impossibile effettuare la manutenzione sui mezzi militari usurati nelle missioni, poichè dei 24.888,4 mln di euro stanziati, solo 1.440,0 è destinato alla manutenzione e all’addestramento dei militari, si preferisce insomma comprarne degli altri, nuovi.
Come non citare il clamoroso caso dell’acquisto italiano dei 131 F35, dei caccia da combattimento, prodotti negli Stati Uniti, per i quali sono stati spesi, solo per l’acquisto, ben di 13 miliardi di euro. Scelta contraria al resto d’Europa, che ha preferito non dotarsi di tali armamenti, poichè ritenuti troppo costosi da sostenere, soprattutto con una grave crisi economica in atto.
Ma come esserne basiti, oramai dovremmo essere abituati alle scelte politiche ed economiche dei nostri rappresentanti in Parlamento, i quali sembrano andare sempre conto corrente rispetto agli altri Paesi. Mentre l’Europa diminuisce i fondi per le spese militari, l’Italia li aumenta. Mentre il resto del mondo incentiva la cultura e l’istruzione, l’Italia taglia i fondi alla scuola e al ministero della cultura. Ma come dar loro torto?! Con la cultura non si mangia, con “Dante non ti ci fai un panino”, gli interessi da difendere e salvaguardare sono ben altri, sono quelle delle grandi lobby industriali del petrolio e delle armi.
La missione afghana, la missione di pace per eccellenza, è finita col risultare quella che è in realtà, ossia una missione di Peace Enforcing infinita, ossia una pace forzata. Finchè i nostri soldati continueranno a svolgere compiti che, dopo dieci anni di insediamento NATO, dovrebbero essere deputati alle polizie locali, l’Afghanistan non sarà mai un Paese libero. Come si può pensare che l’Afghanistan possa mai diventare un Paese democratico e autonomo se l’unica fonte di ricchezza del Paese è la coltivazione dell’oppio!? Com’è possibile che il Presidente afghano Hamid Karzai si sia imposto nel 2004, alla proposta americana per fermare la produzione di oppio, e la Nato non abbia contrastato Karzai? Come si può pensare di riportare la pace e la libertà in un Paese, senza apportare gli adeguati investimenti in campo strutturale, territoriale e culturale?!
E’ o non è una missione di pace?
Bisognerebbe riflettere un pò su ciò che accade sul panorama mondiale. Non è ammissibile perdere delle vite umane, per poi ritrovarsi al punto di partenza. Il sacrificio economico ed umano che ha subito e sta subendo l’Italia come altri Paesi, non deve rimanere invano.
L’ultima parte dell’articolo 11 della nostra Costituzione afferma che l’Italia promuove e favorisce quelle organizzazioni internazionali rivolte allo scopo di assicurare, garantire e difendere la pace e la giustizia tra le nazioni. Bisogna solo augurarsi che il nuovo modello di difesa mondiale non abbia spostato l’attenzione dai diritti umani, agli interessi economici.
Francesca Squillaci
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