Machan: i migranti nel pallone
La vera storia di una squadra falsa nasce da un fatto realmente accaduto qualche anno fa. Machan è il lungometraggio d’esordio del produttore indipendente italiano Uberto Pasolini, presentato nella sezione Giornate degli Autori alla Mostra del Cinema di Venezia del 2008, ed accolto da dieci minuti di applausi e una standing ovation. La storia inizia in una baraccopoli alla periferia di una città dello Sri Lanka, dove la speranza di una vita migliore si alterna alla disperazione quotidiana e dove i protagonisti si rendono conto che seppur “Nessun Paese è come il tuo Paese”, a volte è necessario tentare il tutto per tutto ed emigrare in cerca di una sorte migliore.
Machan è un piacevole e autoironico dramma contemporaneo sull’immigrazione: getta uno sguardo diverso sul sud est asiatico commuovendo per la sua semplicità e per l’estrema naturalezza di situazioni ed attori, la maggior parte dei quali sono stati selezionati dalla strada; con incredibile delicatezza Pasolini riesce a trattare un tema non facile come quello dell’immigrazione, senza scadere nelle banalità pregiudiziali e non dimenticando la distorsione d’identità che tale fenomeno comporta nell’immigrato, costretto ad inventare escamotage per costruirsi una nuova vita. Gli interrogativi che Pasolini pone, attraverso le spontanee ed immediate conversazioni fra i protagonisti, a lungo restano nella mente dello spettatore: “Perché non mi vogliono?”; così come le risposte cariche di consapevolezza e disperazione del quotidiano vivere: “Mi vendo un rene, 300mila in contanti, così sistemo tutto”. Balza agli occhi anche la superficialità con cui spesso la mano della burocrazia si pianta nell’anima dei protagonisti che rifiutano con dignità la ‘carità’ di un loro diritto.
Le emigrazioni sono spesso interpretate come ‘viaggi della speranza’, ma pochi si soffermano sulla partenza di questi viaggi, considerando solo gli effetti degli arrivi, guardando solo ai numeri e mai alle vite/identità degli individui in causa. I nostri protagonisti partono con valige piene di sogni, speranze loro e delle famiglie che restano in attesa. La fortuna di Machan è in un volantino stropicciato: la Germania come un miraggio che si fa vicino. Un nuovo futuro. Non importa come, importa solo il perché tentare nell’impresa non da poco di improvvisare una fantomatica squadra di pallamano.
All’arrivo nella Terra Promessa di Baviera è uno dei protagonisti a svelarci chiaramente la condizione in cui si ritrova la maggior parte di quanti arrivano in Europa dal profondo Est, o più semplicemente dalle comuni rive del Mediterraneo: “Qui non siamo più niente, nessuno. (…). In quelle strade là fuori ognuno di noi ricomincia una vita senza essere niente”. Perdere tutto per avere qualcosa. Giocare una partita senza sapere le regole del gioco per vincere con dignità, umiltà ed orgoglio.
La lavorazione, durata quasi tre anni, nasce da un flash d’agenzia mentre Pasolini era in Australia per lavoro. Girato quasi interamente a Colombo e recitato interamente in lingua cingalese, Machan è un’opera apprezzabile, esteticamente essenziale, d’impatto sul piano sociale e culturale, una finestra cinematografica seria ma senza pretese, sulla realtà degli immigrati e al contempo una pesante critica ai governi e alle istituzioni dei tanto sognati Paesi Occidentali, incapaci di concepire regole e leggi in grado di garantire una possibilità ed una speranza a chi vuole solo lavorare onestamente e guadagnarsi da vivere col sudore della fronte. Una storia di ordinaria emigrazione ma una straordinaria lezione di Vita.
Letizia Cuzzola




Film carino, a tratti irresistibile, che ben descrive (seppur in toni colorati) la condizione dei migranti.
Apprezzo il fatto che tu l’abbia ricordato in concomitanza di questa data.